Si fanno chiamare “stalker” e sono gli abitanti della città morta.

Il 26 aprile del 1986 esplode il reattore numero quattro della centrale nucleare Lenin, a Chernobyl, in Unione Sovietica. L’incubo radioattivo investe l’Europa e fa tremare il mondo.

Si crea una zona di alienazione di 2.600 chilometri quadrati, al cui interno, fra boschi e fiumi, trovano spazio numerosi villaggi, strutture militari, e la grande città fantasma di Prypiat, che all’epoca dell’incidente contava circa 50mila abitanti che, però, non hanno fatto più ritorno.

È qui, nella città morta, che passano le loro giornate gli “stalker”, un termine che indica gli appartenenti a gruppi più o meno organizzati che nascono con sempre più frequenza tra la gioventù Ucraina, specialmente di Kiev.

Gli stalker penetrano illegalmente nella zona di alienazione, camminano per giorni nei boschi, trovando riparo nei villaggi abbandonati che incontrano sul loro cammino, nascondendosi dai militari che pattugliano l’area, ed affrontando i rischi legati all’esposizione radioattiva e alla possibilità di incontrare animali selvatici quali lupi ed orsi.

La meta finale di questi viaggi, è sempre Prypiat, la grande città fantasma adiacente alla centrale nucleare. Qui ci sono innumerevoli palazzoni sovietici dai dieci ai quindici piani, dove si trovano le case degli stalker.

Nei piani alti, dove i vetri delle finestre sono rimasti intatti e le radiazioni sono poco presenti, ci sono veri e propri appartamenti usati dagli stalker per sopravvivere nella città morta.

I mobili vengono raccolti nei numerosi appartamenti abbandonati. C’è chi si può permettere anche un pianoforte a muro, oltre a vecchi letti, materassi impolverati, tavoli e sedie, tutto originale e in stile sovietico anni ottanta.

Molti di loro vivono per settimane nella “Zona”, passando i giorni ad esplorare, catalogare, recuperare vecchi giornali, documenti, storie di chi ha vissuto lì. Raccolgono l’acqua da fondamenta allagate di vecchie fabbriche o dal fiume Prypiat, che costeggia la città. Si nutrono di scatolette, aglio, grasso e vodka.

È chiaro che non si tratti di semplice urbex (esplorazione urbana), sebbene abbia in comune l’amore per la decadenza e la rovina.

Jimmy è uno stalker. È molto critico della situazione politica in Ucraina (la corruzione ha raggiunto livelli incredibili) e, come tanti giovani, non si fida del presidente: Petro Poroshenko.

“Ho conosciuto la zona dell’incidente – ci racconta – grazie a un videogioco. Allora andavo a scuola. Mi ha impressionato parecchio, mi ha ispirato molto lo scenario che assomigliava tremendamente al nostro mondo, al nostro Paese, alla nostra gente, alle loro tradizioni. È così mi è venuto il desiderio di avere una grande libertà. Anche oggi, quando visito la zona, ho come dei flash, dei riferimenti associati a questo gioco. L’impatto che ha avuto su di me è durato molto e si fa tutt’ora sentire, pur essendo passati dieci anni”.

La vita di Jimmy inizia e finisce nella Zona: “Fuori da qui non ho un’occupazione. Tutta la mia vita e il mio lavoro sono legati alla zona di alienazione. Ho conosciuto qui persino la mia ragazza. Amo la fotografia, i libri, ma tutto questo impallidisce davanti al fatto che testa e cuore sono legati a questo posto”.

Ma perché visitare la zona? Ce lo spiega Sasha: “Viaggio dopo viaggio inizi a fare caso ad altre cose. È un insieme di diversi fattori. C’è adrenalina perché ti potrebbero catturare, anche se è una cosa poco probabile. È una sensazione particolare quanto tu cammini per strada, dietro spunta una macchina, tu salti nel fosso e la macchina ti sfreccia vicino. Le persone in macchina non possono nemmeno immaginare che a distanza di un metro ci sia tu, steso a terra. Ci sono emozioni legate a una qualche forma di coraggio. Ad esempio, quando cammini di notte e accanto a te rumoreggia un branco di cinghiali e te la fai sotto dalla paura…”.

La Zona

La Zona nasce nel 1971, dalla fantasia e dalla penna dei fratelli Strugazky, nel loro libro “Picnic sul ciglio della strada”, considerato tra i 100 romanzi di fantascienza più importanti al mondo.

Nel romanzo si parla un’area circoscritta ed abbandonata di una città, divenuta tale dopo la visita degli extraterrestri, i quali hanno ribaltato le leggi della fisica e lasciato alcuni artefatti al suo interno.

Nel libro compare per la prima volta il termine “stalker”, e non si tratta quindi di una parola russa, ma di un neologismo che i fratelli Strugatzky coniano per indicare coloro i quali entrano illegalmente nella Zona per rubare i preziosi manufatti alieni, oltre che per accompagnare curiosi e scienziati.

Nel 1979 il cineasta russo Andrej Tarkovsky si innamora del libro e decide di farne un film, considerato tra i migliori 50 del cinema mondiale. Si chiamerà proprio “Stalker”, e la sceneggiatura sarà curata dai fratelli Strugatzky.

Qui, la figura dello stalker cambia ancora e si spoglia della parte furfantesca, diventando a tutti gli effetti una guida, sia fisica che spirituale.

E la Zona descritta sia nel film che nel libro è incredibilmente simile a quella Zona che sarà creata pochi anni dopo, nel 1986, dopo l’incidente alla Centrale nucleare di Chernobyl.

Sasha, Maksim, e tutti gli altri stalker, di cui i più attivi sono circa un centinaio, sono convinti che si trattò di un presagio, e che la Zona del libro e del film sia proprio quella di Chernobyl.

Altro medium importante è stato il videogioco Stalker del 2007, uno sparatutto in prima persona ambientato fra le rovine della città abbandonata di Prypiat.

Secondo Maksim, il videogame, molto più del libro e del film, è stato in grado di condizionare i giovani ucraini e di far loro conoscere la pericolosa bellezza della Zona.

Lui stesso ammette di aver sentito un irrefrenabile impulso di vederla coi propri occhi, solo dopo aver giocato con il videogame.

Un elemento che sorprende è il loro non curarsi della minaccia radioattiva, tanto da indurre anche me ad abbassare la guardia. Le radiazioni sono invisibili, non hanno odore né gusto, la natura intorno a noi è splendida e rigogliosa, ed è estremamente facile dimenticarsi del pericolo o fingere di farlo.