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Società

Era mio padre

Sandro Mazzola racconta Valentino e il Grande Torino
Paolo Vezzoli
Foto e testo di
Paolo Vezzoli

“Io mi ricordo che mi sentivo una persona importante, perché tutta la gente, che applaudiva, che  gridava… Avevo anche un po’ paura però… Allora mi attaccavo, mi ricordo, alla mano di mio papà.  Gliela stringevo, e lui mi guardava e si metteva a ridere, e allora la mollavo e ritornavo normale.  Non era molto alto mio padre, però io lo vedevo altissimo, lo guardavo dal basso. 

E io mi sentivo importante, perché pensavo: “Ué, dicono che io sono il figlio, eh…”. Il campione dell’Inter Sandro Mazzola racconta Valentino, padre e leggendario capitano del Grande Torino, scomparso con i compagni nel disastro aereo di Superga del 4 maggio 1949. 

Le foto lasciate a Sandro da Valentino Mazzola sono custodite in qualche angolo della casa  affacciata sulla cinta del Parco di Monza. Ma è sempre difficile scovarle, perché Valentino junior, 11 anni e una grande passione per il pallone, non si stanca mai di perdersi in quelle immagini in  bianco e nero, come a cercare il segreto del bisnonno campione caduto settant’anni fa sulla collina  di Superga con l’aereo che stava riportando a casa il suo Grande Torino, e diventato mito. 

Sandro Mazzola, mentre rovista in cerca degli album, ride sotto i baffi come se il nipotino,  omonimo del padre, fosse lì davanti a scartabellare e a palleggiare. 

C’è una consuetudine tra i due: “Quando gioca all’oratorio fa di tutto perché io vada a vederlo. E poi mi chiede della Grande Inter e del bisnonno granata.” 

Valentino, alla guida dei granata

Valentino Mazzola (Cassano d’Adda, 26 gennaio 1919 – Superga, Torino, 4 maggio 1949) è stato  insieme ai ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali uno degli eroi sportivi più amati nell’Italia del  dopoguerra. Considerato tra i più grandi numeri 10 della storia del calcio e, secondo alcuni, il  miglior calciatore italiano di tutti i tempi, Mazzola fu capitano e simbolo del Grande Torino, la  squadra riconosciuta come una delle più forti al mondo negli anni 1940. 

Alla guida dei granata (200 presenze e 123 goal totali) vinse cinque scudetti consecutivi e una  Coppa Italia, laureandosi capocannoniere della Serie A 1946-47 con 29 goal. A distanza di oltre settant’anni dalla scomparsa, la sua figura continua a vivere circondata da un  mistico alone di leggenda, insieme a quella dei compagni di squadra di quella formazione  indimenticabile costruita negli anni dal presidente Ferruccio Novo. 

Una squadra di campioni di cui tutto il Paese era innamorato, una sequenza di nomi che chi era  bambino allora ha continuato a recitare nei decenni a figli e nipoti come un filastrocca prima,  e come una preghiera poi: 

1 Bacigalupo, 2 Ballarin, 3 Maroso, 4 Grezar, 5 Rigamonti, 6 Castigliano, 7 Menti, 8 Loik,  9 Gabetto, 10 Mazzola, 11 Ossola. 

Di quell’XI ammirato per quasi un decennio sui campi di tutta Italia (e a cui soltanto lo stop imposto dalla Seconda Guerra Mondiale tolse sicuri successi per due anni) Mazzola incarnava l’ideale epico del condottiero perfetto: abbinava eleganza e potenza, agilità e temperamento, classe e  grinta. Valentino era un trascinatore, un calciatore moderno nella concezione del gioco, tuttora considerato da alcuni il più completo nella storia del calcio italiano, dotato di capacità atletiche fuori dal comune; tra queste spiccavano velocità e resistenza. 

“Operava praticamente ovunque: essendo forte nei tackle, era utile in difesa in fase di recupero;  impostava le azioni, giocando un gran numero di palloni, cercandoseli in tutto il campo, e spesso le  concludeva.”

Esclusa la sua esperienza come ala, all’inizio della sua carriera nella squadra dell’Alfa Romeo, i  ruoli in cui fu impiegato maggiormente furono quelli di mezzala sinistra, interno e attaccante.  Proprio la posizione di centrocampista offensivo gli consentì di espandere la sua fama oltre i  confini italiani, al punto di venire considerato, nelle sue ultime stagioni, il più forte d’Europa nel suo  ruolo. Occasionalmente occupò anche la posizione di terzino, con risultati di tutto rispetto, di  mezzala destra e di mediano. Gli capitò anche di venire spostato tre volte nella stessa partita,  partendo da mezzala per poi giocare da mediano, da terzino e infine terminare la gara al centro  dell’attacco, tale era la sua versatilità. Nei minuti finali di una partita contro il Genoa, valevole per la  39ª giornata della stagione 1947-1948 e vinta per 2-1, giocò addirittura in porta, a causa  dell’espulsione di Valerio Bacigalupo, compiendo peraltro in un buon intervento che contribuì a  mantenere il Torino in vantaggio. 

Di corporatura robusta, sapeva combattere in campo; era proprio sui terreni pesanti, anche quando  il campo si presentava in condizioni estreme, che, grazie alla sua forza fisica, riusciva a far valere  la sua attitudine battagliera. Sebbene non amasse esibirsi in virtuosismi era capace, inoltre, di  imporsi negli spazi stretti, disponendo di una tecnica individuale e di un palleggio raffinati. 

Tra le sue diverse doti tecniche spiccavano l’ambidestrismo e un tiro di rara potenza, nella cui  esecuzione al volo e nei calci di punizione era specializzato. Sauro Tomà, suo compagno  infortunato non coinvolto nella tragedia di Superga, raccontò che la singolarità del suo tiro  consisteva nel saper colpire di collo pieno; mentre, per Giampiero Boniperti “Calciava talmente  bene con entrambi i piedi che non era possibile stabilire se fosse un destro oppure un mancino”. 

Altre sue peculiarità erano il dribbling e la fantasia. Nonostante la sua statura non fosse notevole,  era un buon colpitore di testa e abile nel gioco aereo, potendo contare su un’ottima elevazione. A tutte queste qualità tecniche, capitan Mazzola univa un senso della leadership unico e un’etica di  alto valore morale. 

Capitano d’Italia

Anche grazie alle sue doti caratteriali, divenne capitano della Nazionale italiana per un biennio (12  presenze e 4 reti complessive). Il commissario tecnico azzurro Vittorio Pozzo, maestro del “Metodo  WW” alla guida della fromazione campione del mondo nel 1934 e 1938, si affidò al carisma di  Mazzola per ricostruire la nazionale dopo il disastro del secondo conflitto mondiale, sull’esempio  degli allenatori che si erano susseguiti negli anni precedenti sulla panchina del Torino. Dall’ungherese Andreas Kuttik agli interpreti del “calcio piemontese” Antonio Janni, Luigi Ferrero e Mario Sperone, tutti Campioni d’Italia, fino all’inglese Leslie Lievesley e al direttore tecnico ebreo unghese Ernő Erbstein che condussero il Grande Torino all’ultimo titolo, accompagnandolo anche  nel suo ultimo, tragico volo. 

“Era un vero capitano, amato e rispettato da tutti i compagni, ma anche da avversari e stampa…”  ricorda Sandro “Ossola, Gabetto e gli altri lo adoravano. Quando battevano la fiacca in  allenamento, lui faceva un urlaccio e tutti scattavano all’istante!”

Lui guadagnava il doppio dei suoi compagni perché erano loro a volere così. Se Valentino si sentiva appagato era più facile vincere.

(Ferruccio Novo, presidente dell’A.C. Torino) 

Uno dei più suggestivi aneddoti sportivi e di costume impressi nella memoria collettiva nazionale di  quegli anni in bianco e nero riguarda il famoso Quarto d’Ora Granata. 

Si trattava di un momento particolare della partita, dedicato al pubblico dello Stadio Filadelfia, dove il Torino giocava allora le partite casalinghe. Sugli spalti la gente aspettava quei quindici minuti e i  giocatori si divertivano a farli attendere. Quando la squadra avversaria non era temibile, i calciatori  del Torino erano soliti giocare volutamente al di sotto delle proprie potenzialità, finché dalla tribuna  di legno dove era presente il signor Oreste Bolmida, un appassionato tifoso di professione  ferroviere, partivano tre squilli di tromba. Da quell’istante iniziava il Quarto d’Ora Granata: il  capitano Valentino Mazzola si rimboccava platealmente le maniche, dando il segnale del  cambiamento, e tutta la squadra aumentava il ritmo. 

Il tutto ebbe inizio nella primavera del 1946, allorché si ebbero diverse partite sfociate in goleade  realizzate in una quindicina di minuti, la più incredibile lo 0-7 allo Stadio Nazionale contro la Roma  il 28 aprile 1946. Una volta messo al sicuro il risultato, il Torino addormentava la partita, limitandosi  al controllo della stessa, praticamente facendo il minimo necessario in un quarto d’ora.

A volte la tromba veniva suonata anche quando il Torino era in difficoltà, oppure quando era in  svantaggio, come successe il 30 maggio 1948 quando perdeva 0-3 in casa contro la Lazio e il  risultato fu ribaltato per il definitivo 4-3. 

Valentino Mazzola non era torinese però. 

“Scappò di casa per non andare a rubare”

“La sua era la famiglia più povera di Cassano d’Adda. Cinque fratelli. Il maggiore entrava e usciva  di galera: ebbe sessanta condanne per furto. Papà iniziò a lavorare ad 11 anni come garzone dal  panettiere, e successivamente al linificio del paese. 

Scappò quasi di casa perché non voleva andare a rubare.”

In giovanissima età si rese anche protagonista del salvataggio di un ragazzino più piccolo  gettandosi nelle tristemente famose acque del fiume Adda; curiosamente quel bambino, Andrea  Bonomi, sarebbe un giorno diventato a sua volta calciatore e capitano del Milan. Mazzola avrebbe presto portato in campo l’umiltà, il senso del sacrificio e la generosità conosciuti  durante la difficile infanzia. 

Iniziò a giocare nelle formazioni locali e poi venne notato da due compagini milanesi: Alfa Romeo e  A.C. Milan (allora chiamato Milano per via dell’italianizzazione dei nomi voluta da Benito  Mussolini). I rossoneri offrivano un buon ingaggio mensile, ma Valentino preferì la prospettiva più  modesta ma sicura di un impiego in officina parallelamente agli allenamenti. 

È stato molto meglio aver scelto l’Alfa Romeo; se fossi andato al Milano avrei percepito lo stipendio, allora assai notevole, di 100 lire mensili e non avrei lavorato. 

Meglio assai lavorare: con l’ozio c’era il pericolo di rovinare la mia passione, veramente sana, per il calcio e la mia carriera.

(Estratto dal diario di Valentino Mazzola nel 1938) 

“Arruolatosi in marina a Venezia durante il servizio militare, chiese invano di provare nella squadra  di calcio. Intervenne uno zoppo che faceva da talent scout: “Questo ragazzo è bravo!”” racconta il  figlio. “Nonostante avesse conseguito la licenza elementare solo in età avanzata proprio negli anni  veneziani frequentando la scuola serale, papà era una persona molto diligente e precisa. 

Si definiva certosino e amava tenere un diario; molte delle cose che so di lui le ho lette da lì. Mi hanno sempre raccontato di un uomo di poche parole, molto riservato. 

Le sue uniche vere passioni erano il calcio e, di tanto in tanto, il gioco delle bocce.”

A Venezia Mazzola incontrò Ezio Loik, con cui condivise 9 anni di carriera e di profonda amicizia:  con la mezzala destra istriana avrebbe costituito una coppia d’attacco entusiasmante. Insieme vinsero la Coppa Italia con la maglia neroverde dei lagunari, e si trasferirono in seguito a Torino, dove Valentino venne assunto come giocatore dell’A.C. Torino e operaio alla FIAT. Subito arrivarono lo Scudetto e la Coppa Italia, e le prime apparizioni in maglia Azzurra con la  Nazionale. 

La guerra

“Poi arrivò la guerra, il campionato fu sospeso. L’alternativa era o la Russia o la fabbrica.” Nella stagione 1943-44 si disputò il cosiddetto “campionato di guerra”. 

A causa del conflitto e della divisione della penisola tra Asse e Alleati con la Linea Gotica, questo  fu contrassegnato da formazioni rimaneggiate e dalla limitazione territoriale, assistendo anche ai  primi, inediti casi di sponsorizzazione sulle maglie nella storia sportiva nazionale. Il rinominato Torino FIAT (nato dal connubio con la realtà industriale della famiglia Agnelli, che  avrebbe poi legato indissolubilmente il suo nome alla Juventus), in cui giocò per quella sola  stagione anche Silvio Piola, si classificò secondo alle spalle dei Vigili del Fuoco La Spezia, in  quello che viene ricordato nell’albo d’oro della FIGC come titolo commemorativo ma non ufficiale.  «Poi papà vinse 5 scudetti, ma per arrotondare dovette aprire un negozio dove vendeva palloni  che egli stesso realizzava e che portavano il suo cognome. All’epoca gli ingaggi dei calciatori  erano più che dignitosi, ma nemmeno lontanamente paragonabili a quelli di mezzo secolo dopo. A quei tempi anche i campioni andavano agli allenamenti in bici col borsone. Era un altro calcio, autentico e romantico.»

Quando suo padre Valentino morì, il piccolo Alessandro Mazzola (Torino, 8 novembre 1942) aveva sette anni e il suo ricordo più vivo è fisico: una mano grande che tiene la sua piccolina sul prato dello stadio Filadelfia. 

“Ero la mascotte del Torino, la domenica entravo in campo alla testa dei giocatori vestito color  granata insieme a mio papà. La sua mano destra stringe la mia. Mi poggia la sinistra sulla testa.  Prima dei derby guardavo in cagnesco il mio omologo per mano al capitano della Juventus,  Teobaldo Depetrini, mentre i nostri padri si scambiavano i gagliardetti.” 

“Papà e mamma si erano separati. Io ero rimasto a Torino con lui e la sua nuova compagna. Giocavo a pallone con le figlie di Grezar e la figlia di Loik; a volte ci sentiamo ancora. Andavamo a casa del presidente, Ferruccio Novo; lui non aveva figli, mi aveva un po’ adottato. Le immagini che ho di papà sono soprattutto attorno al campo. Mi lasciava cambiare in spogliatoio  con la squadra e per me era un’emozione straordinaria, il mio armadietto era accanto al suo. Poi, a fine allenamento, mi faceva tirari i rigori al portiere Bacigalupo, che mi lasciava segnare.  Io lo guardavo dal dischetto. Bacigalupo agitava le braccia come faceva in campionato: la porta  era piccolissima, lui enorme. Poi però si buttava da una parte, e io la piazzavo dall’altra.  Bacigalupo strizzava l’occhio a papà, e io facevo il giro di campo esultando come se fossi stato in  Serie A.” ricorda con una risata. 

E poi Superga…

A interrompere bruscamente questa serenità, la tragedia di Superga. 

E pensare che tutto nacque da un moto di generosità di capitan Mazzola. 

A quattro gare dalla fine della stagione e con l’ennesimo Scudetto ormai in tasca, il Toro volò a  Lisbona dove Valentino aveva organizzato un’amichevole con il Benfica per omaggiare l’amico  Francisco Ferreira, capitano del club e della nazionale portoghese, e per devolvergli l’incasso visto  che attraversava un momento di difficoltà. La partita si concluse 4-3 per i lusitani. 

Alle 17:03 del 4 maggio 1949, l’aereo sul quale il Torino stava facendo ritorno sparì dai radar in  mezzo al temporale e si schiantò sulla collina con la basilica barocca che domina la città  piemontese. 

31 vittime tra passeggeri ed equipaggio del velivolo, nessun superstite. 

L’impatto emotivo dell’evento fu fortissimo nella nazione, e scosse nel più profondo l’animo di tutti  gli italiani, tifosi e non, che tra i dolori e le macerie del dopoguerra avevano trovato in quella  squadra il collante sportivo di un Paese ed un senso di rinascita. Una tragedia collettiva impressa nella memoria della neonata repubblica. 

Il giorno dei funerali quasi un milione di persone scese in piazza a Torino per dare l’ultimo saluto ai  campioni. Il Torino fu proclamato vincitore del campionato e gli avversari di turno, così come lo  stesso Torino, schierarono le formazioni giovanili nelle restanti quattro partite. Lo shock fu tale che l’anno seguente la Nazionale si recò ai mondiali in Brasile viaggiando in nave.  Valentino Mazzola sarebbe diventato il “capitano eterno” per tutti i tifosi granata. Quel Torino prodigioso prematuramente scomparso e pianto diventò invece, per tutti e per sempre,  il Grande Torino. 

Sandrino non lo seppe subito. 

“Nessuno mi disse nulla. Di quel giorno ricordo solo che a un certo punto la seconda moglie di mio  padre, Giuseppina Cutrone, mi prese e mi portò in un paese fuori città, affidandomi ad una coppia  di amici di famiglia che viveva in un mulino. 

Non ho mai capito se fosse per avere l’eredità, o se per tenere con sé un pezzo del suo uomo. Lì per lì non mi dissero nulla, provarono a proteggermi, forse avevano l’idea di prepararmi un po’  per volta, volevano che lo capissi pian piano… E io difatti capii che c’era qualcosa dopo tre o  quattro giorni, perché mio papà mi veniva sempre a prendere e invece non arrivava mai… Mia mamma Emilia chiese aiuto ai carabinieri e ai tifosi del Toro, che batterono le campagne per  cercarmi. Mi trovarono dopo settimane e mi riportarono a casa, a Cassano d’Adda. Scoprii solo  allora che avevo un fratellino più piccolo. Si chiamava Ferruccio, come il presidente del Torino.  Seppi definitivamente della scomparsa di mio padre, nel modo più traumatico, dal panettiere, dove  ogni giorno andavo a prendere un panino prima di correre a giocare: mentre uscivo lo sentii dire a  delle signore, non abbastanza sottovoce, chi ero e cos’era accaduto. 

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