Per Sandro cominciava così una nuova vita a Cassano d’Adda in Lombardia, il paese di origine dei genitori, con il fratello più piccolo Ferruccio (anche lui calciatore e scomparso nel 2013), la madre e Piero, il suo secondo marito: “Una persona eccezionale, che ci ha fatto da padre.” Non mancano i ricordi della vita semplice dei bambini nella provincia italiana degli anni ‘50, la passione per il gioco e anche qualche divertente aneddoto. «Giocavamo a calcio tutto il giorno. Quando il pallone finiva contro le vetrine, i commercianti ce lo bucavano; oppure lo faceva il parroco, se non andavamo a messa.
Il pallone costava 500 lire, che ovviamente nessuno di noi aveva. Così per ricomprarlo andavamo a rubare le sigarette dei contrabbandieri dai tombini, e le rivendevamo!
I calciatori professionisti di oggi sono super atleti ormai, ma non hanno più quella grinta e quella fame di chi ha imparato a giocare per strada…”
“A Milano ero diventato la mascotte dell’Inter, mi portava allo stadio Benito Lorenzi, detto “Veleno”. Era affezionatissimo a mio padre Valentino, quasi devoto, perché in nazionale quando Lorenzi gli faceva da riserva, papà chiese al CT di farlo giocare almeno una volta, dopo due anni di panchina. Veleno mi prometteva che mi avrebbe fatto fare un provino all’Inter, ma poi ogni volta si dimenticava e alla fine mi ci accompagnò Piero.”
Fu allora che Sandro comprese veramente quale fardello fosse portare addosso quel cognome di cui andava così fiero, il costante confronto con la figura mitica di Valentino e tutte le ingombranti aspettative della gente.

“Giocavo nelle giovanili dell’Inter e sentivo dietro di me le voci di alcuni milanesi che dicevano: “Ma dove vuole andare quello lì… L’è minga ‘me sò pàder, mi vegni pü”
(“Non è come suo padre, non vengo più”).
Io facevo finta di niente, ma avevano ragione. Come potevo esserlo a quell’età, ma neanche più grande… Mio padre è stato uno dei più grandi giocatori italiani… E io ero solo un ragazzino. Tante volte di notte piangevo, perché ricordavo di quando andavo con mio papà… E non riuscivo… E non riuscivo a far vedere che ero degno del suo nome.
Ne soffrivo, pensai anche di lasciare: mi veniva facile il goal come il canestro, a scuola giocavo a pallacanestro, ma mia madre mi incoraggiò.
“Ti te ghét de giugà al balón” (“Tu devi giocare a pallone”).”

E pallone fu, anche se i giorni difficili non erano finiti.
“Una delle prime partite giocammo a Torino, in un campo da cui si vedeva Superga…” Lo sguardo svia, mentre parla come se potesse vedere la basilica sul muro della sala, e si capisce che è una sensazione con cui non si fa mai pace.
A quella partita giovanile assistettero i dirigenti del Torino, giunti per osservare il figlio d’arte. “Non fui preso in considerazione, ma probabilmente avevano ragione.
Dal quel campo si vedeva la basilica dove era caduto l’aereo… Le gambe e la testa non giravano. Avevo giocato da schifo. Non toccai palla, una pena.
Erano già tutti sotto la doccia e io ero ancora con addosso la maglia e gli scarpini avvilito su una panchina, Mi avvicinò Maino Neri, un grande maestro: “Preòcupes no, ho capì tüt. Non preoccuparti, ho capito tutto. Alzati dai, va’ a lavarti che andiamo a mangiare”.”

Il peso del cognome si alleggerì man mano che Sandro cresceva, e la solidità calcistica con lui. Mazzola è stato un giocatore versatile, capace di ricoprire diverse posizioni sul terreno di gioco: in giovane età era solito agire nella zona mediana del campo, ma sotto la guida tecnica del Mago Helenio Herrera divenne attaccante, ruolo in cui si affermò come campione di caratura internazionale. Successivamente, da capitano interista arretrò di nuovo il proprio raggio d’azione, tornando a vestire i panni del centrocampista. Dotato di notevole abilità tecnica (celebri le sue “serpentine”), si distingueva per le qualità atletiche, acrobatiche e caratteriali, nonché per una spiccata propensione ai ripiegamenti difensivi. Un vero leader nerazzurro.
A indicargli i colori del destino, al momento del caso che cambia la vita, fu di nuovo l’ombra di papà Valentino.
“Un giorno a fine allenamento andai per prendere la mia macchina. Parcheggiata dietro la mia FIAT 600, che tenni sei anni e poi passai a mio fratello perché i soldi non erano molti, trovai un’auto targata Torino. Scese una persona da questa macchina e mi disse: “Sandro, vieni che c’è una persona che ti vuol parlare qui al telefono”… Ed era Giampiero Boniperti!
E mi dico: Boniperti? Ma no, impossibile, aveva giocato contro mio papà…
E lui: “Ciao Sandro senti, vieni a Torino a mangiare, ti invito, poi parliamo un po’ del tuo contratto, vediamo un po’ cosa si può fare…”. Andai. A pranzo chiacchierammo di calcio e mi parlò per tutto il tempo di quando andava di nascosto a vedere gli allenamenti di mio padre: “Ma non dirlo in giro, perché i tifosi della Juve mi ammazzano!”, e poi mi accennò a un contratto, dato che con le regole di allora a 18 anni ero libero. Mi fece un’offerta di quelle che non si rifutano.
Mi tremavano le gambe, non l’avevo mai sentita quella cifra…
Presi tempo, spiegai che l’Inter mi aveva dato molto e che non potevo tradirla, ma quel numero mi fece girare un po’ la testa. Tornato a casa, mia madre se ne accorse.
Non dormii per tutta la notte.

A un certo punto mamma entrò in camera mia; mi fece parlare e sciolse i miei dubbi. “Allora adesso mi dici cos’è successo” e le raccontai tutto. Lei mi guardò e mi fece: “Gli dici di no a quelli lì, tuo papà si rivolta nella tomba se no. Ciao” e chiuse la porta.
Difatti poi dissi che non potevo andare… No…” ride.
“Alla Juve mai. Sono stato felicemente interista.”
Proprio contro la Juve avrebbe collezionato la prima presenza con la maglia interista in Serie A, a 18 anni. Una sonora sconfitta per 9-1 in una partita ripetizione di una gara di campionato sospesa in precedenza e rimasta nella storia, con il presidente nerazzurro Angelo Moratti che aveva ordinato all’allenatore Helenio Herrera di schierare la formazione primavera in segno di protesta.

Proprio Sandro siglò su rigore il goal della bandiera contro i nemici bianconeri. Il primo di una lunga serie, tutti firmati con una sola maglia di club in tutta la carriera. 162 goal in un totale di 570 presenze raccolte tra il 1961 e il 1977.
Impossibile raccontarli tutti, per un giocatore che ha segnato la storia del calcio italiano ed internazionale per due decenni, protagonista di entusiasmanti vittorie scandite dal colore nero e azzurro.
Con la maglia Azzurra della Nazionale italiana, insieme al compagno e capitano Giacinto Facchetti, un cammino fatto di 70 presenze e 22 reti dal 1963 al 1974 (la prima, al debutto, nel 3-0 in amichevole nel “suo” San Siro contro il Brasile campione del mondo in carica di Pelé). Nella memoria collettiva, la vittoria nell’edizione casalinga dei campionati europei di UEFA Euro 1968, primo successo dell’Italia nella competizione (selezionato nell’UEFA European Championship Team of the Tournament) e la partecipazione a tre mondiali, da Inghilterra 1966 a Germania Ovest 1974, con nel mezzo l’argento di Messico 1970. Questo fu contrassegnato dalle famose “staffette” col compagno di ruolo Gianni Rivera (giocatore simbolo del Milan e rivale cittadino in tanti epici derby, principale concorrente per un posto da titolare), e dalla “Partita del Secolo” dello stadio Azteca, l’indimenticabile 4-3 contro la Germania Ovest di Franz Beckenbauer. “Ma ci vorrebbe un intero libro solo per parlare di quel meraviglioso mondiale…” commenta. “Con Gianni c’è sempre stato un bel rapporto di stima e amicizia, contrariamente a quanto scrivevano i giornali parlando della nostra rivalità per la maglia della nazionale… Quando capitava di incrociarci per le strade di Milano però dovevamo dividerci e camminare su marciapiedi opposti, o i rispettivi tifosi avrebbero urlato al tradimento!” ricorda sorridendo.

Con l’Inter, invece, 4 Scudetti italiani, due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali (Mazzola a segno in entrambe le occasioni contro gli argentini dell’Independiente), un titolo di capocannoniere di Serie A (1964-65) ed uno nella prima Coppa dei Campioni vinta, nel 1963-64. Proprio alla finale del Praterstadion è legato uno dei ricordi più vividi dell’intera carriera. “27 maggio 1964. La partita col Real Madrid a Vienna, finale di Coppa… Arrivarono loro e io li guardavo, dicevo “Mamma mia il Real, il Real”… Di Stéfano, Gento… Che squadra. A un certo punto poi ci si salutò prima del fischio d’inizio e uno mi disse “Io ho giocato con tuo padre, il più grande di tutti”… Era Ferenc Puskás.”
Il campione magiaro aveva giocato contro Valentino (e segnato) in un’amichevole tra Italia e Ungheria giocata proprio a Torino nel 1947 ad inizio carriera, ed era stato anche in prova al Torino. “Non capivo più niente, ecco. Ma quelle parole mi caricarono, giocammo una grande partita e io realizzai una doppietta in quel fantastico 3-1.
Al fischio finale, mi si avvicinò e mi disse “Tu sei degno di tuo padre”. Ci scambiammo la maglia. Negli spogliatoi piansi. Non avrei mai dimenticato quelle parole.”
Finalmente il giovane Mazzola è stato libero di poter essere per tutti semplicemente Sandro, e non più soltanto il figlio dell’indimenticato Valentino.
“Con gli scudetti e le Coppe dei Campioni sono diventato Sandro Mazzola e ho smesso di essere, almeno per il mondo, il figlio di Valentino. Ma papà era più completo di me, un centrocampista che vinceva la classifica dei cannonieri. Ne nascono pochi.”
Nel frattempo era nata una bandiera dell’Inter, diversa, ma iconica: il baffo.

A livello individuale, oltre ai titoli di capocannoniere nazionale ed europeo, va annoverato il secondo posto alle spalle di Johan Cruijff nella classifica del Pallone d’Oro 1971. Punta di diamante (e poi anche capitano per sette stagioni dal 1970 al 1977, succedendo a Mario Corso) di quella Grande Inter capace di segnare un’epoca e l’immaginario proprio come vent’anni prima era stato per i granata guidati dal padre.
Una formazione dei sogni da scandire per una nuova generazione di tifosi e appassionati di calcio:
1 Sarti, 2 Burgnich, 3 Facchetti, 4 Bedin, 5 Guarneri, 6 Picchi, 7 Jair, 8 Mazzola, 9 Domenghini, 10 Suárez, 11 Corso.
“Avrei voluto chiudere la carriera con la maglia del Torino, ma hanno detto no le caviglie.” Terminata la carriera agonistica c’è stato un breve passaggio manageriale decenni dopo, ma evidentemente era scritto che un solo Mazzola vestisse granata.
Diversi invece i ruoli dirigenziali ricoperti all’interno del club nerazzurro, l’ultimo dei quali lo ha visto occupare l’incarico di direttore sportivo dal 1995 al 1999 (fu artefice nel 1997 dell’acquisto record del giovane fenomeno brasiliano Ronaldo).
Come telecronista RAI, Sandro Mazzola ha affiancato Marco Civoli al commento tecnico nelle telecronache del vittorioso Mondiale FIFA di Germania 2006.

Nel 2014 è stato inserito nella Hall of Fame FIGC in virtù del contributo offerto al calcio italiano, e nel 2020 candidato al Dream Team all-time del Pallone d’Oro.
Anche suo figlio è stato calciatore, e oggi c’è una nuova generazione con il piccolo Valentino. «Eh, il calcio ci piace!» ride divertito «Si chiama Valentino il nipotino, quindi… E devo dire che è portato, ecco… È portato per il gioco del pallone. Poi io vado di nascosto quando gioca all’oratorio e fanno i tornei. Ed è un figlio di buona donna, perché io mi nascondo sempre dietro a degli alberi che ci sono, no, e se lui fa goal poi fa il giro degli alberi finché mi becca!”

Ogni anno, il 4 maggio, la società del Torino F.C., i tifosi e le famiglie dei caduti si radunano a Superga per ricordare i calciatori, gli allenatori, i dirigenti e i giornalisti scomparsi nell’incidente, leggendo i loro nomi nel silenzio che circonda la stele a ridosso della basilica sulla collina. Mazzola confida di incontrare di nuovo suo padre dopo la morte, nell’aldilà.
“Ci andrò quando gli angeli mi porteranno su una nuvola, in Paradiso. Lì ci sarà mio padre. Mi verrà incontro e finalmente ci riabbracceremo.
E gli domanderò solo una cosa: “Ma giocavo bene o no a pallone?”
“Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede.
E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto:
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