Non spezzate le ali alle Farfalle
Il delicato rapporto tra ginnastica e disturbi alimentari

Effetto Farfalla

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Novembre 2022

Due atlete della squadra nazionale italiana di ginnastica ritmica, note come Farfalle, denunciano le proprie allenatrici, riferendo di subire maltrattamenti e privazioni di cibo durante gli allenamenti. Da quel momento cominciano ad essere registrati casi simili in tutte le parti d’Italia. In poco tempo vengono raccolte circa duecento testimonianze che coinvolgono anche la disciplina “sorella”, la ginnastica artistica. Carlotta Ferlito, una delle atlete più in vista degli ultimi anni, racconta la sua esperienza dichiarando di aver subito abusi psicologici e di potere, rivelando anche di essere caduta in un disturbo alimentare. 

Un polverone mediatico si solleva sul mondo della ginnastica: tra sentenze, denunce e processi, lo scandalo è sulla bocca di tutti. 

C’è chi non è sorpreso, chi addita lo sport in sé come “colpevole” dell’insorgenza di determinati disturbi. 

Ciò che è certo, un anno dopo, è che l’evento ha lasciato un segno indelebile, come una cicatrice, nella storia della ginnastica.  

“La cosa mi è dispiaciuta, perché ha dato una brutta immagine della ginnastica, sia ritmica che artistica. […] Il rischio è demotivare un genitore a portare una bambina in una palestra di ginnastica, visto “quello che potrebbe succedere”, dopo quello che è stato evidenziato dallo scandalo.”, confessa Chiara, allenatrice da più di vent’anni che, ora, gestisce l’Artistica Milano. La sua palestra, dove insegna insieme alla sorella Gaia, pullula di storie: dai trofei esposti ai disegni delle affezionatissime bambine, qui si respira un’aria sorridente, dinamica. 

Chiara è ben consapevole della sua responsabilità come allenatrice nella crescita delle piccole atlete: “Credo che sia importante lavorare su questo aspetto con i giovani, soprattutto perché lavoriamo con bambine piccole e adolescenti, che è l’età più coinvolta in questo tipo di disturbi.” 

E infatti, racconta di aver avuto ginnaste che hanno riscontrato problemi alimentari: “Non credo che sia stata la ginnastica a creare questo tipo di problematica, però ovviamente bisogna saper convivere, collaborare con queste persone anche all’interno dell’ambiente sportivo. […] La prima cosa è la collaborazione tra società, istruttore e famiglia: si cerca di parlare con i genitori, di trovare insieme una soluzione.” 

Una di quelle ginnaste è Laura, 18 anni, che si confida raccontando: “Prima me ne sono accorta io con i miei genitori. Poi, credo che Chiara, l’allenatrice, abbia parlato ai miei in un secondo momento.” 

Per Laura la palestra, nel pieno della malattia, era diventata indispensabile. L’esercizio compulsivo, eccessivo, è infatti un comportamento comune tra gli atleti che soffrono di disturbi alimentari: “Il meccanismo era di andare in palestra per bruciare calorie, e ciò ha influito anche sulla ginnastica in sé: non ero più in grado di fare la maggior parte delle cose che facevo prima, piano piano le disimparavo, non avevo forza.” 

Ha vissuto la stessa situazione Valentina, 24 anni, anch’essa atleta di Chiara che, purtroppo, ha sofferto di disturbi alimentari. Con un timido sorriso, rivela che il non riuscire a fare esercizi che una volta considerava semplici l’ha portata ad accorgersi che “qualcosa non andava”.  

Entrambe, durante il lungo percorso di guarigione, sono tornate ad allenarsi: mettersi in body, però, non è stato affatto facile. “Durante la corsa tendevo sempre a coprirmi la pancia in modo da non essere vista. […] E poi, il paragone: vedevo le ragazze più magre di me e il mio obiettivo era essere come loro.”, spiega Valentina.  

Un disturbo alimentare porta con sé pensieri irrazionali, che la persona affetta non riesce a riconoscere come tali. Laura, ad esempio, sostiene: “Guardavo sempre i corpi delle altre, che mi sembravano molto magri, ma in particolare guardavo la pancia e mi sembrava sempre magra. A me, invece, sembrava di avere la pancia sempre gonfia. Era irrazionale, non era neanche vero.” dice ridendo. Valentina, invece, racconta: “Ho cominciato a paragonarmi alle altre, soprattutto ragazzine o bambine più piccole che, giustamente, avevano un fisico diverso dal mio. Vedevo che “volavano” di più, e pensavo che fosse dovuto alla loro magrezza. Quindi il mio obiettivo, nella malattia, era diventato quello: essere magra come loro. Ovviamente, razionalmente sapevo che fosse “giusto” che il loro fisico fosse quello, visto che non erano ancora sviluppate, ma nel momento non me ne rendevo conto.” 

“C’è innanzitutto da dire che lo sport è assolutamente un’”invenzione” positiva, in quanto non solo promuove l’attività fisica, che fa sempre bene al nostro organismo, ma proprio per i valori intrinseci che tutti gli sport trasmettono. L’altra faccia della medaglia è che tantissime ragazze, o ragazzi, che praticano sport a livello agonistico, in una percentuale maggiore rispetto a quella dei loro coetanei possono andare incontro ad un disturbo alimentare. Ciò accade soprattutto per quegli sport in cui il corpo è messo “in bella mostra”, o in cui si crede che un’eccessiva magrezza possa essere un vantaggio a livello della competitività. La ginnastica, ad esempio, ricade in una di queste categorie.”, spiega la dottoressa Cacciatore, medico endocrinologo nel centro Disturbi del Comportamento Alimentare all’Istituto Auxologico Italiano.  

La sua testimonianza può aiutare a capire meglio il fenomeno: dopo lo scandalo di fine 2022, l’Auxologico è stato in prima linea nella situazione. In collaborazione con la Federazione Ginnastica d’Italia, infatti, ha organizzato eventi dedicati alla sensibilizzazione sull’argomento, come quello tenuto a Meda lo scorso 15 marzo (in cui, tra l’altro, si celebra ogni anno la giornata nazionale del fiocchetto lilla, dedicata ai disturbi del comportamento alimentare), intitolato “Volteggiare liberi con il corpo e con la mente”. Sono stati anche strutturati corsi dedicati agli allenatori, volti a educarli a riconoscere precocemente segnali di malessere nei loro atleti per poterli curare ed indirizzare al meglio. 

Lo conferma Chiara: “La Federazione ha organizzato diverse campagne […] Inoltre, ha istituito un servizio di Safe Guarding, che tutte le società devono avere: consiste in un responsabile, nominato dalla società stessa, a cui le ginnaste possano rivolgersi in caso di maltrattamenti o segnali di “non salute”, in modo che la Federazione possa esserne informata e comportarsi di conseguenza.” 

“È necessario – spiega Chiara, riferendosi alla gestione delle atlete all’interno della sua palestra – rimanere vicino sia all’atleta che alla famiglia, perché l’obiettivo, se la palestra è un ambiente dove la ginnasta è sempre stata bene, è collaborare perché lei superi il problema e torni a fare ginnastica, che è quello che le è sempre piaciuto fare.” 

La guarigione è possibile, Laura e Valentina ne sono la dimostrazione. Dando un consiglio alle ragazze che stanno passando ciò che hanno passato loro, comunicano: “Potrebbe essere anche una frase fatta, ma non siete sole. […] Chiedere aiuto è la cosa principale: prima ci si rende conto di avere un problema, meglio è.” 

“È importante non arrendersi, non pensare che non ci sia una fine. […] Ti devi impegnare veramente tanto: ci sono momenti in cui stai bene e momenti in cui stai male, ma quei momenti servono: è proprio grazie a quelli che poi guarisci.” 

Ai genitori, invece, la dottoressa Cacciatore manda un messaggio importante: “Non colpevolizzatevi. Tante volte mi arrivano in ambulatorio genitori che mi dicono: “Pensavo fosse l’età, pensavo fosse qualcosa di passeggero, e invece…” È importante stare attenti, essere tempestivi, nei limiti, ovviamente, di quello che questa parola può significare.” 

Ma soprattutto, a tutti: “Il corpo è una parte importante di noi, che va curata, coccolata, amata per quella che è, senza stare a focalizzarsi sui numeri. Perché, come dico sempre, quando ci presentiamo ad una persona nuova quella non è che ci guarda e dice: “Ah, chissà quanto pesa…”, ci guarda e dice: “Ah, che bel taglio di capelli, che sguardo simpatico, che bel sorriso.” Sicuramente, quando ci presentiamo, non si focalizza sul nostro peso.” 

È chiaro che, nel momento in cui nasce un disturbo alimentare, lo sport non può essere considerato come unica causa: questi disturbi sono complessi, e vengono influenzati da fattori biologici, oltre che psicologici, ambientali e sociali. Dalla testimonianza della dottoressa Cacciatore, soprattutto a livelli agonistici “Si aggiunge anche tutta la pressione messa a livello sociale, familiare, dei coach e degli allenatori che “galvanizzano” l’atleta per raggiungere, giustamente, anche il risultato eccellente.” 

È bene ricordarsi, però, che certi sport (come la ginnastica) sono più “a rischio” di altri, ed è per questo che allenatori, Federazioni e Istituti specializzati hanno iniziato a collaborare