Il vuoto tedesco
La versione sul virus non regge
Inchiesta di: Alessandra Benignetti, Andrea Indini

Ecco cosa non torna nella versione dei tedeschi

Il Covid-19 può annidarsi ovunque. Persino in una saliera. Così anche il gesto più semplice, come quello di passare il sale ad un collega a mensa può diventare un pericoloso veicolo di contagio. È in questo modo che il paziente 5 e il paziente 4 del cluster della Webasto si sono infettati il 22 gennaio nella sede dell’azienda che produce componenti di ricambio per auto a Stockford, una zona residenziale di 4mila anime ad ovest di Monaco, in Baviera. Forse non si sono neppure guardati. Si davano la schiena, seduti a due tavoli diversi. Eppure due giorni dopo il paziente 5 già mostrava i primi sintomi: febbre, nausea, vomito, tosse, dolori al petto, stanchezza e perdita di appetito. Le vie del Covid sono infinite, e per quanto accurato possa essere il “contact tracing”, resta sempre una percentuale di incertezza.

“Uno dei limiti del nostro studio è che naturalmente non tutti gli incontri degli infetti possono essere ricostruiti”, scrivevano in un articolo pubblicato lo scorso 15 maggio sulla rivista scientifica The Lancet, gli specialisti dell’Autorità bavarese per la Salute e la Sicurezza Alimentare, dell’Istituto Robert Koch, dell’ospedale universitario della Charité di Berlino e di altre istituzioni sanitarie tedesche. Gli stessi che hanno seguito gli sviluppi del cluster in Baviera. Finora, il primo esempio di trasmissione da uomo a uomo in Europa. Durante il “periodo di esposizione”, quello seguito all’arrivo da Shangai a Stockdorf il 19 gennaio, per una serie di riunioni, di una dipendente della filiale cinese della società, che già presentava i primi sintomi del Sars-Cov-2, “l’azienda ha tenuto riunioni ed eventi estesi”. “È possibile – continuano gli infettivologi su Lancet – che un caso infetto abbia incontrato un caso successivo talmente velocemente che nessuno dei due si ricordi dell’incontro”.

Per questo chi come Massimo Galli, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, crede che il virus sia arrivato in Lombardia a fine gennaio passando proprio dal cluster di Stockdorf, preferisce affidarsi alla “pista genetica” più che a quella del tracciamento. Stando alle conclusioni dei colleghi tedeschi il focolaio sarebbe stato isolato nel giro di qualche settimana con un totale di 16 infettati, tra cui 10 dipendenti dell’azienda. Secondo l’infettivologo del Sacco, invece, il virus potrebbe essere andato oltre, viaggiando fino al Lodigiano, una delle prime zone rosse d’Italia. “I dati evidenziano che il Sars-Cov-2 che ha infettato i pazienti italiani coinvolti nella prima epidemia nel Nord Italia e quello isolato negli altri pazienti europei e latino americani che hanno riferito di contatti con l’Italia, è strettamente collegato alla specie del virus isolato in uno dei primi cluster europei osservati in Baviera alla fine di gennaio 2020”, si legge in uno studio intitolato Genomic characterization and phylogenetic analysis of SARS‐COV‐2 in Italy, pubblicato da Galli sul Journal of Medical Virology il 24 marzo scorso.

Dalla Webasto però contestano la versione di Galli, assicurando che “nessuno dei dipendenti contagiati” abbia viaggiato in Italia “nei mesi di gennaio e febbraio”. In una nota diffusa il 10 marzo l’azienda, in realtà, chiarisce come “nessuno dei colleghi infettati, né i loro contatti diretti, sia stato in Italia dal 27 gennaio 2020”. Non è chiaro se qualcuno lo abbia fatto prima di quella data. Abbiamo provato a capirne di più interpellando direttamente la società bavarese. Ma alla nostra precisa domanda sulla possibilità di escludere qualsiasi viaggio di lavoro o svago in Italia antecedente alla data del 27 gennaio, giorno in cui la dipendente di Shanghai risulta positiva al test per il coronavirus, la risposta è stata quantomai vaga. “Sappiamo che ci sono delle pubblicazioni in Italia sulla teoria che il virus sia arrivato in Italia dalla Webasto, ci sono altre tesi mediche, ad esempio della Charité di Berlino, che dicono che quella parte del virus è troppo diversa per avere la stessa origine”.
Anche i numeri forniti dall’azienda sui contagi non tornano. In una nota dell’11 febbraio si parla di otto casi ospedalizzati: ma il 4 febbraio, secondo i dati forniti dal report pubblicato su Lancet i pazienti contagiati erano già 16, di cui 10 dipendenti della società di Stockdorf. E poi c’è un altro particolare che attira la nostra attenzione. In una serie di interviste agli impiegati contagiati raccolte dall’azienda e forniteci dalla stessa Webasto, uno dei dipendenti descrive le emozioni provate dopo aver scoperto di essere risultato positivo al tampone. “Non ero troppo preoccupato per me – racconta – ma per i miei contatti, compresa la mia nipotina, mia moglie, mia figlia, e gli amici con cui ho ero stato in vacanza sulla neve“.
Abbiamo chiesto alla società se sapesse di preciso dove l’impiegato fosse andato a sciare, ma al momento non abbiamo ricevuto chiarimenti in merito. Certo è che se tra le mete sciistiche low cost amate dai tedeschi c’è la Repubblica Ceca e, se la Svizzera non è alla portata di tutti i portafogli, l’Austria e l’Italia restano le destinazioni più gettonate per chi vive in Baviera. Che il virus si sia potuto propagare sulle piste da sci resta una supposizione grossolana, ma rimane il fatto che a preoccuparsene è proprio uno dei dipendenti infettati. Insomma, come il Covid sia arrivato a Codogno, ad oggi, resta un mistero. La versione tedesca, però, che rigetta a priori l’ipotesi che il virus sia approdato nel Lodigiano proprio dalla Baviera, presenta ancora parecchi punti da chiarire.