I SOPRAVVISSUTI
L'eredità di ebola
Ebola, The Outbreak PARTE 4

L’eredità di ebola

I ricordi sono prigioni crudeli quando, persa la speranza e la misericordia dell’illusione, la vita sprofonda nella malinconia del passato. I ricordi sono però anche il combustibile che anima i gesti folli, che annienta la cautela paralizzante e l’ordine prestabilito del senso comune. Sono salvezza quando dalla memoria ha origine l’audacia che mantiene viva la fiducia, sebbene tutto sia stato dato perduto.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu; Butembo, 31 luglio 2019. Il coro alla messa domenicale. L'epidemia di Ebola è in corso in Congo a partire dall'agosto 2018. L'epidemia ha provocato il secondo tasso di mortalità più alto dopo quello registrato in Africa Occidentale nel 2014, ma questa volta si registra la più alta percentuale di bambini che hanno contratto il virus

“Mia mamma mi amava, sì, lei mi amava e voleva che io mi diplomassi. Mi aiutava con lo studio, mi è sempre stata vicina e oggi, se sono riuscito a diplomarmi, è perché pensavo a lei e so che mi ha aiutato”. Claude Mabowa ha 21 anni, mi parla a tre metri di distanza, ci separa una rete arancione: non possiamo neanche stringerci la mano, ma solo guardarci e ascoltarci perché Claude è ancora positivo al virus ebola. È fuori pericolo, si trova nell’ala riservata ai convalescenti, ma nel suo sangue, nel suo corpo, ci sono ancora le tracce del morbo. La sua voce, il suo essere statuario, laddove tutto è genuflesso alla morte, lo rendono un mistico della sopravvivenza. È permeato da un dolore che spaventa, ha ancora sul volto le tracce della paura che pietrifica il coraggioso e di cui si percepisce il fremito.

 

Ma è custode di una rara sacralità, quella di cui sono latori i pochi che hanno osato ribellarsi all’imposizione di vivere con lo sguardo e il pensiero rivolti costantemente al ricordo dell’ ultimo momento prima della tragedia. C’è riverenza e non compassione, nell’immergersi nella sua storia, portatrice di un dramma difficile da concepire, ma anche di quell’orgoglio degli ultimi capaci del gesto folle di ribellarsi a un destino prescritto, a un’ingiustizia senza risposte. “La prima ad ammalarsi è stata mia sorella. Ed è stata anche la prima a morire. In casa non ci siamo subito accorti che si trattava d’ebola, perché lei soffriva d’asma e quindi pensavamo che il suo malessere, la sua difficoltà a respirare fossero legati a quella patologia. Invece era il virus e mentre l’assistevamo ci siamo infettati tutti”.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu; Beni, 26 luglio 2019. Nixon Mumbere Muhairwa, 12 anni, convalescente dopo essere stato curato dal virus. Il ragazzo ha perso sua madre e due fratelli per Ebola

Una lucidità e una ricostruzione dettagliata non lasciano prendere fiato e Claude prosegue, spiegando: “Poi è morta mia madre, è morto il mio fratello più piccolo e dopo anche io ho iniziato ad avere del malessere, la febbre non scendeva e mi hanno portato qui al centro di trattamento dove sono rimasto per quattro giorni in terapia intensiva. Una volta che ero fuori pericolo ho avuto un solo pensiero: fare l’esame per conseguire il diploma”. Una lucida irrazionalità, un germoglio di riscatto, una rabbia impossibile da decifrare, ma capace di generare una poetica del futuro. “Ho chiesto ai medici di trovare una soluzione perché potessi svolgere l’esame. L’ebola mi aveva distrutto strappandomi i miei cari e non volevo che si prendesse anche il mio domani. È stata allestita una camera speciale con un vetro che separava me dalla commissione. Ho svolto le prove scritte e poi la discussione orale con una tesi di filosofia. Sono riuscito a diplomarmi e sono convinto che sia stata mia madre ad aiutarmi, perché l’ho fatto per lei, per il suo ricordo”.

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Claude è uno dei sopravvissuti all’ebola e trascorre le giornate in una zona del Centro di trattamento che è stata deputata a tutti coloro che sono fuori pericolo ma nel cui organismo è ancora presente il virus. I convalescenti vengono dimessi solo nel momento in cui risultano negativi ai test e nel loro corpo non ci sono più tracce dell’infezione. È un limbo dell’attesa costante, dove i pensieri si rincorrono senza sosta, senza dare tregua. “Dopo che mi hanno detto che ero fuori pericolo, io non potevo crederci: non me ne capacitavo, ormai mi ero rassegnato all’idea di morire”.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu; Beni, 29 luglio 2019. Uno scorcio della città di Beni

Kabibale Komby Vianey è uno dei “guariti”: si tratta di quelle persone che, essendo ormai immuni, perché sopravvissute all’infezione, lavorano a stretto contatto con gli ammalati. E la sua decisione di votarsi all’assistenza degli altri è maturata nelle ore di attesa nel purgatorio della convalescenza. “Ero un maestro di matematica, avevo una vita normale, con un bel lavoro e tutte quelle possibilità che qua in Congo non sono scontate. Un giorno non mi sono sentito tanto bene, sono andato in ospedale e mi hanno fatto sdraiare sul letto di una persona che era morta a causa dell’ebola. È così che ho contratto il virus. Una settimana dopo, mi hanno diagnosticato la malattia. Mi sono terrorizzato, tutto era finito all’improvviso e io ormai pensavo che per me fosse giunta la fine”.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu; Beni, 29 luglio 2019. Una squadra della commissione di sorveglianza decontamina la casa di Kakule Kitche, un uomo di 26 anni risultato positivo all'Ebola

L’infermiere poi prosegue dicendo: “Mentre aspettavo di venire dimesso ho pensato molto e mi sentivo in debito nei confronti di chi mi aveva salvato ed è così che ho deciso di lasciare l’insegnamento e lavorare qua nel centro aiutando i malati. Racconto la mia storia, spiego loro che si può sconfiggere il male, cerco di dare conforto. Io ora sono l’infermiere dei sentimenti”. Non sempre però la salvezza dalla malattia corrisponde a una palingenesi e a una rivincita sul dramma. Talvolta un dolore impossibile da decifrare infetta le persone peggio del morbo, vi si insedia, alberga nell’intimo degli uomini e delle donne, condannandoli a un presente di pura tragedia che non ammette concessioni alla pietà.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu; Beni, 25 luglio 2019. I 54 km di strada tra le città di Beni e Butembo nella provincia del Nord Kivu è una terra di nessuno su cui lo Stato non ha alcun controllo

Roseline Kavira Lukando è seduta nel buio della casa in cui vive. Alle pareti ci sono le foto che ritraggono suo marito e suo figlio e sono loro, come altre duemila persone, i volti dell’ebola. Oggi, come in un memoriale del genocidio, le vittime sopravvivono infatti nei ritratti che i parenti appendono al collo o sulle pareti di casa: solo un’immagine perché non si perda la memoria, perché il mondo non si scordi dell’epidemia. “Io sono sopravvissuta, ma non ho più una vita. Ho perso tutti: mia madre, mio padre, mio marito e mio figlio che aveva solo due mesi!”.

Africa, Repubblica Democratica del Congo, Nord Kivu; Butembo, 30 luglio 2019. Kavira Lukando Roseline ha perso il padre, il marito e il figlio di due mesi a causa dell’Ebola. Anche lei ha contratto il virus, ma è guarita dopo tre settimane nel centro di trattamento

Le parole di Roseline rivelano l’entità del dolore di cui è portatrice la donna: “Io sono caduta in coma e al risveglio ho saputo che mio marito e mio figlio erano morti: morti. Io sono sola e nessuno mi aiuta, la gente mi evita, c’è chi mi lancia i sassi contro la casa, chi mi ha mandato lettere minacciando di uccidermi, per la comunità io sono la causa della morte dei miei cari, mi accusano di averli avvelenati e di essere pagata da chi ha importato l’ebola per sterminare la popolazione congolese”.