Molte banche italiane stanno chiudendo i conti bancari dei cittadini iraniani dopo averli fatti penare per riuscire ad aprirli. A volte senza alcuna motivazione fondata, altre spiegando apertamente che a causa della loro nazionalità non vogliono averli come clienti. Per evitare di incorrere in problemi con le autorità statunitensi.

Non si tratta di una svista causata dal lockdown, né di un’errata interpretazione delle misure di prevenzione adottate per la pandemia, ma di una pratica messa in atto già da tempo. Quando Ramin Moradi è arrivato a Roma nel 2017, con una borsa di studio per approfondire le sue ricerche nel campo degli impianti di recupero energetico dei rifiuti a bassa temperatura, era felicissimo di poter continuare la sua carriera in Italia. Non immaginava che l’ombra delle sanzioni internazionali contro l’Iran potesse aleggiare anche su uno studente ufficialmente invitato nel nostro paese come dottorando in Energia e Ambiente presso l’Università La Sapienza di Roma.

“All’inizio ero entusiasta all’idea di vivere una nuova esperienza di vita qui – afferma Ramin durante un’intervista concessa a InsideOver – era una bella opportunità per continuare la mia carriera in una città europea. Poi ho scoperto che nessuno era disposto ad aprirmi un conto, senza alcuna ragione particolare”. Avendone bisogno per l’accredito mensile dello stipendio, come previsto dalla sua borsa di studio, Ramin ha dovuto iniziare la sua peregrinazione, andando di banca in banca, da una filiale all’altra. “È così che ho scoperto Roma – continua il dottorando iraniano -. Se mi chiedeste di qualche monumento in città, potrei dirvi quale banca si trova lì vicino!».

Le sanzioni internazionali e lo scenario italiano

L’embargo contro l’Iran è iniziato subito dopo la Rivoluzione islamica nel 1979 e fu attuato dagli Stati Uniti a seguito dell’attacco all’ambasciata. La comunità internazionale e l’Onu si sono poi aggiunte con una serie di sanzioni economiche, inasprite ulteriormente negli ultimi 15 anni, in risposta alla “non sospensione” del programma nucleare iraniano, colpendo non solo l’esportazione di armi e la tecnologia nucleare, ma ogni settore: dal cibo alla medicine, dalle tecnologie mediche fino ai conti bancari.

Secondo i dati dell’Istat, sono oltre 12.500 i cittadini iraniani residenti in Italia. Un numero ben più alto se si considera chi è in Italia per motivi di studio o lavoro. Molte di queste persone sono state ufficialmente invitate sul suolo italiano e ciò rende la loro vicenda ancora più paradossale. Il racconto di Ramin Moradi sembra l’inizio di una barzelletta, ma ha un finale amaro. “L’ho visto con i miei occhi in una di quelle banche. Eravamo tre studenti: io dall’Iran, un altro dal Pakistan e un altro ancora dall’India” spiega lo studente iraniano. “Hanno preso i nostri passaporti – continua-, aperto i conti per gli altri due ragazzi, mentre la mia richiesta è stata rifiutata. L’impiegato mi disse che era a causa della mia nazionalità e che la banca non era interessata a lavorare con gli iraniani”.

Lo studente iraniano Ramin Moradi, dottorando in Energia e Ambiente presso l’Università La Sapienza di Roma, ritratto nel quartiere in cui vive. Ramin è stato vittima della discriminazione bancaria a causa delle sanzioni internazionali contro l’Iran, pur essendo stato invitato nel nostro paese con una borsa di studio. Roma, Italia 2020.

 

Negli ultimi anni, alcune delle maggiori banche europee e italiane hanno dovuto pagare multe da centinaia di milioni di dollari agli Stati Uniti per presunte violazioni delle sanzioni internazionali contro l’Iran. Questo spiega la riluttanza ad aprire conti correnti e instaurare rapporti lavorativi con clienti iraniani.

Tra studi pubblicati e contanti in casa

Dopo settimane di tentativi andati a vuoto e ormai in preda allo sconforto, Ramin era riuscito finalmente nella sua impresa di ottenere un conto bancario, seppur con un limite molto basso per le transazioni. Quindi ogni mese, calendario alla mano, ha dovuto prelevare dei soldi e lasciare spazio al bonifico dell’università, conservando i contanti nella sua abitazione. Nel frattempo ha continuato la sua prolifica attività in ambito accademico, pubblicando articoli scientifici dal titolo “Ottimizzazione di un generatore di aria solare con materiali a cambiamento di fase” (2017), “Analisi di un sistema di micro-cogenerazione costituito da turbina a gas iniettata di vapore alimentata da Syngas e integrata con il ciclo organico di Rankine” (2019), fino al più recente “Integrazione della gassificazione della biomassa con una micro turbina a gas iniettata a vapore e un’unità organica a ciclo di Rankine per la produzione combinata di calore ed energia” (2020).
Dopo più di due anni di grandi risultati e grandi disagi, Ramin ha provato a cambiare conto corrente per non avere più le stesse limitazioni, dovendo andare nel Regno Unito per un piano di mobilità previsto dal dottorato e dopo aver vinto un premio in ambito accademico. Così ha fissato un appuntamento in banca, ma dopo dieci giorni di attesa, il dottorando ha visto le cose andare di male in peggio: conto bancario chiuso, carta tagliata in due, un assegno per liquidare i fondi rimanenti.

Lo studente iraniano Ramin Moradi, dottorando in Energia e Ambiente presso l’Università La Sapienza di Roma, ritratto nel quartiere in cui vive. Ramin è stato vittima della discriminazione bancaria a causa delle sanzioni internazionali contro l’Iran, pur essendo stato invitato nel nostro paese con una borsa di studio. Roma, Italia 2020.

Discriminare in modo indiscriminato

Anche con l’emergenza globale legata alla diffusione del coronavirus, le ostilità tra l’amministrazione americana e quella iraniana non hanno portato ad alcuna tregua.

La crisi economica attuale va ad aggravare quella causata dalle sanzioni americane, mettendo ancor più in pericolo la vita dei cittadini iraniani. Così come il rispetto dei loro diritti fondamentali, anche in Italia. Prima di chiudere i conti correnti, le banche dovrebbero effettuare delle verifiche capillari sulle attività dei correntisti, ma trattandosi di un compito oneroso e prevedendo molti costi, la maggior parte di loro preferisce chiudere i conti in maniera sommaria, senza effettuare alcune distinzione e in un contesto particolarmente discriminatorio. Sono moltissimi i cittadini iraniani che cercano di portare all’attenzione la loro problematica, attraverso proteste sui social media, commenti nei forum e lettere ai media. Per lo più ignorati, nell’indifferenza generale. “La discriminazione che ho subito a causa della mia nazionalità in Italia, che fa parte anche dell’Unione e uropea – conclude Ramin – non ha eguali. Mi aspettavo che i diritti civili qui venissero rispettati di più. L’università mi ha invitato, ma purtroppo la società non è pronta. Potrebbero evitare di portare gli studenti qui, forse sarebbe più semplice”.

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