Cuba: l’educazione sessuoaffettiva e i diritti LGBTQ+ non sono un Gay Pride, ma uno stile sociale

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A Cuba c’è un istituto nazionale che lavora sull’educazione sessuale e sentimentale per la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e la formazione sull’uguaglianza di genere e sui diritti LGBTQ+. Si chiama Cenesex, esiste dal 1990 e collabora con Sinapsi, il centro di ateneo per l’inclusione dell’Università Federico II di Napoli. Siamo stati all’Avana, abbiamo parlato con sessuologhe, psicoterapeute, psichiatre, e con Mariela Castro Espín, direttrice del Cenesex e parlamentare, figlia di Raúl Castro e Vilma Espín. Ve lo raccontiamo qui…

«Abbiamo cominciato a lavorare per i diritti delle persone trans già alla fine degli anni Settanta, quando il virus dell’HIV rappresentava un vero allarme sociale. Quindi, quando è nato il Cenesex eravamo già pronti a parlare di prevenzione e formazione, anche perché l’istituto è strettamente dipendente dal Ministero della Sanità cubana». Mariela Castro Espín, figlia di Raúl Castro e Vilma Espín, è direttrice del Cenesex (Centro nacional de educación sexual) dal Duemila, parlamentare cubana e attivista per i diritti LGBTQ+. 

Mariela Castro, direttrice del Cenesex

Abbiamo incontrato Mariela al Cenesex, l’istituto pubblico cubano che studia la sessualità umana, l’orientamento sessuale, l’identità di genere, promuove la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e forma la società civile sulla consapevolezza sessuale e sentimentale.

«Quando sono stata nominata direttrice del Cenesex» – continua Mariela – «la prima cosa che ho fatto è stata mettermi a studiare, ricevere e ascoltare le persone che manifestavano dei bisogni. Come pedagogista, arrivavo dal mondo dell’infanzia, dell’adolescenza e delle famiglie ma non lavoravo con la sessualità. Quindi, quando ho ricevuto queste persone, ho chiesto loro se fossero interessate a essere anche formate per diventare promotrici di salute sessuale così da evitare la trasmissione di infezioni e l’HIV. Alcune accettarono con entusiasmo, altre no, decidendo di continuare a prostituirsi per conto proprio.

Ciò che volevamo noi, invece, era offrire una possibilità di partecipazione perché potessero essere parte della soluzione, rafforzando il senso di cittadinanza e di autotutela perché il problema non era nelle persone trans ma nella società e quello che dovevamo fare era proprio cambiare la società» – dice Mariela -, e aggiunge: «La trasformazione sociale è il parametro principale di un processo socialista rivoluzionario, è l’emancipazione completa. E come diceva Marx, la società non può dedicarsi a interpretare la realtà ma a ciò che può trasformarla. Già nel 2007 abbiamo cominciato a parlare di popolo LGBTQ+ e non di comunità perché la parola comunità è segregazionista, fa parte di una logica neoliberale che vuole segmentare i gruppi di lotta popolare, e i neoliberali nel mondo sono già riusciti a farlo. Basti osservare il modo in cui hanno venduto il Gay Pride come prodotto commerciale e manipolatore, profondamente patriarcale per l’egemonia che hanno gli uomini sulle donne e sulle persone trans all’interno dello stesso popolo LGBTQ+. Questo non vuol dire che non rispettiamo la storia del Gay Pride e dei paesi che lo organizzano, perché riconosciamo che è uno spazio di lotta popolare, ma è un modo di celebrare che non è coerente con la nostra postura. Noi conosciamo gli attivisti dei paesi in cui si fa il Gay Pride, e tutti ci hanno detto che sono stati usati, manipolati da questo modello».

Cenesex, Carla Padrón Suárez, psicologa specializzata nella cura e prevenzione dell’abuso sessuale infantile

Il Cenesex è un piano sociale ed educativo nato e voluto dalla Federación de mujeres cubanas (Federazione delle donne cubane), non solo ascritto al Ministero della Sanità ma anche a quello dell’Educazione. Il mese di maggio di ogni anno l’istituto celebra le giornate contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia per ricordare il 17 maggio del 1990, quando l’Organizzazione mondiale della Sanità cancellò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali.

«All’indomani del trionfo della Revolución, durante il primo congresso della federazione, le donne sollecitano, reclamano, chiedono l’educazione alla sessualità per i propri figli e per la propria famiglia. E fu proprio in quel momento che la combattente Vilma Espín, madre di Mariela, pensò a un gruppo nazionale di lavoro che prevedeva l’ingaggio di professionisti del settore sanitario ed educativo. In seguito, nacque l’idea del Cenesex che includeva anche sociologi, psicologi, medici, pedagogisti, tutte professioni che rafforzavano il gruppo inziale di lavoro». Ana María Cano López è psicologa e sessuologa del Cenesex dal 1990 e docente alla facoltà di scienze mediche dell’Avana. Nell’istituto è anche referente del Dipartimento del lavoro comunitario e dello sportello per le vittime di abuso sessuale infantile. «Nel 2005» – continua, «abbiamo ritenuto opportuno dare attenzione anche alle bambine, ai bambini e agli adolescenti vittime di abuso e di altre forme di maltrattamento perché era già da tempo che al centro ci chiedevano aiuto in questo senso», aggiunge la dottoressa Cano López.

Ana María Cano López, psicologa e sessuologa del centro

Angelie Oquendo Gómez è una donna trans di quarant’anni in attesa di essere operata ai genitali. Angelie è segretaria di direzione del Cenesex. Siamo sull’altalena, lei indossa una maglia elegante a pois che le evidenzia le spalle e la rende affascinante: «Sono una ragazza trans dal 2002, da quando ho compiuto diciassette anni. Ma so di esserlo da quando ne avevo tre e indossavo per gioco i vestiti di mia sorella. A cinque, mi piaceva mio cugino, e ricordo proprio che lo dicevo che mi piaceva. A dieci anni i miei genitori mi hanno portato da uno psicologo e dopo due anni di analisi fu spiegato a mia madre che non avevo dei problemi mentali, così a diciassette anni ho cominciato la mia transizione», dice.

Angelie vuole essere operata a Cuba perché nell’isola non ci sono costi da sostenere per l’operazione anche se il prezzo da pagare è l’attesa. «Dovevano operarmi lo scorso novembre, ero la 171esima, ma non mi hanno potuto operare perché proprio in quel periodo non stavo bene. Aspetterò ancora quindi, preferisco essere operata a Cuba perché so che l’operazione all’estero è molto cara, e poi perché ho i miei genitori qui, devo prendermi cura di loro», dice Angelie.

E poi continua: «Sono fortunata in confronto alle mie amiche trans perché i miei tratti maschili non sono tanto marcati e per questo non mi è capitato spesso di essere insultata per strada, ma nonostante ciò ho subito anche io episodi di bullismo. Ed è proprio il bullismo a essere una malattia mentale, e che va curata. Quando ho sentito parlare per la prima volta del Cenesex mi trovavo sul lungomare di L’Avana, era il 2002. Così, ho cominciato a frequentare il centro perché avevo saputo che ogni settimana si riuniva un gruppo di ragazze trans. Da quel momento la mia vita è cambiata», conclude Angelie. 

Dal Cenesex al nuovo Código de las familias (Codice della famiglia) sono passati trent’anni, ma il popolo cubano ha votato con un referendum a favore della legge n. 156/2022 che, oltre a sostituire il Codice precedente del 1975, va ad ampliare la tutela dei diritti includendo l’unione civile fra persone dello stesso sesso, l’adozione monogenitoriale, la maternità surrogata altruistica, riconoscendo in questo modo la diversità delle famiglie cubane, promuovendo la difesa dei diritti delle donne, dei bambini, delle persone LGBTQ+, degli anziani e delle persone con disabilità, e favorendo l’organizzazione egualitaria del lavoro domestico.  

«Il nostro ruolo, come Dipartimento giuridico e delle relazioni internazionali del centro, è quello di prendere parte alle decisioni e di fare quindi proposte che vengono valutate dal gruppo di lavoro. Ad esempio, molte delle cose che avevamo proposto nel Código de las familias sono state approvate. Chiaramente, si tratta di proposte che poi vengono adeguate dal Parlamento. E in altri casi, invece, ci sono decisioni in cui non partecipiamo direttamente ma sempre come consulenza nelle bozze di progetti che poi fanno il loro corso parlamentare. Il nostro ruolo perciò è di consulenza nei progetti di legge, nelle questioni relative alla sessualità, all’educazione sessuale, ai diritti dei gruppi LGBTQ+ e, più nello specifico, relativamente alla violenza di genere, all’abuso sessuale infantile e alle altre forme di maltrattamento su bambine, bambini e adolescenti», dice Fátima Yadira Abdula Ruíz, avvocata, capa del Dipartimento giuridico e delle relazioni internazionali del Cenesex.

Nei giorni in cui eravamo all’Avana, l’Asamblea nacional del poder popular (Assemblea nazionale del potete popolare) stava discutendo del nuovo Código de la niñez, adolescencias y juventudes (Codice dell’infanzia, adolescenza e gioventù) che è stato approvato dal Parlamento cubano il 18 luglio 2025 e che va a sostituire il Codice del 1978, riaffermando la corresponsabilità della famiglia, dello Stato e della società nella garanzia dei diritti di formazione, sviluppo e benessere dell’infanzia, dell’adolescenza e della gioventù, soprattutto in situazioni di vulnerabilità. Rafforza la proibizione del lavoro minorile e la difesa relativa a ogni forma di violenza. 

«Per quanto riguarda la violenza e l’abuso, noi lavoriamo anche sui danni emotivi che molto spesso si lasciano indietro. Lavoriamo tanto sulla destrutturazione del concetto di “famiglia unita” che rappresenta una manipolazione psicologica. Un bambino che vede violenza in famiglia, sia fisica sia psicologica, sarà un adolescente con gravi danni emotivi e un adulto con seri problemi personali e relazionali. Quindi, se una famiglia funziona meglio con due coniugi separati, resta sempre una famiglia in relazione al bambino. Di certo, sarà una famiglia che non gli causerà dei danni», afferma Carla Padrón Suárez, psicologa, psicoterapeuta infantile specializzata sull’abuso sessuale e sulla violenza di genere. Carla racconta quanto è delicata la faccenda della denuncia da parte delle madri che, quasi sempre, subiscono violenza insieme alle figlie, una violenza nelle sue più svariate forme. 

«Il lavoro nei territori con i diversi gruppi della popolazione, attraverso gli incontri, i laboratori, le giornate dedicate e i seminari portano ad avvicinarci sempre di più alle persone, soprattutto in quelle aree distanti dalle città in cui l’accesso ai servizi è più lento», dice Arahazay Lami Hormaza, capa del Dipartimento di lavoro comunitario del Cenesex e attivista sociale. Ma c’è qualcosa che è alla base di tutto ciò, per confermare le parole di Mariela Castro, ed è il concetto stesso della collettività a cui la società cubana sta lavorando dal trionfo della Revolución. Come riprendiamo dalle parole di Ada Caridad Alfonso Rodríguez, medica specialista in psichiatria, docente, studiosa del Cenesex con cui abbiamo parlato: «Cuba ha investito nella formazione del capitale umano. Questo è stato centrale nella politica del paese. E si può essere d’accordo o meno, ma è un pensiero umanista, una concezione sociale, un concepimento sociale centrato appunto sulle persone. Questa visione è stata portata nelle aule, nelle famiglie, nelle organizzazioni sociali. Vivere in un contesto solidale, un contesto in cui si guarda l’altro, a prescindere se l’altro appartiene o meno alla nostra società, e in cui non si è concentrati su sé stessi e sull’individualismo rende la società un laboratorio perché in costante movimento, in costante lotta. È proprio questo aspetto che caratterizza i professionisti cubani. Ed è proprio il concetto di società come laboratorio che in una situazione di complessità rende le persone tutte uguali, diversamente da come accade nelle realtà di governo con politiche neoliberali in cui vi sono condizioni di privilegio e condizioni di indigenza».

Ada Caridad Alfonso Rodríguez, classe 1955, è una delle esperte più adulte del centro che affianca le più giovani come Camila Durán Suárez, psicologa al servizio delle persone trans. Camila, 31 anni, collabora con Sinapsi, il centro di ateneo per l’inclusione dell’Università Federico II di Napoli e il professor Paolo Valerio, presidente onorario del centro e professore onorario di Psicologia Clinica del Dipartimento di neuroscienze e scienze riproduttive ed odontostomatologiche. «Il nostro lavoro con le persone trans» – dice Camila -, «consiste anzitutto nell’accoglierle, e poi cominciare a capire quali sono le loro inquietudini, quali sono le problematiche, quali sono i problemi che hanno in ambito sociale, familiare, e quali ripercussioni poi si manifestano dopo le loro scelte in ambito emotivo. Inoltre, capire il loro stato psicologico a partire dai valori endocrinologici, perché sappiamo che gli ormoni generano dei processi in queste persone, non solo fisici ma anche socioemotivi. Quindi, è un processo che si svolge congiuntamente con tutto il gruppo di lavoro dei professionisti, a cominciare dalla endocrinologa perché è importantissimo che la persona sappia che in qualsiasi momento non si senta di continuare il percorso può interromperlo, quindi non c’è bisogno di un medico che ti dica cosa fare e cosa no, ma di un medico che ti accompagni nella transizione».

La collaborazione fra il Cenesex e l’Università Federico II di Napoli è nata con un protocollo d’intesa nel 2018 per esplorare, attraverso una prospettiva multidisciplinare le best practies di sei paesi: Cile, Cuba, Francia, Italia, Norvegia, Portogallo,


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