Come ogni cliché che si rispetti, in una nazione caraibica come Cuba non possono mancare locali e feste in strada. La musica è onnipresente nelle strade di L’Avana, ma di notte le poche discoteche presenti sono affollate dai turisti, mentre i cubani cercano qualcuno che gli paghi l’entrata.

Il turismo sessuale continua a essere una pratica diffusa, sfruttata purtroppo dagli stessi abitanti dato che non è difficile trovare nelle vie di L’Avana Vecchia un cubano pronto a vendere una ragazza per un giorno intero a pochi pesos. Ai visitatori dell’isola non interessati a questo tipo di offerta, non si può dire che Cuba offra molto.

Il fascino della nazione in un certo senso è proprio la sua arretratezza: per un occidentale sarà divertente viaggiare in un auto degli anni ’50 o mangiare un panino a un prezzo modico, ma la verità è che questa è la condizione quotidiana dei cittadini cubani, senza alcun mezzo tecnologico e in piena povertà. Perfino la cultura, come tutto il resto, è in mano al governo; lo Stato si è impossessato anche dell’arte: se il fatto che ogni quartiere ha una galleria pubblica dove vengono esposti artisti locali sembra una buona idea, in realtà come ogni altra cosa le opere devono essere prima approvate dal partito.

“Ogni mese abbiamo un artista nuovo da esporre – dice orgogliosa la custode Maria, che durante il giorno sta seduta ad una sedia senza nemmeno una scrivania in una piccola galleria vicino Vedado, un quartiere di L’Avana – è un bene che l’arte sia disponibile a tutti. Lo vuole il governo”. In realtà gli avventori sono ben pochi e i locali preferiscono passare il loro, tanto, tempo libero in altri luoghi. Al festival del cinema di L’Avana la situazione è simile: non ci sono film americani, ma comunque il governo finanzia giovani cineasti locali. Finora però pochi film cubani sono diventati famosi e non è detto che qualsiasi sceneggiatura venga approvata dai politici prima di poter essere girata. Ma ai cittadini questo non sembra dare troppo fastidio, alla creatività vengono preferiti gli impieghi statali che garantiscono una minima entrata mensile.

La sessualità è trattata con molta libertà negli annunci in tv che spingono all’uso del preservativo, ma la verità è che i condom non si trovano facilmente e che i gay devono ancora nascondersi, come racconta in video un giovane che non ha il coraggio di mostrarsi in volto.

In pieno regime, anche se nessuno ne parla, Fidel Castro era solito mandare delle raccomandate alle persone che si pensava fossero gay. Chi le riceveva era convocato per una presunta visita militare, ma in realtà molti finivano nei campi di lavoro chiamati UMAP. Qui erano costretti ai lavori forzati e a subire delle torture, dato che l’omosessualità era, ed è tuttora, considerata una malattia a Cuba.

Mentre in Occidente i matrimoni fra persone dello stesso sesso sono finalmente considerati legittimi, nell’isola caraibica perfino la parola omosessuale è ancora poco usata. Il dispregiativo “maricones” è il termine utilizzato da chiunque affronti il discorso, di solito solo per prendersi gioco dei gay.

Per questo i giovani hanno paura di ammettere il proprio orientamento sessuale e davanti a una delle poche discoteche di L’Avana, mentre i ricchi turisti si fanno accompagnare all’interno da ragazzi del luogo, gli avventori rimasti fuori si spaventano davanti alla fotocamera perché, come dicono loro stessi, “hanno vergogna” di farsi vedere in questi luoghi dato che non sarebbero ben accetti a casa e sul posto di lavoro.

La loro speranza ora si chiama Mariela Castro, figlia di Raul, che più di una volta ha parlato a favore dell’accettazione dei gay. Il problema sarà però cambiare la mentalità dei cittadini locali, ancora troppo poco aperta e suggestionata dagli “insegnamenti” di Fidel per comprendere i differenti orientamenti.

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