Con il vento tra i capelli
per imparare a sognare
Testo, foto, video di Debora Corti

Con il vento tra i capelli

Questo reportage è tra i vincitori del corso di reportage della Newsroom Academy tenuto da Daniele Bellocchio

 

Vanni Oddera, classe 1980, è uno dei massimi esponenti del Freestyle Motocross al mondo. La moto l’ha sempre affascinato e con i primi lavori ed i primi stipendi, a 18 anni si è comprato una due ruote ed ha iniziato a girare per i boschi della sua Pontinvrea. Vinte le insicurezze dei genitori che lo volevano (e forse lo vorrebbero tutt’ora) semplice campione di pesca sportiva, Vanni si è avvicinato al mondo del Freestyle Motocross (FMX) vedendo Carey Hart conquistare il primo backflip durante i Summer X Games 2000 a San Francisco: è stata una folgorazione che gli ha lasciato poca speranza di scampo, un amore per uno sport estremo, che non lo ha mai più abbandonato. È così che, da autodidatta, studiando i video dei piloti statunitensi, Vanni Oddera è diventato uno dei nomi più conosciuti del mondo FMX.

Nel Freestyle Motocross, i rider si lanciano su delle rampe poste ad una distanza standard di 22 metri dal punto di atterraggio, e sfruttano il momento di volo per cimentarsi in acrobazie ed evoluzioni belle da togliere il fiato. Per Vanni, al FMX di alti livelli poi, si è da subito accostata anche una buona dose di sregolatezza, la classica vita “sesso, droga e rock ‘n roll” come la chiama lui “quella che ti piace e che non ti fai scivolare fra le dita”. È così che, con una KTM tra le mani, ha iniziato a girare il mondo per partecipare ad eventi e gare, puntualmente seguiti da party in discoteca per scaricare l’adrenalina accumulata durante lo show. Ed è proprio diretto ad una di queste feste che il caso gli presenta un’opportunità.

 

 

 

È il 2009 e Vanni cammina impaziente per le fredde vie della capitale russa, sperando di riuscire ad attirare l’attenzione di qualche autista in cerca di clienti. Un vecchio taxi di epoca sovietica rallenta stridendo per accostarsi a lui, e Vanni, impaziente, non lascia nemmeno che l’auto si fermi: spalanca la portiera e salta sul sedile. Ancor prima di allacciarsi la cintura, un penetrante odore d’urina lo travolge, e quasi lo fa sbottare. Infastidito, si sporge oltre le sedute anteriori per lamentarsi, e si accorge che il taxista è senza gambe: “Per me fu una sberla morale. Abbandonai la festa e capii che avrei dovuto fare qualcosa di più: cercare di cambiare il mondo intorno a me, e lo potevo fare solo tramite la mia passione, la mia moto”.

Passa la notte chiuso in hotel, solo con i propri pensieri per cercare di capire cosa può fare, il pallino fisso di dover voltare pagina che lo perseguita fino al ritorno nella sua Liguria, dove abita e si allena ancora oggi. L’idea che lo convince è così semplice che appare quasi banale: quello che fa deve iniziare a farlo per gli altri. Allora, a pochi giorni dalla fredda e folgorante notte moscovita, Vanni apre i cancelli dei suoi allenamenti al centro per persone disabili che ha vicino casa. Non è altro che una manciata di ragazzini appartenenti all’associazione di paese, che al posto di spendere il pomeriggio tra le spente mura della fondazione, vengono invitati a stare all’aria aperta e guardare qualcuno sfidare tutti i limiti immaginabili. L’iniziativa semplice, e forse anche per questo funziona immediatamente: tutti i giovani vengono allineati ai lati delle rampe, per avere la possibilità di vedere un uomo volare da vicino, e Vanni inizia a saltare non più soltanto per sé stesso, ma anche, e soprattutto, per loro.

È così che nasce la mototerapia, un po’ per caso, un po’ per passione, un po’ perché tutte le cose belle nascono “cadendo dal cuore”. Quando Vanni si rende conto del beneficio che passare una giornata così vicini alle moto dà ai ragazzi, decide di portare la mototerapia anche on the road, contattare i centri e le associazioni dei luoghi dove si esibisce con gli show, e caricare il maggior numero di persone possibili in sella. È un processo lento, ma Vanni ed il suo entourage ci credono sin da subito, accollandosi costi ed opportunità di tempo e capitali: “Fare mototerapia è la cosa più rock ‘n roll che esista.”, confermano i piloti del suo team, i DaBoot. Ad oggi, il team, conta tre riders professionisti: Vanni Oddera, Massimo Bianconcini (5 volte campione del mondo nella specialità Step Up, l’equivalente motociclistico del salto in alto nell’atletica); Jannik Anzola (fondatore della JaFMXClass, vera e propria scuola di freestyle motocross nel bresciano); e due rookies, Stefano Pontiggia e Francesco Buetto, che si stanno formando rispettivamente sotto gli occhi attenti di Jannik e di Vanni, ma che si esibiscono e praticano mototerapia con lo stesso entusiasmo dei “veterani”.

 

Ed è proprio seguendo il team sui social che si può essere sicuri di non perdersi un evento: i DaBoot (soprattutto nei mesi estivi), fanno show e sedute di mototerapia ogni weekend, attraversando tutta l’Italia con spettacoli aperti al pubblico, dove le persone portatrici di disabilità sono particolarmente benvenute. Nonostante questo nomadismo, intorno al team si è creato un gruppo di fedelissimi ragazzi con disabilità di vario genere, che li segue un po’ ovunque, tanto che, ad oggi, in un anno i piloti DaBoot fanno più sedute di mototerapia che show di FMX.

La mototerapia è un concetto molto semplice: lo show viene dedicato ai ragazzi portatori di disabilità (sia fisiche che mentali), poiché altrimenti, in condizioni quotidiane, non avrebbero l’occasione di avvicinarsi alle moto. Vengono disposti dentro l’area di salto, vicino alle rampe, dentro all’adrenalina, all’anticipazione della rincorsa, al fiato sospeso che precede l’atterraggio. Il resto del pubblico, invece, rimane fuori, dietro le transenne di sicurezza: è così che i ragazzi si sentono speciali protagonisti, perché ad ogni salto, i piloti sfrecciano loro accanto, accendendo tutti i loro sensi con il forte rumore delle moto ed il pungente odore di miscela, eliminando per un momento tutte le limitazioni che le varie patologie comportano.

Ed aver visto un gruppo di tute colorate prendere il volo su due ruote e sfidare la forza di gravità, aver sentito l’adrenalina crescere e crogiolarsi all’altezza dello stomaco, aver gridato a squarciagola per superare il rumore, crea un senso di sicurezza in questi ragazzi che li spinge a lasciarsi andare e salire in sella con i piloti per sfidare anch’essi un proprio limite, come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Se stai tutta la vita su una sedia a rotelle e poi sali su una moto da cross,” spiega Vanni “è veramente come se noi salissimo su uno space shuttle e ci facessimo tirare in cielo”.

E allora è lì che accade la magia, è solo a seguito dello show di FMX che si può assistere a qualcosa di davvero speciale. Uno ad uno i piloti sfilano di fronte alle carrozzine, ridendo e prendendosi reciprocamente in giro con i ragazzi, e con l’aiuto di collaboratori e genitori li fanno montare in sella ed iniziano a guidare. Spesso sono le stesse persone con disabilità ad accendere le moto, a chiedere di impennare, di accelerare, di non smettere mai di girare. E poi si fa tutto rigorosamente senza casco: i riders sono dei professionisti, la sicurezza è garantita, ed il pericolo non esiste. Durante la mototerapia il casco diventerebbe soltanto una barriera, senza contare che si rischierebbe di creare discriminazioni, in quanto determinate forme di disabilità non permettono di indossarlo. Ed essere tutti sollevati allo stesso livello, è la condizione base della mototerapia: i sorrisi che si intravedono così, con il volto libero ed il vento tra i capelli, mentre le moto sfrecciano sull’asfalto, sono impagabili.

E che una giornata di mototerapia sia qualcosa di speciale, lo si percepisce dalla magia che viaggia nell’aria, che corre lungo la pelle al ritmo dell’incalzante musica rock che rimbomba nelle casse, ed arriva a solleticare la base della nuca; è qualcosa di potente ed allo stesso tempo silenzioso che sussurra: qui, oggi, gli equilibri vengono sbilanciati, e la normalità diventa protagonista.

Il gruppo di genitori che incontro mi confessa che hanno ormai fondato un fanclub. Laura, mamma di Simone è la prima a prendermi sottobraccio: suo figlio ha 15 anni, è affetto da tetraplegia e sordomutismo, ed ama la mototerapia alla follia. Grazie agli avanzamenti della tecnologia, con un impianto cocleare da entrambi i lati, oggi Simone sente benissimo, ma il suo unico veicolo di comunicazione resta ancora un’espressività facciale genuina e brillante, che non manca mai di strapparti un sorriso. Laura mi confida che persino a loro come genitori, la mototerapia ha cambiato la vita: “Vista la situazione di Simo, noi eravamo arrivati ad un punto in cui con lui non si poteva fare più nulla; eravamo proprio un po’ abbattuti.” Eppure, nonostante i dubbi iniziali, nonostante le incertezze dovute alla condizione delicata di Simone, nonostante l’insicurezza che lui effettivamente su una moto ci potesse salire (e men che meno andare), la famiglia Merlo si è fidata, e dalla mototerapia non si è più allontanata. “Questo mondo ci ha dato tanta voglia, tanta adrenalina anche a noi genitori.”, confessa Laura. “E poi, vedendo le espressioni di Simone, abbiamo capito la mototerapia più che gioia, libertà e spensieratezza, non può altro che essere”.

A rincarare la dose, ci pensa Debora, mamma di Manuel, affetto da sindrome genetica rara che comporta un grave ritardo psicomotorio e a cui la mototerapia fa effetto persino da lontano. “Da quando la frequentiamo siamo riusciti anche a scalare dei farmaci che lo aiutano a controllare gli impulsi emotivi. Accumulare tutta l’adrenalina e poi scaricarla, gli fa perdere la tensione che aveva dentro: Manuel si rilassa ed è più sereno anche per i giorni successivi.” Ed è qui che si cela il trucco per le famiglie: vedere il proprio bambino felice, rende qualsiasi genitore felice. Debora sorride a suo figlio mentre sale in moto ed aggiunge: “Lo scambio che c’è tra i ragazzi ed i piloti poi è bellissimo: in partenza sono estranei, e poi diventano i loro supereroi.”

Ma non è solo salire sulla moto con il proprio rider preferito che fa bene: è l’essere circondati da famiglie accomunate da una situazione di difficoltà che per un’intera giornata viene completamente annullata. Una delle cose più importanti della mototerapia è il sentirsi allo stesso livello degli altri, è l’eliminazione della distanza fra disabilità e normalità che la società fa sembrare insormontabile, è l’annullamento del senso di pietà che spesso questi ragazzi percepiscono nei propri confronti.

Ma la mototerapia non si è fermata alle associazioni per persone disabili: dal 2014 si pratica anche negli ospedali, nei reparti pediatrici di oncologia, dove con le moto elettriche, è arrivata persino in corsia. Il primo a partecipare al Freestyle Hospital, è l’Istituto Gaslini di Genova, dove per la prima volta in assoluto al mondo, una moto è entrata all’interno di un reparto. Da allora, oltre 60 ospedali in tutta Italia, Londra e Mosca hanno aperto le proprie porte accogliendo l’efficacia e l’impatto positivo che la mototerapia lascia non solo ai bambini, ma anche alle famiglie ed al personale medico coinvolto.

Il Dottor Luca Manfredini, responsabile dell’Hospice infantile “Il Guscio dei Bimbi” del Gaslini, mi racconta cosa si cela dietro la magia che le due ruote si lasciano alle spalle, anche in ambienti asettici come un ospedale. La giornata di questi ragazzi infatti è ritmata da fisioterapia, assunzione di farmaci, cura dell’igiene personale, passaggio assistito da letto a carrozzina, ed avere qualcosa che li porti vicino, anzi spesso un po’ oltre, a ciò che normalmente fanno i loro coetanei è impagabile. “Nella terapia del dolore esiste anche una terapia non farmacologica, e spesso la distrazione o la saturazione sensoriale sono trattamenti che vengono usati per i nostri pazienti.” mi spiega, assicurandomi che il concetto di base è estendibile anche ai ragazzi disabili, e non solo ai pazienti terminali di cui si prende cura lui. “L’attesa che precede la mototerapia, la terapia stessa, e l’idea che una cosa del genere possa tornare presto, forniscono una distrazione ed una saturazione sensoriale in senso positivo: le endorfine (miglior controllo del dolore) aumentano, e con loro la serotonina (controllo dell’umore).” La sicurezza garantita dalla professionalità dei piloti assicura un alto livello di tranquillità e godimento dell’esperienza anche da parte di genitori ed operatori: “Io dimenticherei il termine compassione: la mototerapia è fatta con passione, ed è questo che passa ai bambini”.

A lui fa eco la Dottoressa Viviana Vallegra, psicologa nel reparto di onco-ematologia presso lo stesso Istituto: “Tutti dopo la mototerapia sono sempre molto sollevati: la sorpresa iniziale si traduce in partecipazione molto sentita ed alto coinvolgimento. La sensazione di benessere che ne deriva, sicuramente trova evidenza sia nella riduzione dello stress, che nella liberazione di endorfine”.

La mototerapia ha grande effetto sul sense of agency, la capacità, cioè, di avere il controllo su ciò che ci circonda, e passa sia per l’aspetto del coinvolgimento fisico-motorio, che per quello di protagonismo del bambino stesso. “È un’esperienza su misura”, continua la Dottoressa Vallegra. “Coerentemente con quello che i bambini dimostrano e sono pronti a sperimentare, vengono accompagnati dai piloti. È il bambino che decide cosa fare”.

Anche l’aspetto della gratitudine e sollievo dei genitori nei confronti dell’opportunità donata ai figli non è da sottovalutare: “Sono delle possibilità che magari fuori non sono così normali come invece lo diventano all’interno dell’ospedale, per assurdo”, afferma sorridendo.

Nell’aprile 2020, in piena pandemia ed in pieno lockdown, arriva la prima vittoria ufficiale per la mototerapia: la Professoressa Franca Fagioli, insieme a delle collaboratrici dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, pubblica sull’European Journal of Integrative Medicine, uno studio comparativo pre/post mototerapia che ne sottolinea l’efficacia per quanto concerne la diminuzione della percezione di dolore nei piccoli pazienti oncologici. Lo studio, con dati quantitativi, registra ufficialmente proprio quello che i medici del Gaslini hanno evidenziato: la mototerapia è un successo di medicina integrativa.

È una vittoria che il team DaBoot si cuce addosso “per strada”, perché è in quello stesso periodo di “stop per tutti,” che i riders non si sono fermati. Grazie all’intervento di medici ed avvocati, con l’istituzione di protocolli di sicurezza specifici, Vanni ed il suo team hanno ideato la Mototerapia Takeaway. Accordandosi con i genitori, i piloti hanno sorpreso i ragazzi facendosi trovare in sella alla moto proprio fuori dalle loro camerette: “Entrare nella loro quotidianità, distruggendo la pericolosa monotonia che la pandemia stava iniziando a creare, è stato bellissimo. Per questo l’ho chiamata Takeaway. Avrebbe dovuto essere Delivery, ma dai ragazzi io ricevo sempre più di quello che do, anche quando c’è il COVID, che rende tutto più complicato.”, spiega Vanni.

È così che i DaBoot e la mototerapia sono stati l’unica terapia a spostarsi di casa in casa per tutt’Italia, raggiungendo ben 6’000 famiglie, ed è andando a supplire a quella sensazione di smarrimento e perdita del quotidiano che la pandemia ha provocato in tutti, ma che per i nuclei familiari con bambini disabili o affetti da neuro-atipicità, è stata particolarmente impegnativa. E così, muniti di mascherine e guanti, i piloti sono entrati nelle case dei loro ragazzi, rigorosamente in moto, e hanno colto l’occasione per viversi una sessione privata di mototerapia nei corridoi del condominio, nel parcheggio o nel parchetto vicino a casa, perché i limiti non esistono ed insieme si può fare tutto.

Ad oggi, oltre 60’000 ragazzi con disabilità, bambini ospedalizzati e persone affette da varie forme di autismo, hanno condiviso l’emozione della mototerapia e sfondato una barriera che prima sembrava insormontabile: sono protagonisti di un’esperienza speciale disegnata su misura per loro, con l’unico obiettivo di non escludere nessuno. La mototerapia fornisce parità a tutti, coinvolgendo tutti con un senso di pienezza e soddisfazione rari.

E anche per chi sta a guardare, l’effetto rimane pizzicante sulle guance per il resto della giornata, quando ci si rende conto che i muscoli intorno agli occhi sono tesi e non si riesce a smettere di sorridere.

Testo, foto, video di Debora Corti