A Sarajevo la presenza islamica non è una novità. La principale moschea della città fu costruita nel XVI secolo da Gazi Husrev-beg, architetto ottomano: di fronte al suo ingresso sorge uno dei locali più affascinanti della città, il caffè “Divan”, che prende il nome dall’omonima parola turca.

Per secoli la capitale bosniaca fu l’avamposto europeo del grande impero sviluppatosi a partire da Costantinopoli. La porta d’Occidente degli ottomani.

Nel 1878 la città entrò a far parte dell’Impero austro-ungarico volse lo sguardo da sud-est a nord-ovest. Negli ultimi anni, però, Sarajevo e Istanbul hanno ripreso a guardarsi: cullando il sogno di ricostruire l’impero del sultano, il presidente turco Recep Tayyipp Erdogan ha fatto inondare la Bosnia di una pioggia di denaro.

Ankara finanzia il restauro di antiche moschee e patrocina eventi per rinsaldare l’identità islamica del Paese ma non solo. La propaganda politica è anche più esplicita. Nel secondo anniversario del tentato golpe del 2016, sulla piazza principale di Sarajevo quell’avvenimento veniva riproposto attraverso la narrazione della viva voce dei più importanti politici turchi.

Frotte di turisti anatolici si riversano ogni anno fra le verdi colline della capitale bosniaca, ricordando i tempi in cui questa regione era solo una delle tante province dell’impero. Essi ormai puntano a scalzare il predominio dei turisti arabi, che dai lontani Paesi del Golfo arrivano in Bosnia con numerosi voli diretti e si aggirano fra i caffè avvolti in lunghi tabarri neri.

Tutti – turisti turchi, arabi e bosniaci – hanno lo sguardo perso dietro allo smartphone. Ma dietro lo schermo touch qualcosa si muove. Il mondo islamico torna a guardare a Sarajevo. E questa, nel III millennio, è sì una novità.

TRASPARENZA

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