ATOMIC ROOMS
La vita nei rifugi antiatomici di Pechino
Testo e Foto di Antonio Faccilongo

Atomic Rooms

Il recente scontro tra Russia ed Ucraina, e la crisi umanitaria che ne consegue, hanno riportato alla luce vecchi dissapori tra Occidente e Oriente, facendo ripiombare il mondo all’era della Guerra fredda. Vladimir Putin, in vari comunicati ed interviste, ha parlato di “conseguenze catastrofiche” in caso di intervento militare della Nato, non escludendo la possibilità di utilizzare il suo florido arsenale nucleare. Forte anche dell’appoggio del presidente bielorusso Alexander Lukashenko. La minaccia sembra più un tentativo di mettere pressione sull’opinione pubblica interna e internazionale, che una reale e concreta possibilità.

La guerra e l’innalzamento delle tensioni geopolitiche internazionali hanno alimentato la psicosi per lo scoppio imminente di una guerra nucleare, in particolar modo in Europa. Le farmacie di tutto il vecchio continente, per le eccessive e spropositate richieste, stanno esaurendo le scorte di pillole di iodio acquistate nella disperata ricerca di rimedi anti radiazioni. Ma non solo, si è registrato un aumento record di richieste di informazioni per la realizzazione di bunker atomici privati. L’imprenditore mantovano Giulio Cavicchioli, proprietario della Minus Energie, racconta di aver ricevuto 500 telefonate da persone spaventate dal contesto internazionale nelle ultime due settimane. Numero gigantesco se confronto con i dati degli ultimi 20 anni dove l’azienda ne aveva costruiti 50, ad un prezzo medio di 85mila euro. 

Basta spostarsi di 8mila chilometri più ad est per scoprire una storia incredibile diametralmente opposta. Dalla psicosi europea di ritrovarsi a vivere nei rifugi atomici passiamo in Cina dove questi stessi luoghi sono da decenni simbolo di speranza ed un’opportunità per raggiungere i propri sogni. Ogni giorno, un piccolo esercito di giovani provenienti dalla campagne si sposta in cerca di fortuna verso Pechino. Visto l’elevato costo della vita della città proibita molti scelgono di vivere in questi rifugi ridestinati a piccolissime abitazioni sotto terra. Si stima che fino ad un milione di persone vivano in questi luoghi. 

I rifugi atomici in Cina, in particolar modo quelli di Pechino, furono costruiti alla fine degli anni 60 durante la Guerra fredda e la possibilità di un conflitto nucleare. Mao Tse-tung, ossessionato da questa prospettiva, fece una nuova legge. Ogni nuova costruzione doveva avere un rifugio atomico in grado di ospitare tutte le persone residenti in quella zona ed in cui la popolazione potesse vivere per lunghi periodi, anche anni. Proprio per questo, i bunker erano forniti di elettricità, acqua corrente e servizi igienici, creando già all’epoca di fatto i servizi base per rendere questi luoghi vivibili. Nella sola Pechino furono velocemente costruiti circa 10mila bunker. 

Negli ultimi tre decenni, il dipartimento della difesa di Pechino ha affittato questi rifugi a degli imprenditori desiderosi di trarre profitto dalla conversione degli ex rifugi antiatomici in minuscole unità residenziali dove oggi risiedono i migranti economici provenienti dalla zone cinesi periferiche e meno sviluppate economicamente. La maggioranza inizia la sua avventura a Pechino accettando lavori non qualificati nelle zone centrali della città, seguendo contemporaneamente corsi di formazione, perlopiù nel settore informatico, con la speranza di guadagnarsi nel tempo una posizione sociale più elevata. 

Negli ultimi decenni, Pechino ha assistito a un aumento vertiginoso dei prezzi delle case. In media, un metro quadrato in vendita costa 6mila euro, rendendola la terza città più costosa del mondo. Mentre affittare un letto in una stanza condivisa in questi rifugi costa intorno i 20 euro al mese, che è molto conveniente rispetto al costo di un affitto “tradizionale”. 

 

Inoltre, i migranti a Pechino non hanno diritto al permesso di soggiorno ufficiale noto come “Hukou”. Questa autorizzazione permette alle persone di accedere ai servizi pubblici solamente nel luogo di origine della famiglia. Un sistema un po’ obsoleto che aveva come obiettivo quello di frenare le migrazioni verso le grandi città e non far svuotare le campagne. 

Tale permesso dà diritto a chi ha un reddito basso di ricevere una casa demaniale a regime economico agevolato, ma consente anche di accedere gratuitamente alla scuola e ai servizi di sanità pubblica. I migranti giovani, e spesso poveri, preferiscono vivere in questi sotterranei claustrofobici anche per risparmiare dei soldi in caso di malattia, a cui dovranno provvedere privatamente, ma anche per pagare i costi dell’istruzione dei loro figli. 

Negli ultimi anni alcuni rifugi sono stati riconvertiti in centri culturali grazie all’attività di alcune associazioni. Gli spazi sono stati trasformati in scuole, negozi, sale biliardo, karaoke e servizi di prima necessità.

Testo e Foto di Antonio Faccilongo