
ANAGNORISIS
I disturbi alimentari nella comunità LGBTQIA+
I disturbi alimentari nella comunità LGBTQIA+
I disturbi alimentari nella comunità LGBTQIA+
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I disturbi alimentari sono una realtà complessa e spesso invisibile, che nella comunità LGBTQIA+ si intreccia con sfide legate all’identità, al pregiudizio e alla ricerca di appartenenza. Questo reportage esplora le testimonianze di chi ne ha fatto esperienza e le voci di esperti nel trattamento di tali patologie, evidenziando l’urgenza di un cambiamento culturale e sociale.
“La prima grande manifestazione d’amore che un essere umano può compiere nei confronti di un suo simile è quella del riconoscimento”, scrive Leonardo Mendolicchio in Il peso dell’amore. La compassione, invece, è il primo grande atto d’amore che un individuo può compiere nei confronti di sé stesso.

È da questa consapevolezza che partono le storie di Andrea, River, Edoardo e Geo, quattro persone LGBTQIA+, che si trovano in fasi diverse del percorso di guarigione dai disturbi alimentari e della nutrizione. Ognuno di loro ha espresso con urgenza il desiderio di raccontare la propria esperienza, non solo per dare visibilità a una voce che spesso viene ignorata, ma anche per condividere ciò che hanno imparato su se stessi, sulla loro identità, sulla guarigione e sulla società. Non è la malattia ad accomunarli, né a definirli, ma la consapevolezza di una responsabilità verso sé stessi e verso altri che potrebbero affrontare un dolore simile.
Andrea è un attivista per i diritti LGBTQIA+ e i diritti umani; River, appassionato di teatro, scrive poesie ed è amante del cosplay; Edoardo, studente di medicina, aspira a specializzarsi in psichiatria e suona il pianoforte; Geo è un artista e attivista transfemminista e antispecista, coinvolto in azioni di disobbedienza civile nonviolenta a difesa dei diritti degli animali. Anime potenti che si esprimono attraverso l’arte e l’impegno pubblico. Anche se non si conoscono e vivono a centinaia di chilometri di distanza, sono uniti da un filo invisibile che lega un’intera generazione alla ricerca di comunità, diritti, inclusività, salute mentale, sostenibilità e giustizia sociale.

Disturbi Alimentari nella comunità LGBTQIA+: l’epidemia invisibile
Secondo il modello del minority stress elaborato da Ilan H. Meyer nel 1995, le persone LGBTQIA+ (acronimo che designa Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender, Queer, Intersessuali e Asessuali, dove il + indica le identità di genere e gli orientamenti sessuali non aderenti agli standard del binarismo cisessuale e dell’eterosessualità) sono maggiormente esposte al rischio di stress e disagio psicologico in quanto appartenenti a una minoranza. La fonte del malessere è attribuibile a fenomeni di discriminazione, bullismo e violenza, nonché alla presenza di stigma, pregiudizi, omofobia e transfobia fortemente radicati nella società.

Un esempio di come questi fattori possano influenzare profondamente la vita di un individuo è condiviso da Andrea, che racconta un episodio della sua adolescenza: “Quando avevo più o meno 13/14 anni è avvenuto un evento abbastanza traumatico nella mia vita in cui pensavo che tutti avrebbero scoperto che ero omosessuale. La paura è stata tanta che mi ha traumatizzato e mi ha portato a un episodio depressivo molto grave. Ero forzato a letto, ho cominciato a smettere di mangiare. Non volontariamente, non riuscivo proprio a ingurgitare niente, il cibo non andava giù”.

Le persone LGBTQIA+, oltre a far parte di una minoranza, si confrontano, spesso in giovane età, con situazioni complesse come il coming out, le possibili difficoltà nel costruire amicizie e relazioni sentimentali, gli eventuali percorsi di transizione e le terapie ormonali per l’affermazione di genere. Le sfide uniche che affrontano, insieme ad altri fattori biopsicosociali, possono aumentare il rischio di sviluppare disturbi dell’alimentazione e della nutrizione (noti anche come disturbi del comportamento alimentare, disturbi alimentari o DCA), che si caratterizzano per comportamenti disfunzionali riguardo al cibo e al corpo e compromettono significativamente la salute fisica e il benessere psichico (Parker & Harriger, 2020). Inoltre, i disturbi del comportamento alimentare sono spesso associati a comorbilità con depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi d’ansia, fobie specifiche e altre patologie psichiatriche (Federazione Italiana Disturbi Alimentari).

La ricerca evidenzia che le persone LGBTQIA+ hanno maggiori probabilità di soffrire di disturbi alimentari rispetto ai coetanei etero e cis-gender (Johns et al., 2020; Parker & Harriger, 2020), con un alto rischio per le persone transgender e non binarie (Nagata et al., 2020). Secondo un sondaggio online condotto nel 2020 dal Trevor Project, organizzazione non profit statunitense dedicata alla prevenzione del suicidio nella comunità LGBTQIA+, i dati mostrano che su 34.759 giovani il 9% degli intervistati di età compresa tra 13 e 24 anni ha affermato di aver ricevuto una diagnosi di un disturbo alimentare, mentre il 29% ha dichiarato di non aver mai ricevuto una diagnosi, ma di sospettare di soffrirne.

Non solo donne: un problema trasversale a ogni genere ed età
In Italia, nel 2023, le persone in cura per disturbi alimentari erano circa 3 milioni e mezzo. La pandemia ha peggiorato la situazione e dal 2019 al 2023 si registra un 20% della popolazione ammalata sotto i 14 anni e una maggiore diffusione nella popolazione maschile (il 20% nella fascia fra i 12 e 17 anni). Non sono al momento disponibili dati nazionali sulla popolazione LGBTQIA+ e i disturbi alimentari continuano a essere associati con l’universo femminile. In realtà, come spiega Aurora Caporossi, founder e presidente dell’organizzazione non profit Animenta, “I disturbi alimentari sono democratici: non hanno né genere, né peso, né età. Sono un fenomeno trasversale a tutte le categorie e intersezioni sociali, compresi l’orientamento sessuale e l’identità di genere”.

Questo pregiudizio si riflette nelle esperienza vissuta da Edoardo: “Nel primo centro dove ho fatto dei colloqui, ho trovato un contesto molto femminile: c’era un edificio dedicato con tutte le scritte rosa. Mi sono sentito un po’ spaesato, anche giudicato. Sono uscito da questi colloqui con un foglio con su scritto “diagnosi di disturbo alimentare non definito”. Questa cosa mi ha colpito negativamente perché era come se mi dicessero: “Sì, effettivamente non possiamo dire che tu non abbia problema, però non possiamo dire anoressia nervosa, non possiamo dire bulimia nervosa. Perché? Perché sei un ragazzo, non sei così grave. Mi ha fatto davvero molto male, tanto da non voler iniziare il percorso in quel luogo”.

La convinzione diffusa che i disturbi alimentari siano un problema prevalentemente femminile porta a una significativa sottodiagnosi negli uomini, i quali possono essere meno inclini a chiedere aiuto e ciò può far sì che i pazienti ricevano assistenza solo quando la malattia è già in stadio avanzato o che non la ricevano affatto. Di conseguenza, se le persone non si sentono legittimate a chiedere aiuto o se la loro malattia viene sottovalutata, quante possibilità avranno di guarire?

Stigma sul peso e ruolo della Diet culture
“Sei solo in cerca di attenzioni”, “Non fare i capricci”, “È solo una fase”, “Dovresti solo smettere di pensare al cibo”, “Sei pigro/a”, “Ci vuole forza di volontà”.
Sui disturbi alimentari domina una narrazione che tende a invalidare e sminuire i segni di malattie psichiatriche gravi di cui si può morire. Eppure ammalarsi non è una scelta e non c’è una colpa in questo, così come per guarire non basta volerlo. La pericolosa retorica neoliberista del “se vuoi, puoi” alimenta l’illusione di essere in controllo su tutto ciò che ci accade e di vivere in una società meritocratica, nuocendo grandemente alla prevenzione, alla diagnosi e alla cura nonché a fomentare un senso di inadeguatezza.

In questo contesto, la grassofobia e lo stigma sul peso, ovvero gli stereotipi, il pregiudizio e la discriminazione verso persone giudicate sovrappeso e/o obese, giocano un ruolo importante. Chi soffre di anoressia è spesso percepito come una persona dotata di grande forza di volontà, con obiettivi ambiziosi e il desiderio di essere in forma. Al contrario, chi soffre di binge eating tende a essere considerato debole e pigro. Questo è dovuto anche alla rappresentazione mediatica dei disturbi alimentari, che si focalizza solo sull’aspetto alimentare e promuove programmi e pubblicità che perpetuano stereotipi suggerendo di cambiare aspetto, mentalità, status per compiacere gli altri e superare i propri limiti.
I media e la cultura glorificano la magrezza come simbolo di bellezza e successo, mentre il sovrappeso è visto e raccontato negativamente. Questo pregiudizio si riassume nella cosiddetta Diet culture (cultura della dieta), che incoraggia diete, restrizioni alimentari e trend virali sui social come il “What I eat in a day”o il “Transformation Tuesday”. In questo contesto, il Male gaze (sguardo maschile oggettivante) è complice e influisce negativamente, oggettivando non solo le donne cisgender eterosessuali, ma anche alcuni sottogruppi LGBTQIA+, che subiscono le ripercussioni di un sistema patriarcale che impone standard estetici da una prospettiva maschile dominante.

La dott.ssa Sara Olivieri, dietista e founder di InizioLunedì, porta un esempio di stigma in ambito medico: “Immaginando la situazione di una persona con corpo non conforme e con una disabilità motoria, il medico si accorgerà che questa persona soffre di binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata) o darà per scontato che siccome è in carrozzina sicuramente quella persona non si muoverà molto e quindi il suo peso sarà condizionato da quello? Fino a che punto indagherà? Questo fenomeno si chiama stigma implicito e sono comportamenti che spesso mette in atto il personale sanitario che fanno sì che si dedichi più o meno tempo e attenzione alla persona che abbiamo di fronte”.

Ne è conferma la testimonianza di River: “Una paura che avevo e che ho ancora è quella di non essere creduto, di essere persino incolpato e giudicato. È successo che un medico mi abbia accusato di mangiare troppo durante uno dei periodi peggiori della mia malattia”.

Oltre il corpo: il dolore inespresso
Il dott. Leonardo Mendolicchio, psichiatra e founder della rete Food for Mind, scrive: “Nei ragazzi e nelle ragazze affetti da disturbi alimentari mi ha sempre colpito l’impossibilità di raccontare con le parole le loro storie e le loro vite, e il conseguente bisogno di utilizzare il proprio corpo come strumento narrativo”.
Corpo, cibo e peso sono i tre pilastri visibili dei disturbi alimentari e spesso si fa proprio leva sull’alimentazione per trovare una soluzione, magari consultando un nutrizionista come prima risorsa, ma non è possibile risolvere un sintomo senza affrontare la radice del problema. Questa radice è un disagio che si è sviluppato in un momento specifico e può essere legato al minority stress, ma vi sono anche altri fattori di rischio come eventi traumatici, fattori genetici, biosociali, situazioni familiari e la presenza di altre patologie psichiatriche.

“Lavorare oggi insieme a chi vive questa malattia significa soprattutto capire quanto i disturbi alimentari non riguardino solo il cibo o il corpo, ma ci raccontano in realtà di un dolore più profondo che a parole non riusciamo a esprimere” chiarisce Aurora Caporossi. “Il corpo diventa un mezzo, l’espressione di un sintomo. L’obiettivo del percorso di terapia è tradurre quel sintomo, capire cosa quella persona ci sta dicendo e quel dolore che si porta dietro”.
Questa prospettiva è confermata dalle parole di Edoardo, che descrive l’esperienza del disturbo alimentare come qualcosa che va oltre il cibo: “I disturbi alimentari non hanno quasi mai a che fare con il cibo, ma con il disagio della persona. La malattia è la punta dell’iceberg, uno sfogo di sofferenza, una richiesta di aiuto. Quando ho ricominciato a mangiare, sono andato al supermercato e mi sono detto: “Ora comprerò qualcosa che voglio davvero”. Ho passato ore a prendere le cose dagli scaffali, a metterle nel carrello e a toglierle finché non ho capito che nel supermercato non c’era nulla che potesse soddisfare la mia fame. Non era fame di cibo, era fame
di amore, di affetto, di sentirmi accettato, non giudicato”.

L’immagine corporea è un tema centrale perché rappresenta il modo in cui le persone affette dal disturbo si percepiscono e costruiscono la loro identità. Dietro questa immagine, si cela un ideale di perfezione: senza raggiungere un determinato standard, ci si sente privi di valore e incompleti. Si crea un’immagine ideale per essere accettati con la conseguenza di sentirsi sempre inadeguati, perché non si sarà mai all’altezza di un modello. Il risultato di questa dissonanza è la spinta continua all’inseguimento di un ideale inarrivabile: “Devo essere così, altrimenti nessuno mi amerà”.
Ciò che si ottiene nel tentativo di controllare il proprio corpo, diventa il metro per misurare il valore personale. Dall’altro lato, questo “dover essere” può sfociare nel comportamento opposto: il discontrollo. Si tiene a bada la sofferenza, si preserva un’immagine di sé per il mondo esterno per poi lasciarsi andare di nascosto agli attacchi di fame, ai sensi di colpa e riportare la situazione al punto di partenza con comportamenti compensatori quali vomito autoindotto, digiuni, lassativi, iperattività fisica, spiega il dott. Carlo Romano, psicologo del centro DCA Lilac.
A proposito, Geo condivide: “Dal 2019 ad oggi ho fatto molti digiuni, io li chiamo i digiuni della
tristezza. Ci sono situazioni in cui lo faccio perché ho litigato con i miei, oppure quando mi sento
troppo grosso e sento di averne bisogno o perché mi sento triste per un determinato motivo. Dietro
l’abbuffata invece c’è una sorta di sfogo, è un modo anche per non pensare, oppure scaricare la
tensione del troppo pensare”.

In questi disturbi, sia per le persone cisgender ed eterosessuali, sia per le persone LGBTQIA+, c’è un chiaro grido d’aiuto. Per quest’ultime, l’identità assume un valore ancor più significativo, in quanto sono già sottoposte a tentativi d’invisibilizzazione, e c’è la speranza, pagata a caro prezzo, di essere finalmente visti, riconosciuti, amati.
Disforia di genere e terapia ormonale di affermazione di genere
Secondo il DSM-5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, con il termine disforia di genere si identifica un forte disagio dovuto a un’incongruenza tra l’identità di genere di una persona e il sesso assegnatole alla nascita. È caratterizzata da un intenso desiderio di liberarsi delle caratteristiche sessuali primarie e/o secondarie e di possedere quelle del genere opposto, di
appartenere al genere opposto, a nessun genere o a entrambi.

River racconta: “Mi è stata strappata la femminilità. Quando pensavo ancora di essere una ragazza, per via del bullismo, tutti usavano la scusa della mia stazza per impormi la mascolinità, utilizzavano il mio dead name al maschile. Questa cosa ha influito sulla mia identità di genere e adesso mi sento sempre combattuto fra il desiderare di godere della femminilità, ma al tempo stesso evitarla, non solo per la disforia, ma anche perché c’è questo stigma che se un uomo cisgender fa qualcosa di femminile, allora “Sì, vai, distruggi i ruoli di genere!”, ma se una persona transmascolina lo fa, allora sta fingendo, non è davvero chi dice di essere”. La disforia di genere negli individui transgender può contribuire al manifestarsi di un disturbo alimentare in comorbilità, in quanto quest’ultimo può essere percepito come un valido alleato per sopprimere o enfatizzare determinate caratteristiche.
Per esempio, le persone transgender nate femmina (A.F.A.B.- Assigned Female At Birth) possono
tentare di ridurre la crescita del seno, diminuire i fianchi o eliminare le mestruazioni riducendo
l’apporto calorico. La testimonianza di Geo illustra bene questa esperienza: “Quando mi sono iniziate a crescere queste bolle di pelle (il seno), mi sono sentito come se stesse succedendo qualcosa che non volevo succedesse perché ho iniziato a essere scomodo, meno libero nei movimenti. Nell’estate 2010 è proprio cambiato il mio corpo. Andavo in questo posto vicino casa mia al mare e ci stavano altri bambini più piccoli di me. Loro hanno visto prima di me il cambiamento dovuto alla pubertà e io mi sentivo a disagio, perché volevo essere come loro, non volevo avere queste cose qua che crescevano”.
La dottoressa Giulia Senofonte, medica endocrinologa che dal 2013 si occupa di terapia ormonale per persone trans e non binarie, spiega: “Il primo motivo che porta le persone da me è voler cambiare alcune caratteriste corporee, e la terapia varia a seconda dell’effetto desiderato: può trattarsi della ricerca di una totale mascolinizzazione o femminilizzazione, oppure della modifica di solo alcune di queste caratteristiche”.
Quali aspetti deve considerare un endocrinologo quando persone con disturbi alimentari vogliono iniziare una terapia ormonale?

“La presenza di un disturbo alimentare attuale o pregresso non è assolutamente una controindicazione a iniziare la terapia ormonale. È ovvio però che il focus sul corpo, considerando il fatto che questo cambia durante la terapia, è qualcosa che va spiegato alla persona. Ad esempio, quando si fa una terapia a base di testosterone, nella stragrande maggioranza dei casi, soprattutto nei primi sei/nove mesi, accadono due fenomeni. Il primo è che per un’azione sodio-ritentiva trattieni i liquidi e quindi puoi sperimentare un aumento di peso corporeo. L’altro cambiamento è un aumento del senso della fame. Ed ecco qui che diventa fondamentale saperlo gestire. Quando mi trovo con persone che hanno avuto o hanno un DCA, c’è bisogno disinnescare il fatto che la terapia ormonale possa essere un trigger”.
Quali sono le sfide per gli endocrinologi?
“La sfida è agganciare la persona e instaurare un rapporto di fiducia in cui si senta accolta, non giudicata e non si senta ripetere le solite frasi come ‘Non ti preoccupare, che sarà un chilo in più, sei magra/o!’. Sono frasi potenzialmente pericolose, perché poi se la persona non si sente accompagnata in questo tipo di percorso, cosa succede? Non fa più la terapia ormonale? No, perché se c’è una disforia di genere, la vuol fare lo stesso, però magari si automedica”
L’automedicazione nella terapia ormonale si riferisce all’uso di ormoni senza supervisione medica,
spesso tramite fonti non regolamentate. Questo comporta rischi significativi, tra cui dosaggio
inadeguato, effetti collaterali gravi, dubbie qualità e sicurezza dei farmaci e assenza di
monitoraggio clinico. Senza una guida medica, aumentano le probabilità di complicazioni e danni
alla salute. “Quindi, quando io vedo o sento di persone che si automedicano, penso sempre che sia una sconfitta per l’endocrinologo, perché vuol dire che non è stato in grado di far sentire accolta quella persona”.
Non c’è salute senza inclusione: i limiti del Servizio sanitario nazionale
A luglio 2024 la mappatura dei centri di cura conta 136 strutture su tutto il territorio nazionale: 69 centri sono al Nord, 31 al Centro Italia e 36 tra Sud e Isole. Tuttavia, la terapia ambulatoriale specialistica è offerta nell’84% dei centri, la terapia ambulatoriale (intensiva/semi-residenziale/day hospital) solo nel 59% dei casi e la riabilitazione intensiva residenziale solo nel 26%.
Secondo la relazione dello scorso febbraio presentata al Senato dalla professoressa Laura Dalla
Ragione, direttrice rete DNA Usl 1 dell’Umbria: “Emergono forti differenze tra una regione e l’altra.
Nelle regioni dove sono presenti reti di servizi diffuse e specializzate nel trattamento dei DCA (Veneto, Umbria, Emilia Romagna, Lombardia) il tasso di ospedalizzazione, che segnala la necessità di un ricovero salvavita, è molto più basso. […] Un altro dato è quello della differenza della mobilità extra-regionale, molto elevata nelle regioni dove sono assenti o insufficienti le strutture di cura (Sicilia, Puglia, Sardegna, Abruzzo, Piemonte) e costosa sul piano economico per le regioni e soprattutto sul piano sociale e familiare. Anche i dati Rencam regionali (Registro nominativo cause di morte) sono purtroppo molto alti. Nel 2022 rilevano un numero di decessi di 3.158 persone con diagnosi legate ai disturbi alimentari con una variabilità più alta nelle regioni dove sono scarse o addirittura assenti le strutture di cura (Campania, Sardegna, Sicilia, Puglia)”.
Soffrire di un disturbo alimentare al Sud o al Centro significa dunque che se si avrà accesso alle cure, sarà con estremo ritardo. La situazione per i minori si complica ulteriormente. I dati dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornati a marzo di quest’anno, indicano che la maggior parte delle strutture (84%) prende in carico persone di età pari o superiore a 18 anni, l’82% si occupa della fascia di età 15-17, ma solo il 48% dei minori fino a 14 anni.
“Il limite dell’accesso alle cure è proprio l’accesso, nel senso che ciò che manca è la possibilità di fare la prima visita. Ci sono liste di attesa che in media vanno da sei mesi a un anno. C’è poi un altro tema che è quello dell’abbastanza grave. In alcuni centri viste le liste di attesa, visti i pochi fondi che hanno, mettono delle barriere di ingresso”, sottolinea Aurora Caporossi. Altri problemi risiedono nella prevenzione quasi inesistente, spesso affidata alle associazioni, alle non profit e ai centri comunitari LGBT, e nelle barriere all’accesso al supporto e al trattamento. Riguardo queste ultime, le persone LGBTQIA+ spesso affrontano la mancanza di personale medico culturalmente competente, in grado di gestire la complessità delle loro problematiche, oltre a una frequente carenza di sostegno da parte di famiglia, amici e insegnanti.
Come racconta Andrea: “All’epoca non ho ricevuto molto supporto né da amici, né dai miei parenti. I miei genitori sono divorziati, mio padre non è una figura presente, mia madre tra vari problemi non è riuscita a darmi l’attenzione di cui avevo bisogno. Le opzioni erano farla finita o fare qualcosa. Per fortuna non ho scelto la prima, anche se l’idea è passata alla mente molte volte. Era una situazione talmente grave che una qualsiasi parola di conforto mi avrebbe dato un supporto molto grande, anche una frase tipo “Stai tranquillo” mi avrebbe dato conforto”.
“Servono due cose: una è lo studio, l’altra è l’aggiornamento” secondo la dottoressa Sara Olivieri. “I professionisti della salute, nel momento in cui si confrontano con una novità, quale può essere la presa in carico di una persona LGBTQIA+, dovrebbero informarsi, adeguare il proprio linguaggio. Una buona strategia potrebbe essere quella di chiedere direttamente alla persona quali pronomi preferisce e se c’è qualcosa che non ha considerato che potrebbe essere un trigger, qualcosa che non lo fa sentire accolto. In questo modo, riusciremmo a capire un po’ di più rispetto a un approccio classico di subordinazione medico/paziente”.

Guardando al futuro
Nel contesto della comunità LGBTQIA+, i disturbi alimentari rappresentano una sfida significativa, intrecciandosi spesso con esperienze di discriminazione, rifiuto e lotta per l’identità. Guardando al futuro, è fondamentale puntare su sensibilizzazione ed educazione, passi cruciali per creare ambienti sicuri e inclusivi, dove ogni individuo possa sentirsi accettato e supportato; indagare i temi del riconoscimento e della visibilità, analizzare le dinamiche socioculturali tossiche figlie del capitalismo neoliberista, promuovere l’importanza del chiedere aiuto per costruire di una società più equa, più giusta, che non lasci nessuno indietro.
“Non bisogna essere visibilmente malati per chiedere aiuto, perché i disturbi alimentari riguardano il dolore e io non credo esista un’unità di misura per calcolarlo. Riuscire a cambiare la narrazione, non raccontare più storie a senso unico, significa anche far sì che le persone possano sentirsi legittimate, possano sentirsi rappresentate e dire ‘Io ho disturbo alimentare anche se non sono mai stata ricoverata, anche se non sono sottopeso, anche se ho ancora le mestruazioni, anche se sono un ragazzo”, afferma Aurora Caporossi.
Da un punto di vista collettivo, le terapie mirate e multidisciplinari, offerte da centri pubblici diffusi in modo capillare sul territorio, giocano un ruolo essenziale così come incrementare fondi ad hoc e promuovere politiche inclusive sarà la sfida complessa per i governi dei prossimi anni. È inoltre importante comprendere che la guarigione è alla portata di tutti, ma resta cruciale accendere i riflettori sulle esperienze all’interno della comunità LGBTQIA+, ristabilire un senso di comunità e battersi per i diritti affinché l’accesso alla prevenzione e alle cure non sia più un privilegio.
Da un punto di vista individuale, ciò che insegnano Andrea, River, Edoardo e Geo con il loro percorso di guarigione dai disturbi alimentari è di accogliere il proprio Io, con i suoi bisogni e i desideri, per essere infine davvero padroni di sé, lontano dalle logiche del controllo e del discontrollo.
Si ringraziano per la partecipazione e il supporto: Aurora Caporossi, Emma Lerro, Leonardo
Mendolicchio, Sara Olivieri, Valeria Fiorenza Perris, Carlo Romano, Giulia Senofonte.
Risorse utili: Animenta, associazione non profit; Food for Mind, centri presenti su tutto il territorio italiano; Istituto Auxologico Italiano, centro per la cura dei DCA; Lilac, centro per la cura dei DCA; Unobravo, piattaforma di supporto psicologico.
Sul titolo:
In greco antico, il termine anagnorisis (ἀναγνώρισις) significa “riconoscimento” ed è un elemento
ricorrente nelle opere narrative dell’epoca. Indica il momento in cui l’eroe scopre la propria vera
identità o viene riconosciuto dagli altri, acquisendo così una nuova consapevolezza della realtà.