“Lei è cristiano?” mi domanda l’agente doganale guardando la mia croce al collo.  Al mio assenso mi sorride, mi riconsegna il passaporto e mi risponde: “Anche io”. È una donna sui 30 anni, capelli nerissimi lunghi fino alle spalle, lineamenti del viso morbidi, tratti arabi. Sono all’aeroporto, appena atterrato a Beirut e la prima persona con cui parlo è un’araba cristiana. Come da queste parti ce ne sono tantissime. Libano, un fazzoletto di terra grande come la regione Umbria che confina con la Siria e con Israele e si affaccia sul Mar Mediterraneo. Cipro e lo coste greche sono a qualche miglio di distanza, l’Italia non è lontana. Tra questi monti convivono decine di diverse comunità, etnie, clan, tribù, fedi religiose, culture, usanze, ideologie. Proprio grazie al suo territorio impervio, ricco di stette valli, grotte e nascondigli, tra questi monti trovarono rifugio nel corso dei secoli tutte quelle minoranze che fuggivano dalle persecuzioni dell’Impero Ottomano. Cristiani, ebrei, drusi, musulmani sciiti e tanti altri hanno ricreato delle proprie comunità autonome e separate. A lungo convivendo pacificamente ed evitando di mischiarsi, facendo dell’appartenenza al proprio gruppo la propria principale forma di identità. Non è dunque un caso che, da quando è iniziato il tentativo di creare di costruire una nazione laica su modello europeo , in cui le persone vengano incentivate a identificarsi nello Stato e non nel clan, siano scoppiate in continuazione sanguinosissime guerre civili. Che oggi sono ancora in corso e causano ogni anno centinaia di morti

I cristiani libanesi sono coloro che maggiormente sono legati alla cultura politica europea. Da quando nel 1946 il Libano si è liberato dalla dominazione francese, essi hanno tentato di istituire una forma di Stato occidentale, ponendo la propria comunità come il primo interlocutore con le grandi potenze mondiali, in primis con Stati Uniti e Israele. Così facendo, però, si sono inimicati il mondo musulmano, generando sanguinosissimi conflitti che hanno costretto molti cristiani alla fuga all’estero. Oggi sono circa otto milioni i libanesi che vivono al di fuori dei confini nazionali. Solo quattro milioni sono quelli in patria. Tra questi i cristiani sono un milione e 200 mila, suddivisi in 13 diversi gruppi.I conflitti che accompagnano la storia del Libano hanno indotto ogni comunità a istituire una propria milizia armata. Quella cristiana, nata nel 1934 e chiamata Falange, si è ininterrottamente scontrata con le milizie musulmane e con gli eserciti stranieri che hanno a più riprese occupato il Paese. “Mi sono arruolato a 14 anni” racconta Nassib Wehbe” 51 anni, ex falangista e oggi esponente della comunità maronita di Beirut. Ferito ad una gamba durante i combattimenti all’età di 16 anni, è dovuto fuggire in Italia, dove ha vissuto per oltre 20 anni. “Al tempo non si aveva scelta: o si combatteva o si veniva massacrati. Se oggi i miei figli si dovessero trovare nella stessa situazione li manderei all’estero. Ma se dovesse scoppiare la Terza Guerra Mondiale no. Li terrei qui. I libanesi sono abituati a convivere con la guerra, con la violenza, con il pericolo. Le famiglie saprebbero vivere di autoconsumo, difenderebbero le proprie case, si instaurerebbe una solidarietà che nel mondo occidentale si è persa”.L’abitudine dei libanesi alla guerra è evidente, Beirut è una città blindata. I posti di blocco, controllati da militari armati di mitra, sono ogni poche centinaia di metri. Alti muri di filo spinato separano i diversi quartieri, ognuno dei quali è abitato da una diversa comunità e controllato da una differente milizia. Imponenti palazzi moderni appena edificati si affiancano a case con le mura completamente perforate dai proiettili. Le grandi moschee e i loro minareti convivono con  le cattedrali e i campanili.

Quasi ogni giorno scoppiano sparatorie ed esplodono autobombe. La gente, però continua la propria vita come se nulla fosse, camminando per le strade e andando a far festa la notte. Negli ultimi anni i quartieri cristiani sono stati quelli meno esposti alla violenza e sono diventati le zone più mondane e festaiole. Situate nel centro storico della città, sono i luoghi in cui il retaggio coloniale è più forte: le insegne delle botteghe sono in lingua francese, i locali si affiancano a statue della Madonna, che sono decorate con scritte in arabo. Le strade sono piene di gente che mangia e beve alcoolici, La paura non si respira per le strade.La guerra civile che sta insanguinando il Paese negli ultimi anni, infatti, non è tra cristiani e musulmani, ma è interna al mondo islamico. Il Libano è un microcosmo all’interno del quale convivono le diverse componenti che animano la guerra fratricida che sta attraversando tutto il mondo arabo. Sciiti e sunniti si combattono anche qui. I primi sostenuti e finanziati dall’Iran e dalle sue scuole di pensiero, i secondi dall’Arabia Saudita e e dalle scuole wahabite, le stesse a cui si ispira l’Isis.

Ma quali sono le differenze tra sciiti e sunniti? I sunniti, che rappresentano il 90 per cento della popolazione musulmana mondiale, si ispirano ai comportamenti, ai detti e agli atti del Profeta Muhammad e si comportano letteralmente secondo le sue indicazioni. Anche gli sciiti accettano gli insegnamenti del Profeta, ma anche dei racconti, detti e atti dei suoi successori, gli imam. Mentre lo sciismo enfatizza l’insegnamento delle autorità religiose (appunto gli imam), il sunnismo non riconosce alcuna autorità suprema, alcuna ‘Chiesa’. All’interno dell’Islam sunnita, infatti, non esiste alcun clero o unica autorità universalmente riconosciuta che funga da mediatore tra Dio e il credente. Al suo interno, dunque, si sono sviluppate diverse scuole di pensiero, spesso in reciproco contrasto. Quella che negli ultimi anni si è maggiormente radicata è quella radicale e ultra-ortodossa degli wahabiti. Ispiratrici dello Stato dell’Arabia Saudita e del Califfato, le scuole wahabite hanno dichiarato guerra al mondo occidentale, ma soprattutto a quegli islamici che non vogliono farsi assoggettare al proprio volere. In primis agli sciiti.”Odiamo gli ebrei, odiamo l’Occidente. Ma prima ancora odiamo gli sciiti” mi dice un profugo siriano e sunnita. In fuga dai bombardamenti dell’aviazione russa e delle truppe di Bashar al Assad, ha riparato a Beirut dove vive in un campo profughi. Dove però non si è ambientato e vorrebbe tornare in Siria, A combattere con Daesh contro gli infedeli sciiti. Che accusa di non essere musulmani, ma pagani. Il messaggio dei wahabiti, infatti, enfatizza l’assoluto monoteismo e condanna ogni superstizione, soprattutto nel culto dei santi e delle reliquie. Convinzione, questa, in cui non si riconoscono gli sciiti, che invece esaltano il ruolo degli 11 imam che continuarono a predicare dopo la morte di Muhammad. Il dodicesimo imam deve ancora scendere in terra. E lo farà accompagnato da Gesù Cristo, che riconoscono come sacro. I legami tra l’Islam sciita e il cristianesimo sono dunque molto stretti. Sia spiritualmente che politicamente e militarmente. Dal 2008 le comunità sciite e cristiane del Libano sono unite in un'”Alleanza Sacra”, che prevede la salvaguardia del Libano in quanto Stato multiconfessionale, la difesa della sua sovranità a discapito delle influenze esterne e la lotta al sunnismo wahabita.

Non c’è da stupirsi, dunque, se i principali obiettivi dell’Isis in questa regione siano le comunità sciite, i cui quartieri sono quotidianamente vittime di sanguinosissimi attentati. Sull’altro fronte i miliziani di Hezbollah, il principale partito sciita del Libano, combatte a fianco del regime siriano e dell’aviazione russa contro le truppe del Califfato. In una guerra fratricida che sta ridisegnando gli equilibri geopolitici di tutto il Medio Oriente.La frattura che sta spaccando il mondo arabo sta aumentando i consensi per l’Islam sciita, in particolare per Hezbollah. Il partito fa parte dell’attuale governo libanese, amministra tutte le regioni del Sud del Paese e le sue milizie vengono considerate dalla maggior parte dell’opinione pubblica libanese (i sunniti sono una minoranza) come l’unico argine contro i due grandi avversari: i wahabiti e Israele, il quale ha ripetutamente invaso e bombardato il Libano negli ultimi decenni ed è oggi trasversalmente accusato di essere un nemico. “Hezbollah è l’unica forza che è stata in grado di respingere l’invasione delle truppe israeliane ” spiega Wael Akram Chehayeb, esponente di spicco della comunità drusa.

“Così facendo si è posto come il difensore di tutte le anime del Paese che sono avversarie di Israele”.Il futuro del Libano è molto incerto. Se l’alleanza tra cristiani e sciiti sembra stare dando stabilità politica, gli equilibri potrebbero cambiare velocemente. Il paese ospita oggi 3 milioni di profughi, quasi tutti sunniti e in fuga dalla Siria. Non dall’Isis, ma dai bombardamenti a tappeto che il regime di Bashar al Assad mette in atto contro i villaggi controllati dagli islamisti. Da questi villaggi parte un esodo di persone che si riversa in Libano e che vede nel regime siriano e nei suoi alleati – dunque gli sciiti – il principale nemico. Questi profughi sono il principale serbatoio di reclutamento del Califfato, infatti la maggior parte di essi simpatizza per le forze ribelli anti-governative. Molti di loro non si fermeranno in Libano, ma proseguiranno per l’Europa. Che è geograficamente vicina. E che è ormai anche lei terreno di battaglia di questa Guerra islamica.

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