Questo reportage è stato realizzato grazie al contributo di Aiuto alla Chiesa che Soffre

UR (Iraq) – Il bisonte grigio dei cieli con le insegne delle forze aeree irachene ha una missione anomala per un paese decimato da anni di guerre e terrorismo. Non imbarca soldati per qualche fronte nel deserto, ma i giornalisti per portarli alla scenografica tappa di Papa Francesco ad Ur, la città di Abramo.

Il secondo giorno della storica visita in Iraq, Bergoglio ha incontrato il Marja, il “Papa” della maggioranza sciita, il grande ayatollah Alì al Sistani. E di fronte lo Ziggurat, l’antico tempio sumero con la scalinata di settemila anni fa, ha voluto al suo fianco i rappresentanti di tutte le religioni della culla della civiltà.

Il novantenne Sistani, barbone grigio, turbante e tonaca nera dei leader spirituali sciiti si è visto a quattr’occhi per 45 minuti con il Papa di 84 anni vestito di bianco, in una stanza spoglia con due divanetti, un tavolino d’angolo ed una confezione di fazzoletti di carta. Bergoglio ha ringraziato Al Sistani per avere “levato la sua voce in difesa dei più deboli e perseguitati”. Leggi cristiani vessati dai tagliagole jihadisti. Adesso sono proprio le milizie sciite vicine all’Iran a voler scalzare i cristiani che tornano nella loro case nella piana di Ninive, dopo l’uragano dello Stato islamico. Sistani, venerato dal suo popolo, è considerato il contraltare degli ayatollah iraniani troppo influenti in Iraq. Un suo sermone fa cadere i governi, come è capitato negli ultimi tempi.

Quando i carri armati americani avanzavano a cannonate verso Baghdad nel 2003, l’abitazione spartana di Sistani nella città santa di Najaf, dove ha incontrato il Papa, era diventata subito il centro del mondo sciita in Iraq. Il figlio Mohammed Reza rilasciava interviste parlando solo con i giornalisti uomini, che dovevano ripetere le domande delle colleghe donne per ottenere risposte. Oggi è il potente interprete della volontà del padre e probabile regista dello storico incontro con Bergoglio paragonato a quello fra San Francesco d’Assisi con il sultano d’Egitto del 1219, durante la quinta Crociata.


In attesa del Papa ad Ur, davanti alla casa di Abramo, è affascinante e possente lo Ziggurat che si erge nel deserto. Alla base della grande scalinata eravamo arrivati nel 2006 scortati dai carabinieri della missione Antica Babilonia. Il maresciallo capo Franco Lattanzio, poco tempo dopo veniva bruciato vivo da una carica cava dei ribelli sciiti filo iraniani assieme ad altri soldati italiani. Sui ponti di Nassiriya, che si intravede sullo sfondo, nel 2003 il 3° marines aveva affrontato i primi attacchi suicidi. Pochi anni dopo il reggimento San Marco ed i bersaglieri hanno combattuto aspre battaglie. I giovani ribelli sciiti della prima ora contro Saddam mi hanno regalato il modellino dello Ziggurat con la sabbia del deserto di Ur. “A Nassiriya indimenticabile la strage del 12 novembre 2003 che provocò 28 morti di cui 19 nostri italiani” ha twittato padre Antonio Spadaro, direttore della rivista La Civiltà Cattolica, che sta accompagnando Papa Francesco. Da giornalista arrivato subito dopo non posso cancellare l’odore di morte di Animal hosue, la palazzina dei carabinieri fatta a pezzi dai kamikaze jihadisti, le bare allineate dei caduti benedette da fratello Mariano, il cappellano militare dei Dimonios della brigata Sassari ed i feriti imbarcati sui C-130.

Papa Francesco arriva ad Ur affaticato con il vento che scompiglia l’abito bianco. Sul palco siedono attorno il mullah sciita, il muezzin sunnita e anche un rappresentante religioso yazida, che i tagliagole delle bandiere nere bollavano come “adoratori del diavolo”. I resti che avevamo trovato nelle fosse comuni a cielo aperto di Sinjar, la “capitale” yazida, di bambini che indossavano la maglietta dell’inter e padri finiti con un colpo di pistola alla nuca stanno ancora venendo alla luce. Bergoglio ricorda il genocidio yazida e lancia un segnale forte: “Noi credenti non possiamo tacere quando il terrorismo abusa della religione”. Non solo cita “la martoriata Siria”, ma si appella a tutte le religioni a favore della fratellanza e della pace.

Poche ore dopo, a Baghdad, il Papa officia la prima messa in Iraq nella cattedrale caldea di San Giuseppe. “L’amore è la nostra forza, la forza di tanti fratelli e sorelle che anche qui hanno subito pregiudizi e offese, maltrattamenti e persecuzioni per il nome di Gesù” ha detto Francesco nell’omelia. E proprio i cristiani perseguitati sono i veri beati, secondo il Papa.

“Di fronte alle avversità ci sono sempre due tentazioni. La prima è la fuga: scappare, voltare le spalle, non volerne più sapere. La seconda è reagire da arrabbiati, con la forza” ha spiegato Bergoglio rigettando la violenza. E denunciando “quanti martiri nell’ultimo secolo, più che nei precedenti”.

TRASPARENZA

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