diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY

(Mosul) Sulla volta d’ingresso è incisa, indelebile nel tempo, una croce bianca. Un quarantenne magro e con i capelli rasati viene ad aprire la porta di ferro nell’antico viottolo dove si passa uno per volta. Majdi Hamid Naqash, 45 anni, è il primo cristiano ad essere rientrato a Mosul dopo la liberazione della città dalle grinfie del Califfato.

“Siamo stati cacciati e hanno distrutto i simboli cristiani, ma ora conta solo che stiamo tornando a vivere nella nostra città”, sottolinea Majdi Hamid Naqash, 45 anni. La casa di famiglia, da oltre un secolo, era danneggiata dai combattimenti. L’agenzia dell’Onu per i rifugiati gli ha dato una mano rimettendo in piedi alcune pareti e dipingendole con uno stucchevole color lilla. Il solitario e coraggioso cristiano se la passa male, senza lavoro, ma è deciso a non mollare. “Dove dovrei andare? Clandestino in Europa finendo sotto i ponti? – si chiede Naqash – I vicini musulmani mi portano un po’ di cibo e anche la chiesa mi aiuta. Non ho più paura. L’Isis è finito”. Lo Stato islamico gli aveva sequestrato la casa segnandola con la lettera araba “nun” che significa nazareno, ovvero infedele.

Tutto attorno ci sono ancora le macerie della furiosa battaglia nell’ultima ridotta dello Stato islamico nell’antica Mosul, ad ovest del Tigri ragnatela di viottoli e abitazioni.

Il cristiano che ha appeso all’ingresso un’immagine della Madonna fa parte della piccola pattuglia di 70 famiglie tornate a Mosul. Niente rispetto alla presenza cristiana di un tempo.

“Cari fratelli e sorelle cristiani, che avete testimoniato la fede in Gesù in mezzo a prove durissime, attendo con trepidazione di vedervi – ha annunciato ieri il Papa in un video messaggio alla vigilia della partenza per l’Iraq – Sono onorato di incontrare una Chiesa martire: grazie per la vostra testimonianza!”. Francesco atterra oggi a Baghdad per lo storico viaggio nella culla della civiltà e del cristianesimo, che durerà tre giorni. Una capitale blindata con le chiese super presidiate dai corpi speciali iracheni in divisa nera attende l’arrivo del Santo Padre. Le autorità hanno proclamato il lockdown totale con la scusa del virus, ma in realtà è una misura per garantire il massimo della sicurezza a Francesco. Nell’accorato messaggio il Papa ricorda i cristiani che hanno subito “prove durissime” e “le immagini di case distrutte, di chiese profanate” oltre alla “ferite di affetti lasciati e di abitazioni abbandonate”.

Il messaggio è rivolto a tutti gli iracheni che hanno sofferto per la guerra e le distruzioni: “Ora vengo nella vostra terra benedetta e ferita come pellegrino di pace e penitente”. Il Papa spiega che arriva in Iraq “in cerca di fraternità, animato dal desiderio di pregare insieme e di camminare insieme, anche con i fratelli e le sorelle di altre tradizioni religiose nel segno del padre Abramo, che riunisce in un’unica famiglia musulmani, ebrei e cristiani”. Francesco cita anche gli yazidi massacrati dai tagliagole delle bandiere nere. “Finalmente sarò fra voi” annuncia il Papa, che vuole portare “la carezza affettuosa di tutta la Chiesa” ai cristiani perseguitati dell’Iraq. E alla fine chiude il video messaggio con il tradizionale saluto “alsalam eleikum”, la pace sia con voi.

La chiesa dei Puri a Mosul trasformata in corte e prigione dall’Isis e bombardata dai caccia alleati. Ora l’Unesco la sta ristrutturando

Nella tappa a Mosul il Papa pregherà fra le macerie della grande battaglia nella “capitale” del Califfato, che ha distrutto chiese e moschee.
L’Unesco sta ristrutturando con 50 milioni di dollari degli Emirati arabi “la piazza delle quattro chiese” ridotte a scheletri di pietra nella parte antica della città. E anche la moschea al Nouri, poco distante, dove Abu Bakr al Baghdadi ha proclamato il Califfato.

L’Isis usava Al Tahera, la chiesa dei Puri costruita nel 1862, come corte talebana e orribile prigione. Sui muri sbrecciati dai proiettili campeggia ancora la scritta nera “vietato l’ingresso per ordine dello Stato islamico”. Davanti alla cupola sventrata, Anas Zeyad, giovane ingegnere che guida i lavori sul campo, racconta “che abbiamo finito di rimuovere 2500 tonnellate di macerie. Fra i calcinacci sono state trovate dieci trappole esplosive pronte all’uso e un giubbotto minato” per i kamikaze. La base delle bandiere nere è stata bombardata dagli alleati, che appoggiavano l’avanzata delle truppe irachene. Per fare tornare all’antico splendore la pazza delle quattro chiese, la mosche al Nouri ed il minareto pendente ci vorranno altri due anni di lavori.

Domenica, davanti all’impressionante anfiteatro della guerra che non ha risparmiato i luoghi di culto si inginocchierà Papa Francesco.
Thanoon Yahya Yusuf è un fabbro nato a Mosul, ma la sua famiglia deriva dai cristiani dell’antica Acri crociata oggi città israeliana. Fratelli e sorelle sono emigrati negli Stati Uniti, in Giordania e Australia. In salotto tiene appeso alla parete l’ultima cena di Cristo con i discepoli. Tanti amici cristiani sono rimasti in Kurdistan, nel nord dell’Iraq, dopo la fuga davanti alla brutale avanzata dello Stato islamico nel 2014. “Ho provato a spiegare che potrebbero tornare, ma non riesci a convincere la gente di cambiare il paradiso con l’inferno” spiega Yusuf. E sulla visita del Papa, che attende con orgoglio e gioia, ammette con una battuta vicina alla realtà, che “neppure se arrivasse il Messia i cristiani che sono scappati rientrerebbero a Mosul”.

Fra lockdwon e misure di sicurezza gli iracheni vedranno il Papa in tv. Non tutti plaudono alla visita. Abu Alì al Askari, responsabile per la sicurezza della milizia sciita, Kataeb Hezbollah, ha elogiato il lancio di razzi di due giorni fa su una base americana. Washington ha annunciato una pesante rappresaglia. Al Askari dopo essersi complimentato con la “resistenza irachena” si è detto “non molto ottimista per il viaggio del Papa” sollevando dubbi “sul dialogo interconfessionale ad Ur”, patria di Abramo e tappa cruciale della visita.
Al contrario, le brigate sciite dei Guardiani del sangue, che il 16 febbraio hanno lanciato razzi contro la base americana di Erbil, dove si trova anche il compound italiano, accolgono “con favore la visita del Papa del Vaticano, un uomo che merita rispetto”. E annunciano una tregua durante il viaggio di Francesco in Iraq.

Una parte della scultura per il Papa a Mosul

Monsignor Bashar Matti Warda, arcivescovo di Erbil rivela, però, che “alcuni religiosi fondamentalisti stanno assumendo sui social media un atteggiamento ostile nei confronti del viaggio del Papa. Qualsiasi cosa provenga dall’Occidente viene considerata una crociata. Per questa gente il Papa è il re dei crociati che arriva nel Paese come missionario”.

A Baghdad, questa sera, Papa Francesco, dopo la tappa ufficiale  alla presidenza irachena, incontrerà i religiosi cristiani nella cattedrale della Madre della speranza, dove nel 2010 un commando jihadista spazzò via a raffiche di mitra oltre 42 fedeli e 2 sacerdoti durante la messa. I grandi disegni sul muro di cinta che protegge la chiesa raffigurano il Pontefice sorridente con colombe della pace che svolazzano attorno. Padre Majid Atalla accoglierà Francesco e spiega che “i cristiani sono diminuiti per le guerre e la persecuzione, ma dobbiamo continuare a testimoniare la nostra fede in questa terra. Per questo abbiamo bisogno del Papa, che venga fra noi a darci forza, coraggio e pace”.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY
ALTRI EPISODI