Nablus e gli ultimi Samaritani

Nablus e gli ultimi Samaritani

La vita e la morte sono strettamente legate nella città di Nablus. La strada principale fa eco alle grida dei mercanti, i colori della frutta si confondono con il rosso del sangue della carne appena macellata; tutto intorno, i muri sono tappezzati da immagini di martiri, i combattenti uccisi dall’esercito israeliano. Foto di giovanissimi palestinesi con i loro fucili d’assalto in spalla fanno da sfondo alle prime fragole di stagione, ordinate minuziosamente in centinaia di cassette. 

Poster che raffigurano i martiri per lPoster che mostrano i martiri della jihad per le strade della città vecchia di Nablus, luogo simbolo della resistenza palestinese

È il giorno successivo ad un’ennesima incursione, “ieri l’esercito di Tel Aviv ha ucciso due ragazzi, uno di 18 anni e uno di 16”, racconta il proprietario di un ostello. 

All’interno di uno dei vecchi campi profughi di Nablus, nel cuore del centro storico della città

A dieci minuti d’auto dal cuore di Nablus, un cartello recita “territorio dell’autoritità palestinese, vietato l’accesso agli israeliani”. Di fronte una grande bandiera con la stella di David, dietro quattro militari, due sono appostati su due torrette di controllo e gli altri due alle estremità di un cancello.

Al di là dello sbarramento in ferro c’è un villaggio-bomboniera che sembra quasi surreale. Centinaia di villette in mattoni si susseguono intervallate da giardini. Sono le case di Gerizim, il villaggio degli ultimi Samaritani rimasti nella Cisgiordania occupata. Il checkpoint israeliano non è lì per loro, ma per una base militare che dista pochi metri e per le colonie illegali circostanti.  

Una colonia israeliana sulla collina di Nablus, sorge di fronte a Gerizim, villaggio samaritano

I guardiani della Torah

Le circa quattrocento anime che vivono qui si definiscono Shamerim, letteralmente “quelli che osservano”, i “guardiani” della Torah, la Legge ebraica. Altri 400 vivono nel quartiere di Holon, nella periferia sud di Tel Aviv dal 1954, quando l’allora presidente Yitzhak Ben-Tzvi promosse la creazione di un insediamento samaritano nel neonato Stato di Israele.

La tradizione religiosa samaritana è considerata una variante dell’attuale ebraismo, e si rifà ad un canone della Torah in parte differente da quello ebraico. Il loro luogo sacro – più sacro di Gerusalemme – è il Monte Gerizim.

È qui che vivono i samaritani della Cisgiordania, a ridosso del Monte Gerizim, nel piccolo villaggio omonimo. Sono schiacciati tra l’area A di Nablus, la cui sovranità è in mano all’autorità palestinese, e l’area C del monte Gerizim, sotto amministrazione civile e militare israeliana. Il villaggio sorge, secondo le linee immaginarie tracciate a seguito degli Accordi di Oslo, in area B sotto il controllo amministrativo palestinese e militare israeliano. Ma alcune parti del villaggio rientrano in area A, dove per legge dovrebbe esserci la polizia palestinese, ma dove di fatto ci sono solo militari israeliani.

Venerdì, l’inizio dello shabbat e alcuni componenti della comunità Samaritana si dirigono nella piccola sinagoga di Gerizim

“Noi viviamo in una terra di tutti e di nessuno” spiega Isaq Samri, portavoce della comunità samaritana di Nablus. “Viviamo tra gli israeliani e i palestinesi, abbiamo il doppio passaporto ma ci sentiamo a tutti gli effetti palestinesi. Siamo nati qui, siamo andati nelle scuole arabe, lavoriamo a Nablus. Ma cerchiamo di avere dei buoni rapporti anche con gli israeliani. I nostri fratelli samaritani vivono in Israele”, continua sorseggiando un caffè arabo nella poltrona di casa sua. “La comunità dei samaritani vuole essere un ponte tra il popolo israeliano e il popolo palestinese. Lavoriamo per la riconciliazione in questa zona. Siamo una piccola comunità ma speriamo di essere davvero il ponte della pace. È una sfida molto grande per tutti noi, ma abbiamo bisogno di vivere in serenità ed è nostro compito aiutare le due parti a riappacificarsi”. 

Venerdì, l’inizio dello shabbat e alcuni componenti della comunità Samaritana si dirigono nella piccola sinagoga di Gerizim

In virtù della propria storia e della propria identità i samaritani di Nablus godono di diritti che ai palestinesi della stessa zona sono negati. Primo fra tutti la libertà di movimento. Grazie al doppio passaporto i samaritani di Gerizim possono attraversare frontiere che sono vietate a chi ha solo la cittadinanza palestinese. Il fatto di essere per metà palestinesi, però, sottopone anche i samaritani a lunghe code ai check point e a controlli infiniti per verificarne l’identità.

Venerdì, l’inizio dello shabbat e alcuni componenti della comunità Samaritana si dirigono nella piccola sinagoga di Gerizim.

“I miei amici a Nablus non possono andare a Tel Aviv, a Jaffa, o ad Haifa. Non è una bella sensazione, non per me che posso farlo; ma cerco di fare del mio meglio per aiutarli. Noi samaritani sfruttiamo il nostro privilegio per aiutare i palestinesi, se hanno bisogno di qualcosa da Israele gliela portiamo, se devono mandare qualcosa ad amici e parenti palestinesi che vivono dentro Israele lo facciamo noi”, spiega Altif Hanan, project manager di Gerezim che lavora in diverse città israeliane. 

Venerdì, l’inizio dello shabbat e alcuni componenti della comunità Samaritana si dirigono nella piccola sinagoga di Gerizim.

Ma a poco più di un’ora di macchina da qui, lontano dalla frenetica Tel Aviv, nel quartiere periferico di Holon, c’è chi la pensa in maniera diametralmente opposta. “Perché dovrei aiutare i terroristi? Perché dovrei dare pane e acqua agli abitanti di Gaza?” si chiede con tono severo Guy Yehoshua all’interno del suo ampio salone; “tutti i soldi di Gaza vanno a Hamas e Hamas ci costruisce armi”. 

Guy, ex militare e portavoce della comunità samaritana di Holon

Yehoshua è il portavoce della comunità Samaritana in Israele, si identifica come “israeliano” e “completamente pro Israele”, ha servito l’esercito e non crede nella possibilità che i samaritani possano essere un ponte di pace. “A chi mi parla di pace rispondo: aspetta, c’è tempo”, afferma con aria di sfida.

Dentro la sinagoga del piccolo villaggio samaritano ad Holon, sud di Tel Aviv

L’identitarismo nazionale ancora una volta ribalta il fragile equilibrio di questa terra, spazzando via persino quello religioso. Due comunità Samaritane, con le stesse origini, con le stesse usanze, con la stessa cultura, entrambe figlie di Gerizim, nella Cisgiordania occupata, ma oggi divise da un muro fisico e ideologico.