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“Il mio nome è Giuseppe, Giuseppe Allamano”, inizia a salmodiare. Cinquant’anni, cappellino da baseball, camicia stirata, il somalo che mi siede davanti accompagna i suoi discorsi con ampi gesti, che sembrano trattenere le lunghe onde dell’oceano. Siamo a Mogadiscio, a pochi passi da noi Jaazera beach, il lido della capitale. In questo angolo di paradiso, troppo bello per esser graziato dai terroristi di Al-Shabaab che lo scorso gennaio lo hanno preso di mira facendo otto morti, ogni somalo viene a sognare, lontano dalle macerie della città, un futuro fatto di stabilimenti balneari, alberghi e ristoranti.

Arrivare a Giuseppe non è stato semplice. Concordare il luogo dell’appuntamento e gli argomenti da trattare è stato un processo lento e incerto, mi sono ritrovata a scrutare dentro i suoi occhi per cercare di leggere in profondità. Lui è il rappresentante della comunità cristiana più piccola e più perseguitata dell’Africa, quella somala, stretta com’è in una morsa che vede, da un lato, il fanatismo di Al-Shabaab e, dall’altro, un governo federale de facto ostile alle minoranze. Così dopo il saccheggio e la distruzione della vecchia Cattedrale, la cacciata degli ordini religiosi e dei missionari e la diaspora della maggior parte dei cristiani, spetta a quest’uomo il difficile compito di testimoniare l’esistenza di una comunità microscopica, ridotta oggi a poco più di una dozzina di fedeli.

Orfano, cresciuto dalle suore della Consolata che lo hanno battezzato col nome del beato padre fondatore della congregazione, Giuseppe Allamano ripercorre la sua gioventù e il periodo degli studi con il sorriso. Mi racconta delle lezioni di italiano, storia, geografia e di personaggi illustri mentre apre un piccolo taccuino nero dove inizia a scrivere di getto il testo di una canzone di Lucio Battisti. La mano scorre sulla carta senza interruzioni, finché, di colpo, si blocca. Giuseppe mi guarda e mi dice amareggiato: “Lo sai che quando sono uscito dal collegio non sapevo nemmeno una parola di somalo? Ci hanno reso italiani e poi ci hanno lasciati in balia della società, se dico in giro il mio nome vengo immediatamente emarginato, mi accusano di esser un infedele”. Siamo negli anni Settanta, Mohammed Siad Barre, agli albori del regime che durerà oltre vent’anni, inizia il processo di nazionalizzazione delle scuole che segna l’inizio della progressiva diminuzione della presenza italiana coi i suoi ordini religiosi e missionari. Anche Giuseppe, all’epoca, sogna l’Italia ed un posto nella Marina Militare ma non riesce a partire.

Con la caduta del vecchio regime, lo scoppio della guerra civile e l’avvento di Al-Shabaab, la situazione precipita drasticamente e cominciano le prime persecuzioni. Alla naturale diffidenza dell’Islam somalo nei confronti dei cristiani, percepiti da sempre come corpi estranei rispetto all’assetto tribale secolare, si aggiunge il peso di una radicalizzazione che negli anni è diventata fanatica e sanguinaria. Così Giuseppe e gli altri si stringono il più possibile attorno alla piccola comunità, curata a distanza da Monsignr Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico della capitale somala, proteggendosi dietro ad identità fasulle e dando ai loro figli nomi biblici perché nessuno li possa notare. Rinunciano a tutto, ma non alla fede.“Preghiamo in diversi quartieri, ci telefoniamo e ci incontriamo ogni settimana per alleviare le sofferenze e cercare di affrontare insieme le difficoltà”, mi racconta.

La messa non è celebrata da un sacerdote, perché qui non ce ne sono, si svolge senza rito ed è soprattutto pregare insieme, gomito a gomito, uscendo dal proprio nascondiglio solitario per ritrovarsi. Al termine della preghiera la comunità si siede attorno ad un tavolo e si confronta. Coi tempi che corrono, i principali argomenti di condivisione sono una lunga lista di problemi da risolvere e di nomi di persone care che sono venute a mancare, come tasselli di un mosaico di cui non s’intravede che qualche dettaglio. Eppure, qui a Mogadiscio, i cristiani non trovano pace neanche dopo la morte. “Durante la guerra civile – mi fissa facendosi più scuro nello sguardo – molti nostri morti sono stati tirati fuori dalle tombe e dati in pasto ai cani ed oggi le cose non sono cambiate”. Lo stesso orrore conosciuto dalla vecchia Cattedrale all’epoca del suo saccheggio, iniziato il 9 Luglio del 1989 con l’omicidio di Monsignor Colombo, e nel cimitero coloniale italiano, oltraggiato dai miliziani nel 2005, continua a ripetersi. “Non ci sono soluzioni così – mi spiega voltandosi verso l’orizzonte – li seppelliamo fuori città, in maniera anonima, senza nome, né lapide perché vengono e te la distruggono automaticamente”.

“Lì c’è anche Carmela”. Adesso Giuseppe indica il mare, nel luogo dove tutti sognano c’è anche qualcuno che prega