Karachi, la seconda megalopoli al mondo, un monolite di cemento e fumi di scarico, un formicaio impazzito di frenesia e furore, miseria e pecunia. Eccolo il Leviatano adagiato sul Mar Arabico, baia di pirati del giorni d’oggi: criminali comuni e grandi trafficanti, banditi di strada e terroristi armati. La città più pericolosa al mondo si svela con il suo sapore di sacro e profano, con le sue moschee e le sue madrasse, i suoi grattacieli e i suoi minareti che si contendono l’orizzonte. E se le stelle sono in ostaggio delle nubi e dello smog, è sulla terra che invece il grande mostro rapisce, ingloba e fa perdere le tracce di se stessi.

È un vagare incessante tra donne in burqa, in niqab o vestite all’occidentale, tra salafiti con barbe assire e occhi a scimitarra e affaristi in giacca e cravatta. I richò suonano all’impazzata, i muli trainano carretti, i taxi invertono le marce, un uomo sputa per strada, un altro svuota un piatto a dei gatti randagi, l’odore di spezie è ovunque e quello del sangue che si alza dalle macellerie halal e dai sobborghi cittadini dove tossicodipendenti muoiono con la siringa nel braccio e rapinatori sparano per poche rupie, rimanda sempre al punto di partenza: questa è Karachi e tu sei già perduto.

Tutto è il contrario di tutto e il tutto è pervaso da una violenza appostata e in attesa: ombre sembrano sempre scrutare i passi di chi si addentra nel ventre di questa città. Ma è proprio calandosi come speleologi nelle viscere dell’ex capitale pakistana che si arriva alla scoperta anche di un mondo dell’Islam, fatto di mistici ed asceti, esorcisti e musicisti, ballerine e fumatori di hashish, di cultura, poesia, tolleranza, arte e bellezza: il sufismo.

È il sangue il fil rouge di vita e morte, fede ed eresia in Karachi. Arrivando infatti a Gadap Town, uno dei sobborghi settentrionali della città, per anni roccaforte dei talebani pakistani, immediati si presentano i banchetti che vendono carne di capretto, che la folla di fedeli si appresta ad acquistare prima di recarsi al santuario di Mango Pir, un maestro sufi, vissuto come eremita in questa zona nel tredicesimo secolo, insieme a dei coccodrilli. E i rettili oggi sono oltre 200 e vengono venerati dai credenti che li omaggiano gettando le frattaglie di capretto nel lago in cui vivono. Un tempio su una rocca, poco sotto il lago che ospita i coccodrilli e in cielo i falchi in volo: in questo scenario da mille e una notte ecco Khalifa Sajjad che dà da mangiare agli animali, li benedice cospargendoli di fiori e, allo stesso tempo, si prende cura dell’anima dei fedeli con una ritualità antica che allevia le pene dell’io. È lui ad aver raccolto l’eredità del maestro e ad essere rappresentante oggi a Karachi del sufismo.  Il sufismo è la branca dell’Islam che aspira a realizzare sin dalla vita terrena la presenza di Dio nell’uomo. Ha una storia secolare, che affonda le sue radici nel VII secolo. Da molti viene anche considerato il ramo mistico della fede islamica e, per arrivare alla Conoscenza, cioè al divino, gli adepti si dedicano alla cultura, alle arti, alla poesia, alla musica, alla danza. Alcuni vivono come eremiti, altri in comunità, professano il culto dei maestri che li hanno preceduti e soprattutto non credono alle divisioni, nemmeno tra sunniti e sciiti e neppure alzano barriere nei confronti degli ”infedeli”. È per questo che le frange estreme dell’islam considerano i sufi eretici, li perseguitano, mettono le bombe nei santuari e in Pakistan dal 2005 ad oggi oltre 200 sufi sono stati uccisi dai gruppi fondamentalisti islamici.

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”Questi coccodrilli sono i discepoli del grande maestro e io sono qua a prendermi cura di loro, del culto del maestro Mango Pir e dei fedeli che vogliono liberarsi dalle proprie pene. Quando in questo quartiere c’erano i talebani il santuario non era accessibile e i coccodrilli rischiavano di morire. Ma così non è stato e quindi oggi i fedeli vengono a portare del cibo e io mi occupo di purificare le loro anime grazie alla conoscenza della religione”. Seduto all’interno della sua sala di preghiera, Khalifa Sajjad riceve uomini e donne, accende incensi, scuote piume di pavone e, dopo aver gettato dei fiori nel braciere, sfiora la fronte dei pellegrini invitandoli ad andare in pace liberi da ogni supplizio interiore.

Se quello di Khalifa Sajjad riflette l’aspetto del romitismo insito nel culto dei sufi, per conoscere invece il mondo dell’estasi, della musica religiosa, delle danze ipnotiche, occorre lasciare Karachi e dirigersi nella capitale culturale del Pakistan: Lahore.
È notte e i vicoli della città del Punjab sono illuminati solo dai fanali di due pulmini che, come in un labirinto, attraversano le vie della città vecchia, cambiando direzione ad ogni incrocio. Poi, al di fuori dal budello, i mezzi si fermano. Scendono due percussionisti, i fratelli Mithu Sain e Gunga Sain e un gruppo di musicisti di musica qaawali. I suonatori con gli strumenti in spalla si incamminano all’interno di un cimitero, dove sono già sedute e in attesa oltre cento persone. Il buio fa da cornice, i fedeli sono assiepati sulle tombe: uomini, donne e transessuali. L’odore dell’hashish impregna l’aria e, a spiegare la situazione, è Mithu Sain, percussionista da decenni e praticante sufi: ”Ogni giovedì notte noi sufi ci ritroviamo per celebrare il nostro culto. Cantiamo, suoniamo e poi i fedeli ballano e raggiungono così l’estasi. Da quando i talebani hanno intensificato gli attacchi contro di noi dobbiamo nasconderci e così i nostri raduni avvengono al buio e in località segrete”.

”Alì! Alì,Alì!”, il nome del vicario di Allah seguito da quello del Profeta viene gridato per tre volte, non è più tempo per le parole, per le spiegazioni, per il terreno: è il momento del misticismo, del trascendente, che non si può spiegare ma soltanto vedere e ascoltare, del farsi travolgere per conoscere.
I ritmi diventano sempre più incendiati, le percussioni scandiscono il tempo senza tregua, i dervisci iniziano a volteggiare su se stessi sempre più veloci, i presenti applaudono, i cyloom di terra cotta gonfi di hashish pakistano esplodono in nuvole di fumo azzurro e, intanto, non si fermano le danze, l’estasi si sprigiona e tutto diviene l’espressione di quella fede islamica che cerca attraverso l’arte di elevare l’uomo al divino: qualsiasi uomo.

Non c’è differenza, diffidenza o intolleranza e, così, anche lo straniero non è un infedele, un osservatore, un giornalista o in assoluto un diverso: ma è un confratello, convertito per l’occasione attraverso il bacio alla foto di Alì, la benedizione del maestro, la recitazione della shahadah, la testimonianza islamica e la balsamica scoperta di un Islam dove Allah Akbar è un invocazione di conoscenza e di ambizione ad essere ebbri di sapere per raggiungere un Dio che non contempla bandiere nere e autobombe, ma fedeli in ogni angolo del mondo che, nell’Unicità di Dio, abbattono le divisioni e ricercano l’unità dell’uomo e l’armonia tra gli uomini.

Foto di Marco Gualazzini

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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