Ainkawa è il quartiere cristiano di Erbil. Lo si riconosce subito dalle chiese, dalle donne per strada senza velo e dalle gigantografie di birre che fanno da pubblicità ai supermercati. Da quando lo Stato Islamico ha conquistato Mosul e i villaggi circostanti, migliaia di famiglie cristiane si sono riversate qui. L’atmosfera nel quartiere è tesa, soprattutto davanti i luoghi di culto dove le misure di sicurezza sono state rinforzate a seguito dei numerosi attentati. A prestare servizio nel quartiere. Insieme ai tanti volontari ci sono le monache domenicane, profughe anche loro, costrette a scappare insieme agli altri.Incontriamo suor Huda nel convento di Ainkawa. Felice di ospitarci per un pomeriggio e disposta a raccontarci cosa è successo a Mosul nel giugno del 2014. “Ci hanno avvertiti che l’ISIS stava per entrare in città.Siamo scappati via circa tre quarti d’ora prima che arrivassero. Avevamo con noi solo i vestiti indosso.” Suor Huda, così come i tanti cristiani da queste parti, ha uno spirito molto pragmatico, ha le idee chiare sul come siano andate le cose: “molti vicini di casa musulmani non ci hanno aiutato a scappare, anzi molti di loro ci hanno tradito.”Le cose purtroppo sono andate così. Comunque adesso stiamo meglio. Non viviamo più nei container e possiamo dirci fortunate rispetto molte altre famiglie cristiane.” Chiediamo a suor Huda di cosa ha realmente bisogno oggi la comunità cristiana irachena. “Non vogliamo soldi, tanto quelli non arrivano mai. Abbiamo bisogno di aiuto spirituale. La gente qui è disperata, ma non è qualcosa che ha a che fare con il denaro. E’ la speranza che ci serve.”

Salutiamo suor Huda per andare a visitare la chiesa di S.Giuseppe, ma lungo la strada veniamo fermati da due suore, anche loro domenicane, che per anni hanno prestato servizio in Italia. Suor Lisa, una delle due, ha anche lei le idee chiare su come le cose siano andate a Mosul: “ci hanno tradito i nostri vicini musulmani. Prima ancora che l’Isis entrasse in città, la gente già buttava giù le croci. Quando siamo andati via sono entrati nelle nostre case. Siamo stati saccheggiati, capisci?”. Anche loro come tutti sperano di tornare presto a casa, ma sanno che non sarà possibile se non grazie ad un intervento internazionale che cacci dal nord dell’Iraq le truppe di Al-Baghdadi. Intanto la vita ad Ainkawa scorre tra la paura che un giorno i terroristi arrivino anche li.

Ed in effetti la gente ha di cosa temere: gli attentati sono stati molti negli ultimi mesi, l’ultimo ad aprile davanti al consolato americano dove tre persone hanno perso la vita e molte altre sono rimaste ferite. Il tutto nel centro del quartiere, a pochi passi dalla chiesa di S.Giuseppe e dalla scuola media dove studiano centinaia di bambini anche musulmani: “in questa scuola il preside non fa distinzioni. I cristiani studiano insieme ai musulmani. Una volta qui c’era la pace” ci dice un custode davanti l’entrata della scuola con sguardo rassegnato.

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