“Lei ha timbri israeliani sul passaporto?”. “È mai stato in Israele?” Alla mia risposta negativa la funzionaria mi guarda, mi riconsegna il documento e dice: “Sa, da Beirut ci chiedono di segnalare loro eventuali arrivi di persone che siano mai state in Israele, anche se con passaporti diversi di quelli in uso”. Sono a Malpensa e sto per decollare, la direzione finale è il Libano. Dove le autorità controllano scrupolosamente se nel passato di chi arriva vi siano legami con il vicino Stato ebraico. In tal caso l’accesso verrà negato. Quello tra gli ebrei e il mondo musulmano è un rapporto antichissimo, diventato estremamente conflittuale dall’inizio del ‘900, quando i primi ebrei iniziarono a fare ritorno nella vecchia terra promessa. Incentivati dai movimenti sionisti, nati in Europa come forma di nazionalismo ebraico che si contrapponeva a quello dei popoli europei e sovvenzionati dal banchiere de Rotschild, le prime migliaia di persone di origini ebraiche iniziarono a stabilirsi in Palestina. Cosa che diede inizio, ancora prima che Israele esistesse, ad una conflittualità che il filosofo ebreo Martin Buber ha definito “una guerra di due popoli per la stessa terra”.

Il conflitto arabo-israeliano evade i territori sui quali nel 1948 sorse lo Stato d’Israele. Esso coinvolge tutto il mondo arabo-musulmano e con esso le migliaia di comunità ebraiche sparse per tutto il Medio Oriente che per secoli avevano convissuto pacificamente con le popolazioni arabe locali. Ma che dal secondo dopoguerra in poi hanno dovuto abbandonare i propri insediamenti per riparare in Europa, negli Stati Uniti e soprattutto nel neonato Stato ebraico. Mentre in Palestina le truppe ebraiche prendevano il controllo del territorio attraverso operazioni militari che furono accompagnate dall’espulsione in massa dei palestinesi, negli altri Paesi arabi molti ebrei venivano cacciati dalle autorità. Molti di loro, specialmente quelli meno abbienti, si stabilirono nei nuovi territori israeliani. Questa sostituzione di popoli ha creato su entrambi i fronti una spaccatura che non si è mai rimarginata. Il fatto che arabi ed ebrei usino tuttora nomi diversi per la stessa terra è un riflesso di come le loro opinioni siano completamente diverse rispetto al passato, al presente e al futuro. Gli ebrei considerano Israele una terra ebraica, gli arabi considerano la Palestina una terra araba che non accettano possa essere stata cancellata dalle cartine geografiche per fare spazio ad un nuovo Stato e ad un nuovo popolo.

Questa discrepanza ha fatto sì che dal 1920 ad oggi le conflittualità non si siano mai arrestate da nessuna delle due parti. Se da un lato i palestinesi hanno mostrato una forte opposizione alle aspirazioni sioniste tramite efferati atti di terrorismo, dall’altro le autorità israeliane hanno promosso decenni di sradicamento e di espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi, in seguito milioni, tramite espropri che fungevano da base ai futuri insediamenti ebraici. Fuggendo dalle proprie case, gli esuli si sono stabiliti soprattutto in campi profughi situati nei Paesi limitrofi ad Israele, attendendo un ritorno ritenuto legittimo dalla Risoluzione 197 delle Nazioni Unite, che però Israele non ha mai concesso e che difficilmente concederò in futuro. Nei territori un tempo abitati dai palestinesi oggi vi sono degli insediamenti ebraici la cui espansione sembra essere inarrestabile.Spinti dallo sradicamento, dal sostegno del mondo arabo ma soprattutto dalla sensazione che il mondo li avesse dimenticati, i palestinesi hanno scelto di ricorrere alla violenza. Una decisione, questa, che è riuscita a riportarli al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, ma che ha permesso a Israele di indicare come terroristi loro e tutti i governi arabi che li ospitassero e li sostenessero. È in quest’ottica che le autorità israeliane considerano il Libano come uno Stato terrorista. I primi 30mila profughi che dovettero lasciare la Palestina nel 1947 si stabilirono nel Paese dei cedri e da allora la loro presenza non si è più estinta, ma anzi incrementata. Oggi i palestinesi-libanesi sono circa un milione, tutti apolidi e restii all’integrazione nella società locale, che vedono come una minaccia per il “diritto al ritorno”. La loro attività militare, esercitata all’interno di campi profughi diventati veri e propri Stati nello Stato, ha contribuito a fare scoppiare le interminabili guerre civili libanesi, che hanno spesso visto contrapposti i cristiani ai musulmani. Le comunità cristiane del Libano, infatti, sono da sempre legate ad un idea occidentale di Stato, cioè di una nazione laica che non riconosca nessun altro titolare della sovranità e del monopolio della violenza che non sia lo Stato. Le enclave palestinesi rappresentavano dei territori fuori controllo, per questo le conflittualità sfociarono a partire dal 1975 in veri e propri conflitti intestini che causarono migliaia di morti. E l’espulsione di migliaia di ebrei libanesi.

Il Libano fu infatti uno dei pochi Paesi arabi a non promuovere l’espulsione degli ebrei fin dal 1948. La comunità ebraica locale era infatti nutrita – di circa 24mila unità -, integrata, prevalentemente contraria alla fondazione di Israele e in ottimi rapporti con le comunità cristiane. La guerra civile vide i cristiani che, intimoriti dall’alterata proporzione fra la loro comunità e quella musulmana incrementata dall’immigrazione palestinese, cercarono e ottennero il sostegno di Israele per ridimensionare la presenza islamica. La conseguenza di questa apertura agli israeliani fu che, durante i combattimenti, molti quartieri e strutture ebraiche vennero distrutte o danneggiate sia dai militanti arabi. 11 leader ebraici vennero poi sequestrati, torturati ed infine uccisi dalle truppe nemiche perché accusati di essere spie e alleati dei nemici cristiani.Le guerre civili hanno portato a un ridimensionamento sia demografico che del potere dei cristiani. E, conseguentemente, anche degli ebrei: considerati come spie di Israele – che nel 1982 invase e bombardò pesantemente il Paese – in minoranza rispetto ai musulmani integralisti sia sciiti che sunniti e non potendo più contare su un forte appoggio cristiano – tra i quali divenne progressivamente maggioritaria la corrente anti-sionista inizialmente minoritaria – molti di loro decisero di lasciare il Libano. Alcuni si stabilirono in Europa, altri in America, la maggior parte in Israele.Oggi la comunità ebraica libanese è quasi inesistente. Sono solo 60 le persone ebraiche registrate ufficialmente, non c’è nessun rabbino né alcuna sinagoga operativa. Le autorità libanesi controllano scrupolosamente che nessun cittadino israeliano o che sia mai stato in Israele entri sul proprio territorio. Agli ebrei libanesi non resta dunque alternativa se non quella dell’espatrio, verso una patria, quella ebraica, che li aspetta. Lo stesso non possono invece fare i palestinesi. Che continuano a vivere nei campi profughi. Senza patria e senza documenti. E al cui esodo non si vede fine.

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