DA STOCCARDA – Due anni fa esatti, a Ferragosto, ha avuto luogo uno degli episodi più cruenti nella storia del Medio Oriente contemporaneo. Una pagina presto sepolta nelle nostre coscienze, ormai assuefatte – e perciò impotenti, immuni – alla loro quotidiana dose di orrore.

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E questo nonostante oggi sia in atto un vero e proprio sterminio, paragonabile alla Shoah, al Ruanda, o a quanto subirono gli armeni un secolo fa nell’Impero Ottomano. In una parola: un genocidio. Un crimine che, proprio come quelli del passato, stenta in un primo momento ad affermarsi nei cuori e nelle menti di molti, fra indifferenza e sgomento, e lascia la comunità internazionale distratta o complice, mentre i miliziani dell’Isis portano a compimento la loro soluzione finale.Ci riferiamo al massacro avvenuto il 15 agosto 2014 a Kocho, villaggio dell’Iraq settentrionale dove persero la vita 600 persone, in larga parte uomini della minoranza yazida, e oltre 1.000 fra donne e bambini furono rapiti e ridotti in schiavitù. Fra loro, anche la giovane Nadia Murad, oggi candidata al Nobel per la pace, che finirà per essere abusata e usata come schiava dagli uomini dell’Isis, fino alla fortunosa fuga – avvenuta mesi dopo.La incontro nei pressi di Stoccarda, dove oggi vive lottando per salvare ciò che resta della sua gente, appartenente a una minoranza religiosa antichissima, e per il riconoscimento di un genocidio che non è purtroppo parte del passato, ma ancora in corso. “Non ho alcuna speranza”, mi confessa la Murad. “La mia comunità è in via di estinzione. Il 90% dei nostri sopravvissuti vivono dispersi in campi profughi. Abbiamo ancora migliaia di bambini tenuti come schiavi dall’Isis, e quanto ai pochi che sono riusciti a fuggire, nessuno se ne occupa. Oggi siamo dispersi in giro per il mondo, e i nostri villaggi – anche quelli liberati – sono distrutti e non possiamo farci ritorno. La nostra unica speranza è la comunità internazionale. Senza il loro aiuto, per noi non c’è nessuna speranza”.

Che cosa può e deve fare la comunità internazionale per gli yazidi?

“La comunità internazionale può fare molte cose, molte delle quali urgenti. Innanzitutto riconoscere il nostro caso come genocidio, da un punto di vista legale, proteggendo questa comunità che oggi sta scomparendo. Aiutarci a ricostruire i nostri villaggi e permetterci di poter vivere in Iraq in sicurezza. Ci sono ancora più di 3.000 ragazze nelle mani dell’Isis, che vanno aiutate, come anche quelle che sono state liberate. Sono molte le cose da fare”.

Spera di tornare un giorno nella sua terra?

“Nessuno vuole lasciare il suo luogo d’origine, dove siamo nati. Vogliamo tornare, ma vogliamo vivere in pace e con dignità, senza la paura che un altro gruppo venga e ci renda di nuovo schiavi in nome dell’Islam o di un’altra ideologia. Se saremo protetti e avremo garanzie, ritorneremo, altrimenti sarà impossibile.”

Quali sono i suoi progetti per l’immediato futuro?

“Oggi la cosa più importante per me è aiutare le ragazze che, come me, sono state rapite e hanno subito violenza, e chiedere alla comunità internazionale che soccorra coloro che sono ancora tenute come schiave. Sto lottando perché altri Paesi facciano come la Germania, che ha accolto oltre mille di loro. Sono appena stata in Canada per questa ragione. Chiediamo che queste vittime siano accolte e sia dato loro supporto psicologico e terapeutico, ma anche dignità, di modo che possano riprendersi dai traumi e dalle violenze subite. Questo è ciò per cui sto lottando.”Il 3 agosto ricorreva il secondo anniversario della presa del Sinjar da parte dell’Isis. Questa data, ricordata dagli yazidi come data simbolo del genocidio, coincide con l’inizio di un incubo per questa comunità, che parla la lingua curda ma professa una religione diversa dall’Islam. Una diversità pagata con il sangue e la persecuzione.

Secondo le cifre che mi fornisce Ahmed Khudida, vice-direttore esecutivo dell’organizzazione Yazda – che incontro vicino a Stoccarda insieme a Nadia Murad – 5.000 yazidi hanno perso la vita per mano dell’Isis e dei suoi alleati, mentre 7.000 sono stati rapiti. Quanto ai sopravvissuti, circa il 90% di loro si trova disperso in campi profughi. 42 siti religiosi di questa comunità sono stati distrutti, insieme a numerosi cimiteri dissacrati. Difficile però, come mi riferisce lo stesso Khudida – fornire cifre precise su questo orrore: si stima che ci siano ancora più di 35 fosse comuni dove si trovano i resti e le ossa degli yazidi, molte delle quali devono ancora essere analizzate per stilare il loro macabro computo di morte.

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