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Religioni

I palestinesi per Francesco: “Lui sì che ci amava”

Sono da poco passate le 13:00 quando la papamobile si fa largo tra una marea di centocinquantamila volti commossi, giunti da ogni angolo del mondo per l’ultimo saluto. Secondo i desideri del Papa, tra le prime file a salutarlo ieri...

Sono da poco passate le 13:00 quando la papamobile si fa largo tra una marea di centocinquantamila volti commossi, giunti da ogni angolo del mondo per l’ultimo saluto. Secondo i desideri del Papa, tra le prime file a salutarlo ieri nella Basilica di San Pietro, non c’erano capi di Stato o dignitari, ma migranti, rifugiati, i dimenticati del mondo, quelli per cui Francesco aveva speso ogni respiro del suo pontificato. A Santa Maria Maggiore, il commiato più struggente: un gruppo di poveri, senzatetto, detenuti e transessuali ha portato il suo estremo saluto, il più autentico, mentre sullo sfondo della basilica una grande bandiera rossa, nera, bianca e verde urlava silenziosa una verità che Francesco non ha mai smesso di difendere: quella della Palestina.

Padre Firas, prete del Patriarcato latino di Gerusalemme, parte della delegazione palestinese davanti alla Basilica Santa Maria Maggiore dove hanno appena portato la bara di Papa Francesco.


“Sono un parroco del patriarcato latino di Gerusalemme. Siamo qui con 22 giovani cristiani della Cisgiordania”, racconta con voce commossa Padre Firas Aberabbo, di Betlemme. “Papa Francesco era uno di noi. Non ci ha mai lasciati soli, soprattutto negli ultimi mesi, quando l’inferno si è abbattuto su Gaza. Chiamava ogni giorno la piccola parrocchia della Santa Famiglia, una luce fioca in mezzo al buio della distruzione”.

San Pietro gremita di fedeli per i funerali di Papa Francesco


Intanto alle sue spalle il feretro di Francesco scompare all’interno della Basilica.
“Tra le poche persone e i leader del mondo, il Papa si preoccupava davvero, ogni sera una chiamata, ogni sera una carezza da lontano. L’ultima, il sabato santo. L’unico interesse di Francesco è stata la verità, dire la verità, fare giustizia, questo è ciò che lo contraddistingue dai politici che sono qui oggi – conclude il prete con una rabbia appena velata – Papa Francesco era all’altezza della propria missione, lui ha avuto molto più coraggio nel dire le cose come stanno rispetto agli altri Papi”.

La bara di Papa Francesco varca le porte della Basilica Santa Maria Maggiore

Tra la folla, Giovanni, tredici anni, stringe un rosario di legno con inciso “Betlemme” “Io vengo da qui”, ripete sottovoce. “Abbiamo amato Papa Francesco perché lui ci amava come nessun altro. Ora ho paura… Paura che il prossimo Papa non ci ami come lui. Paura di restare soli”. Poi continua: “L’Italia è bellissima, la amiamo ma sono triste che il papa sia morto, lui ci amava più degli altri esseri umani, sono spaventato per il futuro, ho paura che il prossimo Papa non amerà i palestinesi come ha fatto Papa Francesco e che resteremo da soli”.

Forze di sicurezza davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore, in attesa dellla bara di Papa Franceco

Sabina, invece paura non ne ha ma prega che il prossimo Papa supporti i palestinesi così come ha fatto Francesco. Lei di anni ne ha 17, anche lei viene da Betlemme in Palestina: “Essere qui oggi è molto toccante, come giovane palestinese è un onore per me prendere parte al funerale di Papa Francesco. Personalmente Francesco è stata una persona che ho ammirato tanto, era come un padre. Per i palestinesi è stato molto importante perché ha sempre parlato di Gaza e ci ha dato voce in un mondo che non vuole ascoltarci”.
Intanto, mentre Roma si appresta all’ultimo addio, con 249 delegazioni da tutto il pianeta, a Gerusalemme, dentro la sala dei concerti della Custodia di Terra Santa, centinaia di palestinesi seguono i funerali su un grande schermo. Un altro addio, a migliaia di chilometri, ma con il cuore spezzato allo stesso modo.

San Pietro gremita di fedeli per i funerali di Papa Francesco

“Doveva essere un momento familiare, intimo”, racconta fra Alberto Joan Pari, segretario della Custodia di Terra Santa, la voce spezzata in collegamento telefonico con Inside Over. “Ma in tanti sono venuti. Francesco era stato qui, nel nostro convento, aveva rifiutato pranzi di gala per mangiare con noi, semplicemente. Ricordo bene nel 2014 un pranzo improvvisato qui al convento perché all’ultimo momento decise che non sarebbe andato al pranzo di gala ma che voleva condividere il pasto con noi. Fu una delle prime volte in cui Papa Francesco manifestava la sua volontà di partecipare a pasti più semplici, con persone più umili. Francesco è stato il Papa che ha aperto porte chiuse da secoli, che ha aperto il dialogo con il mondo musulmano, che ha scelto Francesco d’Assisi come guida. È stato colui che ogni sera, senza clamore, telefonava ai suoi figli di Gaza” continua il frate.

I Cardinali al funerali di Papa Francesco. San Pietro 26 aprile

“Quotidianamente alle ore 19 locali telefonava alla parrocchia della Santa Famiglia a Gaza. La parrocchia latina che è rimasta l’unica roccaforte nella Striscia, e adesso è il rifugio di cristiani cattolici e di altre confessioni ma anche musulmani, che invece hanno visto distrutte le loro parrocchie o le loro moschee le loro scuole e gli ospedali. Papa Francesco era diventato un padre per i gazawi rifugiati lì dentro”.

La delegazione palestinese davanti alla Basilica Santa Maria Maggiore dove hanno appena portato la bara di Papa Francesco.

Gli stessi gazawi che adesso sono più soli che mai. “Il popolo palestinese adesso piange non solo la mancanza fisica del Papa, ma anche morale e spirituale, perché non sappiamo chi si ricorderà di loro adesso, non sappiamo se chi verrà dopo si impegnerà a continuare a cercare soluzioni diverse da quelle della violenza, per una fine di questo conflitto. Penso che Papa Francesco abbia aiutato, oltre che a sensibilizzare sulla tematica, a tenere viva l’attenzione su una popolazione che soffre, e che abbia lasciato ai potenti il compito di trovare una soluzione”.

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