SATKHIRA – Dopo i lunghi controlli all’ufficio visti riusciamo a uscire dall’aeroporto. L’aria è irrespirabile e i rumori sono fortissimi. Una marea di persone sosta nelle vicinanze. Alcune gridano, altre sono intente a caricare le valigie dei viaggiatori. In sottofondo si sentono con insistenza i clacson delle auto e dei motorini. Siamo appena atterrati a Dacca, la capitale del Bangladesh, ancora sconvolta dall’assalto al ristorante nel quartiere diplomatico avvenuto lo scorso luglio, quando un commando di jihadisti ha brutalmente ucciso 23 persone, compresi 9 nostri connazionali.

Fuori dal piccolo Hazrat Shahjalal International Airport, ci aspetta un vecchio minivan che ci porterà a Satkhira, nel sud-ovest del Paese. Nonostante la breve distanza, circa 260 chilometri, l’autista ci avverte che la durata del tragitto sarà di oltre dieci ore, comprese le due di traghetto che serviranno per attraversare il fiume Padma. Capiamo subito il motivo: solo per uscire dalla città impieghiamo un’eternità. La polizia, armata con artigianali bastoni di legno, cerca di mettere un po’ d’ordine. È quasi impossibile. Il traffico è qualcosa di mai visto, così come le condizioni delle strade.

Fanatismo in crescita

Quando arriviamo a destinazione ad aspettarci c’è Padre Lorenzo Valoti, Superiore regionale dei Saveriani, che gestisce l’orfanotrofio maschile di Satkhira e aiuta i pochi villaggi cristiani del distretto. Originario della provincia di Bergamo, il missionario è arrivato in queste terre difficili nel lontano 1981 ed è stato involontario testimone della trasformazione radicale del Paese, uno dei maggiori al mondo per presenza di musulmani e dove l’islam è religione di Stato. “Nell’ultimo periodo il fanatismo è in preoccupante crescita”, dice il religioso. L’attentato di luglio, infatti, è solo l’ultimo episodio di violenza che ha insanguinato il Bangladesh. In meno di due anni l’odio degli estremisti ha ucciso più di 70 persone innocenti. “Sicuramente i primi a farne le spese sono i cristiani, una minoranza che rappresenta meno dell’uno per cento della popolazione”.

Soprusi quotidiani

In questo Paese essere cristiano significa non avere diritti. “Chi professa la nostra fede non ha vita facile”, spiega Padre Valoti mentre ci mostra l’orfanotrofio. Oltre al pericolo concreto di rimanere uccisi per mano dei terroristi, i cristiani – come anche l’altra minoranza, gli indù – sono costretti a subire una serie di soprusi quotidiani. “Qui in Bangladesh si dice che tutte le religioni abbiano gli stessi diritti, ma poi in concreto succedono delle differenze”. Gli esempi che ci porta il missionario italiano sono tanti. Dalla impossibilità di svolgere i lavori statali a quella di non poter farsi radere tranquillamente. “È difficile anche farsi tagliare la barba o i capelli. Quasi tutti i negozi sono gestiti da musulmani e molti non lavorano per i cristiani perché non vogliono infettarsi”, racconta Manik, 60 anni, ex indù convertito al cristianesimo nel 1998 che incontriamo proprio fuori da una delle poche chiese presenti nella zona.

Matrimonio impossibile

È pomeriggio e nel piccolo villaggio cristiano di Khordo la tensione è molto alta. Gli abitanti hanno paura di una vendetta. La polizia presidia l’area. Non possiamo fermarci a lungo. I musulmani della zona potrebbero arrivare da un momento all’altro e attaccare. Tutto è iniziato pochi giorni fa, quando Joe e Sonia, due ventenni innamorati, hanno deciso di sposarsi. Dovrebbe essere la cosa più normale al mondo: qui, però, non è così. E questo perché Joe è di fede cristiana, mentre Sonia è di fede islamica. Per giurarsi amore eterno sono dovuti scappare dai loro villaggi, ma la loro fuga non è durata molto. Dopo una denuncia di scomparsa fatta dai familiari di Sonia, i due giovani sono stati trovati dalle autorità e arrestati per accertamenti. La ragazza ha provato a raccontare la verità, ma sotto pressione dei genitori ha dichiarato di essere stata rapita e di aver subito violenze. Per questo è stata liberata. Joe, invece, è ancora in cella, aspettando gli sviluppi di questa storia assurda.

“Il Bangladesh è un Paese per musulmani”

“Questo non sarebbe mai successo a parti inverse”, puntualizza Padre Lorenzo Valoti. “Se un islamico avesse sposato una ragazza cristiana, costringendola così a convertirsi, sarebbe stato normale e accettato dall’intera comunità”. In Bangladesh più volte, anche il governo, “ha affermato che questo Stato dovrebbe essere popolato solo da musulmani, mentre gli indù dovrebbero trasferirsi in India e i cristiani in Europa”. Ciò si traduce in ingiustizie dai risvolti più o meno drammatici verso quanti non si riconoscono nel Corano, ma non per questo sono disposti ad abbandonare la propria fede. La forte determinazione del missionario italiano e di tutta la minoranza cristiana di Satkhira, ne è un esempio concreto.

Foto di Gabriele Orlini