La Teheran contemporanea è un groviglio di metropolitane e autostrade, che come un sistema venoso, si districano tra le case e i grattacieli. Le persone e le macchine sono il sangue che scorre in queste vene, partendo dalle montagne delle zone ricche, non lontano dalle piste da sci, per finire nelle zone più povere, a sud sulla strada che porta al mausoleo dell’ayatollah Khomeyni.

Della città antica rimane ben poco. A nord le ville con i giardini inizio secolo, dove i ricchi venivano a rinfrescarsi nelle torride estati, hanno ormai lasciato da tempo posto a eleganti edifici, che ricordano più una versione locale dello stile haussmanniano parigino, che quello dell’architettura classica persiana. A sud i palazzi hanno uno stile più povero e non molto bello.

In fondo Teheran divenne capitale della Persia solamente nel 1786. Era inevitabile che la crescita della popolazione, arrivata oggi a 8.429.807 abitanti in città e 13.500.000 contando le zone limitrofe, cambiasse radicalmente il suo volto.

Rimangono però grandi segni della storia, complessa e importante, vissuta dall’Iran nel novecento. Sopratutto quelli lasciati dalla dinastia Pahlavi e dalla rivoluzione islamica. Al contrario di quello che si pensi, il movimento rivoluzionario khomeynista non ha distrutto i monumenti del regno che aveva travolto, ma vi ha accostato i suoi.

Nonostante il cambio di regime fu, in alcune fasi, sanguinoso, sia nei confronti dei sostenitori dei Phalavi, sia dei simpatizzanti della sinistra laica o comunista, che in una prima fase avevano appoggiato la rivoluzione, la repubblica islamica non distrusse quasi mai il patrimonio artistico.

Questo perché la cultura iraniana non lo avrebbe mai permesso. Millenni di storia e di stato centralizzato, hanno reso gli iraniani molto consapevoli di chi sono e da dove provengono.

Basta fare giro nello splendido palazzo Niavaran, uno delle residenze dello Shah per rendersi contro che nemmeno una presa elettrica è stata toccata dal giorno della rivoluzione. La splendida biblioteca, che per lo stile anni settanta sembra uscita da un film di James Bond, è ancora là. Girando tra i libri è impossibile non notare una statua di Arnaldo Pomodoro, un libro di Cenerentola firmato da Walt Disney, un tavolo in malachite del Congo e i cristalli che pendono dal soffitto come stalagmiti. Guardando bene si nota un’edizione di lusso del libro dello Shah Mohammad Reza della Dino Editori. Nono mancano splendide opere d’arte iraniane per ricordare che siamo in Persia. Tutto è rimasto cristallizzato dal giorno della rivoluzione, come una Pompei moderna. Pochi edifici più in la, tra i giocattoli del figlio dello Shah, si trova, come se niente fosse, un frammento lunare regalato dal presidente americano Richard Nixon a Mohammad Reza.

Un altro esempio è il Museo dei Gioielli della Corona, in Ferdusi Avenue, non lontano dalla sede centrale della Melli Bank. Il tesoro di Ali Babà delle leggende, se paragonato a questo, è poca cosa.

Si tratta sicuramente di una delle più grandi raccolte di gioielli e pietre preziose al mondo, maggiore di quella della corona inglese. Si va dai pezzi di narghilè smaltati della dinastia Qajar, di rara raffinatezza, a piatti colmi di diamanti e pietre preziose come se fossero pistacchi. Di particolare interesse sono l’enorme mappamondo di pietre preziose e soprattutto il trono del Pavone, dove un tempo era montato il diamante Koh I Noor, oggi appartenente corona inglese.

Molto bello anche il museo del tappeto, costruito nel 1976, è stato voluto e disegnato dall’Imperatrice Farah Diba e presenta, oltre che una splendida collezione di tappeti persiana, un’architettura molto interessante.

Un altro monumento molto bello di Teheran è la (della libertà), chiamata prima della rivoluzione Shahyad Aryamehe (torre commemorativa del re). Fu costruita nel 1971 dall’architetto Hossein Amhat in occasione delle cerimonie organizzate da Mohammad Reza Pahlavi per festeggiare i 2500 anni dalla fondazione dell’Impero Achmenide da parte di Ciro Il Grande. Presenta, come quasi tutti i monumenti costruiti nel paese negli anni settanta, un’interessatissimo equilibrio tra gusto persiano e avanguardie architettoniche occidentali.

Il massimo capolavoro di quest’epoca è però il Museo di Arte Moderna di Teheran. Questo luogo era nato per far coniugare le avanguardie artistiche europee e l’arte contemporanea iraniana. Era la quint’essenza dell’idea del dialogo tra forme artistiche diverse. Oggi è visitabile solo parzialmente, ma non è stato né distrutto né smembrato. La collezione è ancora tutta lì. L’imperatrice Farah Diba la mise insieme convincendo lo Shah a utilizzare i ricavi dell’aumento del prezzo del petrolio per creare la più grande collezione di arte moderna fuori dal Nord America e dall’Europa. Dopo la rivoluzione i quadri furono messi nei sotterranei, ma non distrutti, né venduti. L’orgoglio iraniano non lo avrebbe mai permesso. Addirittura il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione decretò che sarebbe stato immorale fare commercio di opere d’arte che appartengono al paese, anche se considerate non consoni e quindi non esposte.

Il museo fu inaugurato nel 1977 e l’architettura è una rivisitazione iraniana del Guggenheim di New York, fatta dall’architetto Kamram Diba, cugino dell’imperatrice. Tutti i maggiori artisti del novecento, fino a quell’epoca sono rappresentati. Basti pensare che si stima che l’intera collezione valga due miliardi e mezzo di sterline, Solamente per citarne alcuni, nei sotterranei del museo ci si imbatte in opere di Kandinsky, Pollock, Monet, Pissarro, Van Gogh, Picasso, Giacometti, Bacon, Ernst, Magritte, Warhol, Lichtenstein, Mirò, Braque, Munch, Degas, Morandi, Balla, Duchamp, Marini, Renoir, Pomodoro, Hopper, Rivera.

Parte di queste opere usciranno dall’Iran per essere esposte in esposizioni temporanee a Berlino e Roma nei prossimi mesi.

Anche il regime khomeynista ha costruito i suoi monumenti, alcuni più tradizionalisti, come l’enorme tomba dell’ayatollah Khomeyni, altri decisamente più americani, come la torre delle telecomunicazioni di Teheran.

In fondo l’Iran di oggi continua quel percorso imperfetto iniziato con la rivoluzione costituzionale del 1905. Primo tentativo di aprire un paese feudale, che ancora aveva i servi della gleba, alla modernità.Il paese è passato, negli anni 20, dal colpo di stato di Reza Pahlavi contro i Qajiar, di stampo laicista, non dissimile da quello di Attaturk in Turchia e per il tentativo, negli anni 50, di Mossadeq di creare uno stato moderno che gestisse le sue risorse petrolifere, ma che guardasse agli inglesi per le istituzioni politiche e sociali interne. Ancora, per le due rivoluzioni bianche di Mohammad Reza Pahlavi, che provarono, negli anni sessanta e settanta, a modernizzare il paese in senso laico e per la rivoluzione del 79, prima di sinistra e poi islamica. Infine per il tentativo di modernizzare la stessa rivoluzione islamica, che oggi appare incapace, senza riforme, di attrarre i più giovani. Il paese, da più di cento anni tenta di trovare un equilibrio tra est e ovest e non riesce a trovarlo. Passo dopo passo è però mutato per sempre. Solo il tempo dirà dove andrà.