“Alexanderplatz è ancora per metà capitalista e per metà comunista. Una volta il comunismo era a est e il capitalismo a ovest. Oggi il capitalismo è in basso mentre il comunismo si è spostato ai piani superiori”. A spiegarlo è Heinz, proprietario di una bottega che vende giornali nella centralissima piazza di Berlino e vecchio cuore pulsante del regime totalitario di stampo comunista che congelò metà Germania dal 1945 al 1989: la Repubblica Democratica Tedesca (Ddr).

Guardando la grande piazza non si può che dare ragione a Hans. Se un tempo da questo luogo si scorgeva l’architettura occidentale guardando ad ovest mentre quella sovietica era sul lato est, oggi la differenza è tra l’altro e il basso. I negozi occidentali e i loro prodotti colorati hanno occupato tutti i primi piani dei palazzi. Appena si alza la testa, però, ci si imbatte ancora nel grigiore di una immensa distesa di costruzioni di cemento rimaste uguali ad allora. Tutti i palazzi del governo della ormai defunta Repubblica Democratica Tedesca sono ancora lì: è lì pare del Palast der Republik, la vecchia sede del parlamento della Ddr sorta sulle macerie del vecchio palazzo degli imperatori prussiani (danneggiato dalle bombe alleate e poi demolito dai comunisti); è ancora lì a poca distanza il quartier generale della Stasi – i temibili servizi segreti tedesco-orientali-,  quello della Sed – il partito unico comunista che regnò dall’inizio alla fine dell’esistenza del regime – e sono ancora lì i vecchi uffici del Kgb. All’interno di palazzoni progettati apposta per far sentire molto più piccolo che vi si trova di fronte. L’effetto è lo stesso, oggi come allora.Prendendo la metropolitana da Alexanderplatz verso la parte est della città il panorama non cambia.

Le edificazioni comuniste sono sempre più o meno uguali: cemento grigio, amianto e prefabbricato. Gli stessi edifici si possono trovare da Berlino fino a Vladivostok, senza grandi variazioni. E, oggi come allora, fanno parte della vita quotidiana delle persone che vi vivono. Nonostante la massiccia operazione di ristrutturazione ideologica promossa dalle autorità tedesche contemporanee, che hanno cambiato i nomi delle strade rimuovendo i riferimenti all’ideologia comunista, la Ddr esiste ancora nei residui architettonici e “nelle teste” di molti.Ad una fermata sale sul vagone una signora. Vestita di stracci, ha i capelli grigi, la pelle cadente e parla con uno stretto accento berlinese. È una senzatetto che cerca di vendere dei vecchi giornali in cambio di qualche soldo o di qualcosa da mangiare. Quando riceve una moneta ringrazia, sorride, si siede e si mette a parlare. Si chiama Mandy, è nata sotto il comunismo e nella Ddr aveva casa e lavoro. Dopo il crollo del Muro è rimasta disoccupata e ha iniziato a vivere per strada e a fare uso di eroina. Una volta disintossicatasi non è più riuscita a reinserirsi socialmente. “Questo Kapitalismus ci distrugge” dice “prima si stava meglio. Non avevamo banane e mandarini ma a cosa ci servivano? E poi ognuno aveva una casa e un lavoro e se non davi fastidio a nessuno allora nessuno dava fastidio a te. Oggi non possiamo neanche più dormire per strada che arriva uno zingaro o uno dell’est che per una sigaretta ti accoltella e la polizia non sa fare più nulla”.

La Ostalgie, il sentimento di nostalgia verso le sicurezze della Ddr, è un sentimento ancora fortemente diffuso nell’Est della Germania. Non soltanto tra militanti politici o tra i residui delle vecchie organizzazioni comuniste che sono sopravvissute al crollo del regime, ma anche e soprattutto nelle fasce popolari. I cittadini dell’Est ancora ricordano come si viveva al dilà della cortina di ferro e possono effettuare un paragone con il mondo in cui si trovano oggi. “Se sotto il comunismo vigeva la sorveglianza, sotto il capitalismo di oggi vige la disuguaglianza” continua Mandy. Quello che a molti manca è l’ordine, la pulizia, il controllo e le certezze che la Ddr garantiva. Non è un caso che molti di questi nostalgici votino a destra.

Uscendo dalla stazione della metropolitana di Lichtenberg, profonda Berlino est, ci si imbatte in due banchetti uno di fronte all’altro. Uno ornato di bandiere rosse, l’altro di bandiere azzurre. Il primo è della Linke, il partito di estrema sinistra erede dei movimenti comunisti della Ddr, il secondo di Alternative fuer Deutschland (AfD), la destra anti-europeista e anti-immigrazione che in occasione delle ultime elezioni amministrative si è fortemente affermata nella parte est del Paese, espugnando diverse ex roccaforti rosse. Due estremismi, si potrebbe dire, uno di fronte all’altro. Che si rivolgono allo stesso tipo di elettore, il vecchio cittadino della Ddr, che cercano di convincere della giustezza della propria causa.“Tutti gli immigrati sono i benvenuti” dicono i rossi “i rifugiato sono troppi” controbattono gli azzurri. Secondo Harald Wolf, candidato sindaco della Linke a Berlino per le prossime elezioni comunali, “la crisi migratoria ha sdoganato la destra, che ora ha molta più presa sui cittadini. Noi cerchiamo di combattere questo fenomeno spigando alla gente che la AfD non rappresenta una vera alternativa sociale, che invece siamo noi con il nostro socialismo democratico”.

Nata dall’unione delle vecchie formazioni di ex agenti della Stati o di ex impiegati della Ddr, la Linke ha saputo negli ultimi anni far convergere su di sé il malcontento delle fasce popolari verso le difficoltà e le insicurezze che il capitalismo ha portato. Nei mesi scorsi, però, il partito è crollato nei consensi, lasciando terreno alla AfD e alle sue battaglie anti-immigrati. I sondaggi mostrano infatti come la base che prima li votava in massa non fosse composta da persone ideologizzate, bensì da gente comune che chiedeva più sicurezza. Con la sua indiscriminata apertura all’arrivo dei migranti la Linke è così arretrata a favore dei conservatori.

Come è possibile che così tanti cittadini della ex Ddr si identifichino oggi nella destra? Come è possibile che in così tanti ex comunisti si facciano sedurre dalle parole d’ordine contro l’immigrazione? La ricerca per una forte autorità è una costante nella storia e una caratteristica della mentalità tedesca. Nonostante il regime comunista tedesco orientale sia considerato l’esperimento maggiormente totalitario della storia ( fonti ufficiose affermano che gli informatori al servizio della Stasi fossero una persona ogni sei abitanti) è innegabile che il suo sistema fosse stato interiorizzato dalle masse. I movimenti di resistenza contro di esso furono sporadici e discontinui rispetto a quelli degli altri Paesi del blocco sovietico (come Polonia e Ungheria), sintomo di un’accettazione de facto delle ferree regole dello status quo. I tedeschi orientali sono passati dal nazionalsocialismo direttamente al comunismo e sono abituati ad essere governati da forti autorità. Se la sinistra non è più in grado di garantirle il popolo ha mostrato di non farsi problemi a cercarle a destra.

Il passaggio dal nazionalsocialismo al comunismo da una parte e al liberalismo dall’altra fu breve. Finita la guerra gli alleati si spartirono il nemico sconfitto. Inglesi, francesi e americani occuparono la parte ovest, i russi quelle ad est. Berlino fu divisa allo stesso modo ma dato che si trovava in zona orientale i suoi quartieri occidentali divennero delle enclave di economia a libero mercato in territorio comunista.

Da entrambe le parti venne condotto un esperimento analogo: quello di creare un nuovo tipo di uomo tedesco, che si staccasse dall’ideologia nazionalsocialista e rispondesse ai valori dei nuovi sistemi. Nei loro territori le potenze occidentali diedero la caccia ai pezzi grossi del nazismo (utilizzando i vecchi campi di concentramento per i prigionieri), sciolsero la stampa del vecchio regime per instaurarne una nuova e diedero vita agli assetti democratici di governo che poi vennero consegnati alle istituzioni della neonata Repubblica Federale (Germania Ovest), sostenuta e sponsorizzata con le massicce e invasive sovvenzioni del Piano Marshall. Questa venne denominata la “grande opera di denazificazione” e puntava a inserire la Germania nel nuovo mondo globale a trazione americana che in quel momento si stava delineando. Il nuovo tedesco occidentale doveva dunque ricevere una educazione ispirata a valori provenienti d’oltreoceano, fondati sulla libertà economica e sulla libera  competizione.

I russi trasformarono i propri territori nella Ddr, che resero un proprio satellite. Nazionalizzarono la produzione, le fabbriche e le proprietà e istituirono un regime monopartitico controllato capillarmente dai servizi segreti della Stasi. A capo del neonato Stato vennero messi dei tedeschi di convinta fede stalinista (Erich Mielke, Walter Ulbricht, Erich Honecker) che dagli anni 30 avevano riparato in Russia. I prigionieri nazisti e i nemici del popolo vennero epurati tramite il riutilizzo dei Lager e quando questi furono pieni ne costruirono di nuovi e mandarono i restanti prigionieri in Russia.Si calcola che a guerra finita furono circa 45mila le persone che morirono per malattie, malnutrizione o violenze. La categoria più colpita furono gli insegnati, che avrebbero potuto educare i bambini nei valori nazisti, al loro posto venne selezionata una nuova elites che educasse invece alla lotta di classe. Per formare nuovi cittadini era necessario farlo dall’infanzia. Vennero fondati i ‘Pionieri’ e la ‘Gioventù Libera Tedesca’ organizzazioni giovanili con il compito di istruire i ragazzini all’amore per Marx e per la patria. La struttura era la stessa delle Hitlerjugend: riunioni, fiaccolate, giuramenti di fedeltà e preghiere erano all’ordine del giorno.

L’uomo nuovo socialista doveva essere diverso sia da quello nazista che da quello occidentale: il punto di arrivo di un’evoluzione darwiniana della storia che avrebbe avuto nel comunismo la sua ultima fase di realizzazione. Eppure questo esperimento fallì. Fallì di fronte alle miglia di persone che fuggivano ogni giorno ad ovest sedotte dall’accattivante stile di vita occidentale; fallì quando nel 1961 le autorità comuniste per evitare questo esodo diedero l’ordine di costruire la “misura protettiva antifascista”, poi passata alla storia come Muro di Berlino; fallì quando nel 1989 il popolo tedesco riempì le strade e le piazze al grido di “Wir sind das Volk” (noi siamo il popolo) e contribuì all’estinzione del regime; fallì quando, a Germania riunita, ci si rese conto che mentre a ovest i tedeschi avevano cambiato usi, costumi, sogni e necessità in senso occidentale, quelli orientali non avevano subito una mutazione così profonda.La scomparsa del comunismo, in Germania come in tutta l’Europa dell’est, ha significato la fine di un’ibernazione lunga 50 anni dei popoli che vi sottostavano che, una volta liberati, hanno mostrato di avere vocazioni non dissimili a quelle precedenti al 1945. Secondo von Karl-Eduard von Schnitzel, ex Ministro per la propaganda della Ddr, il Muro esiste ancora nella testa delle persone perché ha impedito all’imperialismo di contaminare l’Est.

La fase di occidentalizzazione dell’Europa dell’est iniziata negli anni 90 ed oggi tuttora in corso si sta infatti scontrando con le resistenze di opinioni pubbliche non sempre disposte a cedere la propria sovranità e a rinunciare alla propria riconquistata identità. In ampie fette della popolazione della ex Ddr è presente la ricerca di forti istituzioni che tutelino la comunità nazionale all’interno della quale sono abituati a vivere. Con questo si spiega come molti di loro temano l’immigrazione, che vedono come un attacco tanto alla riconquistata identità quanto alle certezze sociali messe già in dubbio dal nuovo sistema. Non è dunque un caso che di fronte ad una sinistra che assume posizioni opposte in molti scelgano la destra. Mostrando come la divisione fra est e ovest sia ancora fortemente marcata. Nelle teste come nella politica.

Reportage di Luca Steinmann