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da Talish (Nagorno Karabakh) La strada per il fronte è un canale scavato nel fango fiancheggiato da due alte palizzate di terra. Il pullmino dell’era sovietica su cui viaggiamo ci s’infila dentro navigando nella melma, rimbalzando come una pallina di flipper impazzita tra i due terrapieni. I sei soldati che ci accompagnano puntano il dito verso i finestrini, scrutano inquieti il pezzo di cielo madido di pioggia sospeso sopra questa galleria per topi. «Per fortuna ci sono nubi e nebbia. Gli azeri sono tutt’attorno. Siamo a tiro dei loro missili e dei loro mortai… questo è l’unico modo per arrivare vivi in prima linea… Se Cristo ci protegge», sussurra il sergente Dima, mentre si allunga dal volante per baciare il crocefisso appeso allo specchietto retrovisore.

Ora la galleria sprofonda ancora, fino a quando sul fianco destro non appare un camminamento. Mentre il sergente Dima blocca il veicolo, un militare, comparso dal nulla, spalanca il portellone destro, ci fa segno d’uscire, ci spinge verso il passaggio e ci urla le prime istruzioni. «Avanti, veloci, di corsa…. tenete giù la testa e non sognatevi di sporgervi o guardare fuori dalla trincea. Se lo fate siete fottuti… i cecchini azeri sono a meno di trecento metri e non perdonano. Attenti perché qui si spara ogni giorno. Ricordatevi che il cessate il fuoco non esiste». Arthur, come si fa chiamare, è l’ufficiale responsabile di questo avamposto trincerato scavato lungo quella «linea di contatto» che dal 1994 divide i territori dell’enclave armena del Nagorno Karabakh dall’Azerbajian. Qui – come ricorda di continuo Arthur – il cessate il fuoco che 22 anni bloccò un conflitto costato la vita a trentamila fra azeri e armeni, è solo teorico. «Qui amici la guerra non è mai finita – spiega il poco rassicurante capitano Arthur – qui gli azeri ci sparano addosso ogni giorno. Qui un colpo di mortaio può farci secchi in qualsiasi momento».

Infilarsi in queste trincee, seguire Arthur e i suoi soldati in questo dedalo di gallerie rinforzate da assi di legno e difese da alti muri di filo spinato è come salire su una macchina del tempo programmata per riscoprire i campi da battaglia della prima guerra mondiale. A ogni snodo della trincea si apre, come cento anni fa, una buia baracca sotterranea dove i militari si danno il cambio su sei brande puzzolenti di cibo e sudore. Al filo spinato sono appese, ogni cento metri circa, dozzine di scatolette di latta del rancio svuotate e trasformate in rudimentali meccanismi d’allarme.

«Se gli azeri tentano di penetrare o tagliare la recinzione, le scatolette sbattono e noi usciamo a dargli il benvenuto», spiega il sergente Dima che nel frattempo ci ha raggiunto imbracciando il suo kalashnikov. Ma il vero salto nel tempo, il passaggio capace di riportarti alle atmosfere della guerra del Carso raccontate da Emilio Lussu in Un anno sull’altopiano è il posto d’osservazione. Qui le strette feritoie chiuse da blindature scorrevoli sono la scacchiera su cui si gioca la guerra dei cecchini.

«Ora te ne apro una, guardi fuori e conti fino a sette perché – sottolinea Arthur – a dieci quello dall’altra parte ti spara». In quei sette secondi si fa appena a tempo a buttar l’occhio in una specie di specchio capovolto in cui , a meno di duecento metri, è ridisegnata una trincea esattamente uguale a quella in cui ti trovi. «Da lì – racconta il comandante Arthur sono arrivati la notte del 2 aprile. Quando è iniziata la pioggia di granate di mortaio, missili e artiglieria abbiamo pensato a una delle solite azioni diversive per coprire qualche piccola infiltrazione, ma poi ci siamo accorti che stavano avanzando con i carri armati e abbiamo capito che la questione era seria».

L’offensiva azera dello scorso 2 aprile scatta simultaneamente lungo tutta la «linea di contatto» ed è considerata la più violenta e sanguinosa violazione del cessate il fuoco dal 1994 a oggi. Nel corso dei furiosi combattimenti di quella notte e dei successivi tre giorni cadono uccisi 31 soldati azeri e una novantina fra militari e civili armeni. I feriti si contano a centinaia. «Quella notte quando sono arrivato qui la situazione era disperata. Gli azeri approfittando del fattore sorpresa erano quasi arrivati dentro le nostre trincee. Fermarli non è stato facile. Quella notte ho visto morire alcuni dei miei soldati e ho temuto di non farcela, ma dopo la confusione delle prime ore ci siamo riorganizzati e li abbiamo ricacciati indietro. Da qui non passeranno mai».

La violenta offensiva azera di quei primi giorni di aprile è accompagnata da una serie di atrocità che sembrano studiate per diffondere il terrore tra il nemico e hanno ben poco da invidiare a quelle messe in scena allo stesso scopo dallo Stato islamico. La più tristemente famosa è l’esibizione della testa del 20enne soldato dell’esercito armeno Karam Sloyan, catturato e decapitato mentre combatteva nelle trincee del Nagorno Karabakh. A quell’immagine raggelante si aggiungono però le testimonianze e le immagini delle esecuzioni sommarie di civili commesse a Talish, un piccolo villaggio a ridosso della «linea di contatto», occupato per un paio di giorni dalle forze azere. Tra le fattorie e i casali semidistrutti, tra i verdi crinali inzuppati di pioggia e i campi coltivati di Talish il tempo sembra, da quel giorno, essersi fermato. Una zappa conficcata nelle zolle attende ancora il suo contadino, un trattore crivellato di proiettili affonda nella melma, una scrofa abbandonata allatta i suoi piccoli. Tutt’attorno facciate sfregiate dalle bombe, pali elettrici abbattuti, finestre infrante, tetti sfondati dalle granate. Di abitanti neppure l’ombra. Poi dalle nubi appoggiate ai tornanti di un sentiero sbuca Abeli Ian. Ha 37 anni, un kalashnikov in mano e un fardello di coperte e lenzuola in spalla.

«Qui non c’è più nessuno sono scappati tutti. Io sono tornato per portar via un po’ di roba dalle rovine di casa mia. Quella notte quando ci sono caduti tre missili sul tetto e ho sentito i combattimenti farsi sempre più vicini, ho capito che gli azeri erano entrati nel villaggio. Allora ho fatto uscire i miei genitori, mia moglie e i figli dalla cantina e li ho portati in salvo. Quella notte chi non fuggiva non sopravviveva», racconta Abeli Ian mentre ci accompagna verso una fattoria nella parte alta del villaggio, a poche centinaia di metri dalla linea di contatto. L’abitazione sembra quasi più fortunata delle altre perché le bombe – cadute soprattutto sulla parte inferiore del villaggio – non l’hanno neppure sfiorata. Ma l’orrore è appena oltre la porta d’ingresso. Abeli Ian la spinge con il calcio del kalashnikov e la luce illumina una spennellata di sangue raggrumato all’ingresso del salotto. «Guarda, quello è il sangue di Razmela Khalafyan, abbiamo trovato il suo corpo a terra qui tra l’ingresso e il salotto. Dentro sulla poltrona c’era quello di suo marito Valera Khalafyan. Aveva 65 anni e non aveva mai fatto del male a nessuno… I soldati azeri gli hanno sparato in testa, gli hanno tagliato le orecchie e se le sono portate via come trofeo. E lo stesso hanno fatto sua madre. L’abbiamo trovata su quel divano. Aveva 96 anni, ma non hanno risparmiato neppure lei».

I corpi di quei tre anziani uccisi e mutilati sono diventati il simbolo delle atrocità commesse dalle truppe azere in questo rigurgito di guerra. Atrocità contro i civili che si mescolano a quelle scoperte sui corpi dei 18 soldati armeni rimasti in mani azere e restituiti grazie alle trattative condotte dalla Croce rossa internazionale. Le foto dei cadaveri straziati e deturpati ottenute dal Giornale sono un’autentica, inguardabile galleria degli orrori. Una galleria degli orrori che Viktor Kocharian, presidente della Commissione dispersi del Nagorno Karabakh, promette di utilizzare per trascinare l’Azerbajan davanti a una corte internazionale. «Avete visto quelle foto? Sulla maggior parte dei 18 cadaveri che ci hanno restituito erano evidenti i segni di atrocità e mutilazioni. Ad alcuni hanno levato gli occhi, ad altri hanno tagliato la testa, le orecchie e le mani. Quelle foto sono le prova delle atrocità azere e noi le useremo per accusarli di crimini contro l’umanità».