Ci eravamo lasciati al confine greco-macedone, dove i profughi passavano al ritmo diquattromila al giorno, lenti ma determinati nella marcia verso nord.Dopo una settimana di blocco della frontiera, Skopje ha deciso che era meglio lasciar passare tutti, imbarcandoli sui treni e recapitandoli, in due ore di treno al confine con la Serbia. Gli immigrati non hanno nulla da obiettare, anzi. Ringraziano, comprano il biglietto e se ne vanno.

Arrivati in Serbia, peró, la sosta è obbligatoria. Dopo una breve fermata presso Miratoslav, il fiume di migranti prosegue verso Preševo, tredicimila anime al confine con il Kosovo. Terre che hanno conosciuto pochi anni di pace, dove il ricordo del conflitto del 1999 è ancora vivo.

Qui il governo di Belgrado ha allestito un campo di identificazione, nel tentativo di fare un po’ di ordine nella massa di disperati. Incuriosito, decido di andare a visitarlo. Fortemente presidiato da esercito e polizia, il campo sorge in una vecchia fabbrica ala periferia della cittá. Fuori migliaia di persone attendono, accovacciate in una lunga fila, di entrare. Per chi ce la fa, il premio é l’agognato foglio di via.

Incuriosito, decido di visitarlo. Dopo aver ottenuto l’autorizzazione dal direttore del campo (che, pur di domenica, me la concede munificamente via mail), vengo affidato alla guida di una bellissima ragazza serba, funzionaria dell’ufficio governativo per i rifugiati. Qui a Preševo, mi spiega Aleksandra, la polizia rilascia un documento in cui i profughi si impegnano a chiedere asilo in Serbia (cosa che non fa praticamente nessuno) o a lasciare il Paese entro tre giorni. Ai cancelli del campo, una lunga fila di pullman aspetta giá con il motore acceso, pronti a partire per Belgrado.

Prima di proseguire il viaggio, per chi vuole, c’è una doccia, un pasto caldo e una visita medica. Passando davanti ai banchi dove vengono rilasciati i fogli di via, peró, noto che i documenti approvati vengono impilati e quindi abbandonati in un angolo: manca completamente ogni digitalizzazione. Aleksandra, abbozzando, confessa imbarazzata che “non esiste ancora” un archivio elettronico.

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Profughi serbi ©Maurizio Faraboni

 

Scaduti i trenta minuti a disposizione per la visita al campo, salto su uno dei bus che portano a Belgrado. Io e Maurizio, il mio fotografo, siamo gli unici europei oltre ad autista e bigliettaio. Fatichiamo non poco ad acquistare il biglietto e alla fine la spuntiamo solo dopo aver promesso di non scattare alcuna foto a bordo. Il titolare dell’agenzia di viaggi tiene molto ad assicurarci che il suo è un servizio perfettamente legale, e che i profughi pagano un regolare biglietto.

A bordo tutti effettivamente sembrano piuttosto contenti e rilassati: da Belgrado proseguiranno il viaggio per il confine nord, nella speranza di riuscire ad entrare in Ungheria senza troppi problemi. Alcuni ragazzi africani mi raccontano addirittura di aver preso l’aereo fino in Turchia e di aver attraversato Grecia e Macedonia: “La traversata dalla Libia alla Sicilia è troppo lunga e pericolosa”, mi spiegano.

Non tutti, peró, sono soddisfatti del viaggio. Alla stazione degli autobus di Belgrado incontro Abdulsalam, uno degli ingegneri siriani che avevo conosciuto a Bodrum. Mentre i suoi compagni sono ancora bloccati a Kos, lui ha ottenuto i documenti, anche a causa della brutta ferita alla gamba sinistra. Arrivato al confine serbo, mi racconta davanti a un caffé, ha comprato un biglietto ferroviario per la capitale.

Una volta a Belgrado, peró, il treno si sarebbe fermato senza aprire le porte, proseguendo poi per la frontiera ungherese (lui poi sarebbe tornato a Belgrado da solo per ritirare dei soldi che gli erano stati spediti lá). Un tentativo, apparentemente, di recapitare i profughi direttamente al prossimo Stato. Come pacchi postali sgraditi, da consegnare nelle mani di Angela Merkel il prima possibile.

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