(Fairmont) Se si vuole avere un’idea di quanto la crisi economica abbia colpito gli Stati Uniti bisogna venire inWest Virginia. Qui, meno di due milioni di abitanti, sparsi su di un territorio montagnoso grande poco meno del nord Italia, combattono ogni giorno con un declino inarrestabile. Un declino che, prima ancora che materiale, pare psicologico, ed i dati sulle morti per overdose sembrano dimostrarlo: 41,5 morti per droga ogni 100mila abitanti (in Italia sono appena 7,8 ogni milione di abitanti).

Uno Stato che ha perso la “speranza”. Da alcuni anni a questa parte, infatti, l’industria mineraria che per decenni aveva trainato l’economia locale è entrata crisi, portando alla chiusura di gran parte dei siti minerari e delle industrie ad essi collegati.

La colpa, secondo i “mountaineers”, i “montanari”, come amano farsi chiamare i west virginiani, sarebbe tutta della politica energetica portata avanti dal duo Obama-Clinton, che nel giro di pochi anni avrebbe smantellato gran parte dei siti e posto regole strettissime sulle estrazioni. Per capire quale sia oggi la situazione nello stato, ci rechiamo nella cittadina di Fairmont, dove incontriamo Belinda Biafore, presidente del Partito democratico in West Virginia.

La donna, da tempo in prima fila nella politica locale, ci spiega come fino a pochi anni fa tutto lo Stato votasse per i candidati progressisti: “Il West Virginia, con i suoi minatori e le sue industrie – spiega Biafore -, è sempre stato molto vicino a noi democratici. Nei decenni scorsi abbiamo introdotto importanti norme per tutelare la sicurezza dei lavoratori e ottenuto per loro paghe più alte. Poi però tutto è cambiato. Specialmente durante la presidenza Obama. I lavoratori hanno cominciato a credere che li avessimo abbandonati, e da lì per noi è stato un declino inarrestabile”.

E che l’elettorato una volta vicino alla sinistra e ai sindacati abbia deciso di spostare il suo voto verso i repubblicani, ce lo testimonia anche  Mark Dorsey, un sindacalista della “Unite Mine Workers of America” di Fairmont: “Il presidente Trump, in campagna elettorale, aveva fatto molte promesse sul fatto che avrebbe riportato lavoro in queste zone. Promesse a cui moltissimi minatori, anche iscritti al nostro sindacato, hanno creduto. Ora però stiamo ancora attendendo azioni concrete”.

Chi invece non pare avere dubbi sul fatto che “The Donald” possa risollevare le sorti degli Stati Uniti è Frank Rizzo, un ex minatore italo-americano oggi in pensione, che incontriamo nella vicina cittadina di Monongah. “Mio nonno arrivò negli Stati Uniti nel 1889 e da subito si mise a lavorare sodo nelle miniere che qui una volta abbondavano. La mia famiglia, come molte qui in zona, era originaria della Calabria. Ai tempi il lavoro era molto duro, si scaricava il carbone con le mani, le norme di sicurezza erano scarsissime, ed il muli da soma erano il tuo miglior amico nelle gallerie. Poi avvenne il disastro”.

Sì, perché Monongah non è solamente una placida cittadina americana. È anche il sito del maggior disastro minerario della storia degli Stati Uniti. Una sciagura che portò alla morte di 362 minatori, e di un numero imprecisato di donne e bambini. Per la maggior parte italiani. “Non si saprà mai quante persone siano rimaste intrappolate dal crollo – spiega Rizzo -, anche perché all’epoca era usanza portare con sé nel sottosuolo anche mogli e figli. Quel che è certo però è che il disastro lascio una ferita profonda in queste zone. Io stesso, quando annunciai a mio padre di voler fare il minatore, dovetti fare i conti con la sua più totale contrarietà. Non voleva. Aveva ancora in mente i racconti di mio nonno. Ma qui, in West Virginia, la miniera è sempre stata la sola possibilità per mantenere la famiglia”. Poi però sono arrivati gli anni bui.

“Barack Obama aveva deciso di dichiarare guerra al carbone. Diceva che le estrazioni provocavano inquinamento, che il futuro era nell’energia solare ed eolica. Ma erano tutte idiozie. Nei fatti ha semplicemente devastato la nostra industria mineraria, lasciando senza lavoro migliaia di minatori ed operai che per anni avevano votato il Partito democratico e sostenuto i sindacati. Io stesso sono stato per anni iscritto alla “United Mine Workers of America”, ma alle ultime elezioni ho votato per il presidente Trump e lo rifarei altre mille volte. Trump – continua Rizzo – vuole finalmente aiutare il nostro Stato. Ha promesso di riaprire le miniere, aiutare l’industria, portare sul terriorio milioni di dollari di investimenti. E fino ad ora sta facendo un lavoro fantastico”.

È però sulla questione immigrazione che l’ex minatore sembra avere le idee ancora più chiare. Tanto da ribaltare uno dei più noti luoghi comuni della sinistra buonista: “Mi fanno ridere quelle persone che dicono: ‘Ehi, come fate a votare per Trump e ad essere contro l’immigrazione se anche voi siete stati immigrati?’. La risposta è molto semplice. I miei nonni arrivarono ad Ellis Island e rispettarono tutte le regole. Si misero a lavorare duramente, e con il tempo si costruirono un futuro senza chiedere nulla a nessuno. Oggi invece c’è chi vorrebbe aprire i confini e lasciar entrare tutti senza regole. È sbagliato. Non si possono accogliere migliaia e migliaia di persone che arrivano portando droga, terrorismo ed illegalità, come state facendo voi in Europa. È necessario invece chiudere i confini e creare un sistema in grado di determinare chi può entrare e chi no, dando la precedenza a chi se lo merita, ha un’educazione o un lavoro, così che non pesi sulle casse dello stato. Siamo stufi di questo ‘liberalismo’ – conclude -. Qui vogliamo lavoro, sicurezza e confini chiusi. Tutto qui”.

Foto di apertura di Justin Sullivan Getty Images

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