I disegni sui muri della vecchia ambasciata statunitense a Teheran deridono ancora il “Grande Satana” eppure il primo voto politico dopo l’accordo che ha portato al ridimensionamento del programma nucleare iraniano (luglio) e alla fine dell’embargo internazionale (gennaio) deve rendere conto anche a Washington e ai suoi alleati europei (che in parte, ora, sono anche quelli dell’Iran).

Per questo più dei candidati in corsa per un seggio al Majlis (parlamento) o all’Assemblea degli Esperti (organo giuridico-religioso che nominerà la prossima Guida Suprema), i massmedia nazionali e l’ayatollah Ali Khamenei si sono focalizzati sulla partecipazione. Un metro di giudizio semplice quanto esaustivo per far comprendere all’opinione pubblica occidentale il consenso popolare, dunque la legittimità democratica, della Repubblica Islamica. Ebbene secondo il ministero dell’Interno l’affluenza sarebbe pari al 60 percento degli aventi diritto, ovvero su 55 milioni di cittadini chiamati alle urne avrebbero votato circa 33 milioni di iraniani. Le foto raffiguranti lunghe code formatasi venerdì fuori dai seggi sparsi in tutte le città parlano chiaro: indipendentemente dai risultati a vincere è la teocrazia che sotto il turbante nasconde l’entusiasmo della sua gente. O almeno questo è il messaggio che arriva dalle nostre parti.

Secondo l’agenzia conservatrice Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, i conservatori  (o “principalisti”) avrebbero già conquistato 94 seggi sui 290 del nuovo Parlamento iraniano mentre altri 50 sarebbero andati ai riformisti e 15 agli indipendenti. Si tratterebbe, secondo queste cifre ancora provvisorie, di una notevole affermazione della lista moderata-riformista vicina all’attuale presidente Hassan Rohani. Ma questi numeri si riferiscono al solo voto nazionale e non comprendono la regione di Teheran, né la capitale, roccaforte di questi ultimi, cui spettano 30 dei seggi totali. Non a caso dai risultati provvisori emerge che 13 dei 16 religiosi che Teheran, principale circoscrizione del Paese, manderà al potente organo statale provengono dalla lista dell’ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani e da Rohani (arrivati primi e secondi). I dati rivelano anche che il primo dei tre candidati dei conservatori, Ahmad Janati, sarebbe al decimo posto nelle preferenze degli abitanti della capitale, al sedicesimo posto invece potrebbe arrivare Taqi Mesbah, tra i religiosi più radicali nello scenario politico conservatore, che i riformisti speravano di riuscire a escludere dall’Assemblea.

I media occidentali si affannano per raccontare l’epopea dei riformisti (insider della teocrazia quanto gli altri), ma qualora rimanessero questi risultati, “i fautori dell’apertura” otterrebbero un’importante vittoria, sebbene non assoluta. L’elettorato ha di fatto premiato l’apertura alla “persiana” (stringere accordi economici con l’Occidente pur congelando l’apparato istituzionale) di Rohani ma a trionfare rimane la “maggioranza silenziosa”, in particolare quegli iraniani che vivono nelle campagne, lontani dalle grandi città contaminate da valori più progressisti. Senza dimenticare i bazarì, la potente lobby economica, cuore pulsante dell’economia, alleata dei mullah fin dagli inizi della Rivoluzione Islamica. Saranno loro a dettare tempi e regole degli investimenti stranieri nel Paese.

Nel campo comunista di Goli Otok
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