“Un grido di cambiamento in Serbia: nè Ue nè Russia c’entrano”
Le voci dei manifestanti a Belgrado

Un grido per il cambiamento: né Ue né Russia, la voce dei manifestanti di Belgrado

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Da ormai cinque lunghi mesi la Serbia è scossa da manifestazioni e proteste. Anche in Italia se ne è parlato, eppure, dalla nostra prospettiva non è ancora del tutto chiaro cosa stia davvero accadendo, anche visto il contesto geografico e politico “distante” della Serbia, che pur si trova in Europa. Così, tra tante notizie e narrazioni, l’unico modo per provare a comprendere la situazione è recandosi sul posto, a Belgrado, storica Capitale e cuore del movimento di protesta.

Tutto ha avuto inizio dopo il tragico incidente di Novi Sad del 1° novembre 2024, quando la tettoia della stazione ferroviaria della città a Nord-ovest di Belgrado è crollata all’improvviso, uccidendo 16 persone. Un incidente a dir poco assurdo, considerando che la stazione era stata rinnovata da soli sei mesi. Un’apparente fatalità, dunque, dietro cui però ci sono stati numerosi errori, negligenza e appalti per le infrastrutture pubbliche gestiti male. È difficile immaginare come un incidente del genere possa scatenare un movimento di protesta tanto massiccio, dove il 15 marzo c’è stata una manifestazione che ha coinvolto, secondo diverse stime, tra i 200mila il milione di persone. Proprio per questo però, è cruciale analizzare prima il complesso contesto storico e politico della Serbia contemporanea.

Monumento del Principe Mihailo in centro a Belgrado, Serbia

Il mosaico di Belgrado: tra influssi socialisti e ottomani, è in corso un’evoluzione

La Serbia non è poi così lontana: 1400 chilometri dall’Italia. Un po’ come fare Milano – Palermo. Eppure, già dall’arrivo all’aeroporto di Belgrado si respira un’atmosfera completamente diversa. La Serbia, infatti, pur essendo circondata da Paesi dell’Unione europea, non ne fa parte, come non fa parte, ovviamente, nemmeno della Nato, anche considerando i bombardamenti del 1999 di cui la Capitale serba conserva ancora la memoria e i segni.

Per le strade di Belgrado, tra le centralissime Piazza della Repubblica e Piazza Tarazije a volte si ha la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, da qualche parte tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. I richiami al passato socialista e jugoslavo si mescolano a quelli della secolare dominazione ottomana, con quartieri centrali come Dorćol, che porta un nome turco (ovvero “incrocio”), ma anche eleganti palazzi in stile liberty, come il celebre hotel Moskva (“Mosca”), dove hanno dormito personaggi del calibro di Einstein e Nikola Tesla, ma anche Luciano Pavarotti e Brad Pitt. Accanto al monumento del principe serbo Mihailo a cavallo c’è persino un richiamo all’Italia, con il Teatro nazionale di Belgrado costruito su modello della Scala di Milano.

Lo storico hotel Moskva in Piazza Terazije

Tuttavia, che si è in Serbia lo si capisce subito: ovunque la città è “tappezzata” con centinaia di bandiere serbe; dalla strada che collega l’aeroporto Nikola Tesla al centro città, su ogni monumento, edificio, bancarella e incrocio. Segno di uno spirito e un’identità nazionali molto forti. Un po’ fuori dal centro città, invece, decine di gru e cantieri, dove alcuni cartelli annunciano che proprio a Belgrado si terrà L’Expo 2027.  Oltre all’area di “rinnovamento” però, anche primi segnali di tensione politica: altre scritte in cui ci si imbatte quasi immediatamente sono infatti “Kosovo je Srbija” (“Il Kosovo è Serbia”), “Anti Nato protest” e “Borba za Pravdu” (“Lotta per la Giustizia”), quest’ultimo scritto in grande sulla facciata di un palazzo in una via parallela del centro. Tutti segni di una situazione in evoluzione.

Scritta sulla facciata di un palazzo a Belgrado: “Lotta per la Giustizia”, in una via parallela del centro

Come una protesta studentesca può diventare nazionale: la corruzione nei Balcani ha radici profonde

Il movimento di protesta serbo è nato su iniziativa di alcuni cittadini di Novi Sad, dopo l’incidente della stazione ferroviaria. Tuttavia, dal mese di dicembre è diventato un movimento di portata nazionale, su iniziativa degli studenti dell’Università di Belgrado: gli studenti della facoltà di Belle arti hanno infatti iniziato ad occupare le aule, seguiti dagli studenti di Lettere e filologia e poi da tutti gli altri. Uno dei motivi è legato all’età vittime: quel tragico 1° novembre 2024 in seguito al crollo, hanno perso la vita 13 persone, tra cui alcuni giovanissimi studenti universitari, a cui se ne sono aggiunti altri nelle settimane successive, arrivando a 16 vittime in totale. Da allora, da ormai quattro mesi, ogni giorno alle ore 11.52 (orario del crollo) diversi gruppi di studenti si organizzano in tutta la Serbia per commemorare le vittime in modo pacifico, rispettando 16 minuti di silenzio. Un minuto per ogni persona deceduta. Non è difficile incrociarli di mattina, passeggiando nelle vie del centro.

Si tratta dunque di un movimento creato “dal basso”, popolare e indipendente, dove però nei mesi successivi si sono aggiunti anche migliaia di lavoratori, pensionati, famiglie e commercianti, che sono scesi in piazza accanto agli studenti. Ma cosa chiedono dunque? Anzitutto giustizia per le vittime, ovvero che i responsabili dei lavori della stazione di Novi Sad – tra cui il Ministro delle infrastrutture, quello dei trasporti e l’amministratore delegato delle ferrovie di Stato – si assumano le responsabilità dell’accaduto. Più in generale però si chiede la fine della corruzione negli affari pubblici del Paese.

L’università di Belgrado occupata dagli studenti

La corruzione, purtroppo, è un serio problema non solo in Serbia, ma in gran parte dei Paesi dell’area balcanica. Qui le infrastrutture pubbliche spesso sono fatiscenti e vecchie di decenni, risalenti al passato socialista. Dall’altra parte, però, quando vengono fatti alcuni lavori di rinnovamento, l’assegnazione degli appalti non sempre viene effettuata in modo trasparente. E del resto, da questo punto di vista il fatto che la Serbia non sia parte dell’Unione europea può a suo modo favorire la situazione, dove il Governo serbo ambisce ad attrare capitale straniero, ma dove d’altro canto, non sempre c’è trasparenza su alcuni lavori pubblici effettuati, proprio come nel caso di Novi Sad. In seguito all’incidente, dall’inizio dell’anno il trasporto pubblico di Belgrado è completamente gratuito per tutti, senza distinzioni di orari, mezzi o fasce d’età dei passeggeri e se alcuni sostengono sia una misura dovuta allo smog eccessivo, altri dicono sia invece un modo del Governo, per cercare di accontentare, almeno in parte, i manifestanti.

Tricolore serbo alla fermata dell’autobus di Piazza degli Studenti

Testimonianze dirette dal corteo: “Dell’Unione europea non ce ne frega niente!”

Anche sabato 29 marzo c’è stato un nuovo corteo a Belgrado: circa 10-15mila persone si sono riunite, munite di cartelli e tricolore serbo, davanti alla sede di Informer TV, per protestare contro la disinformazione dei media. Sebbene i giovani, proprio come in Italia, utilizzino molto i social, in Serbia il mezzo di fruizione primaria delle informazioni resta ancora la televisione, dove però, secondo il racconto di alcuni manifestanti, nonostante le proteste di massa degli ultimi mesi, gran parte dei media serbi hanno riportato poco o nulla della situazione, e d’altro canto, i media davvero indipendenti sono estremamente rari. “Il nostro obiettivo è quello di mandare un messaggio a tutte le persone che seguono questi cosiddetti media e televisioni, che ci riempiono solo di bugie. Nessuna verità è mai stata raccontata…” racconta un manifestante dagli occhi azzurri con il gilet giallo. I “gilet gialli” sono gli organizzatori ufficiali dei cortei. Sono ragazzi e ragazze molto giovani, studenti dell’Università di Belgrado, e spesso sono anche gli unici disposti a parlare un po’ più apertamente.

Manifestanti con bandiere e cartelli al corteo di sabato 29 marzo davanti alla sede di Informer Tv

Tra decine di cartelli curiosi, da icone ortodosse dell’arcangelo Michele a un cartonato di Pikachu (che ricorda le proteste in Turchia) mentre si sentono i manifestanti gridare “Pumpaj!” (“Spingi!”, il motto delle manifestazioni), la prima cosa che colpisce è che da nessuna parte, né in corteo, ma nemmeno nel resto della città, siano visibili bandiere o richiami che non siano serbi. A differenza delle manifestazioni di piazza in Italia o nel resto dell’Europa occidentale, non si scorge nessuna bandiera dell’Unione europea, né tantomeno bandiere ucraine, russe, ma nemmeno palestinesi o israeliane. Nessun richiamo “internazionale”, ma solo centinaia di bandiere serbe, oltre ad alcune bandiere di squadre di calcio locali, organizzazioni e collettivi studenteschi. Questo potrebbe sorprendere molti, che dall’Italia vedono invece queste proteste come “filo Ue” e “filo-occidentali”, ma quel che emerge è che invece, a essere centrale, sia anzitutto la causa del popolo serbo. “L’Unione europea è la fan numero uno del Presidente Vučić. Non gliene frega niente a nessuno dell’Unione europea. Il problema è quello di far fuori una classe politica che è trent’anni che fa danno a questo Paese! Questa corruzione va eliminata” racconta una ragazza.

Cartonato di Pikachu nella manifestazione di Belgrado

Recentemente alcuni partiti di opposizione al Governo del Presidente serbo Aleksandr Vučić avevano anche cercato di attribuirsi la causa dei manifestanti, che però hanno categoricamente rifiutato ogni collaborazione e associazione, temendo che così la protesta potesse essere sminuita o inquinata da interessi altrui. Un altro ragazzo racconta: “All’inizio delle proteste l’opposizione ha cercato di unirsi, ma sono stati cacciati via, perché i loro partiti in realtà sono già stati al governo in passato, ma non hanno fatto niente di buono. Quindi i manifestanti non permettono all’opposizione di intromettersi. Questo è un grido, una richiesta di cambiamento per la nostra società, e non c’entra niente entrare nell’Unione europea, né avvicinarsi alla Russia, alla Cina o a qualsiasi altra cosa. Ho preso parte a molti cortei e ho anche visto alcune persone cercare di fare queste cose… Di innalzare bandiere dell’Ue o della Russia, ma la gente non vuole e non permette questo. Nemmeno i partiti sono ammessi nei cortei, perché vogliamo che rimanga una protesta più “pura” possibile, facendo vedere che siamo solo gente comune, gente normale, che vuole cambiare il proprio Paese. Non c’è nulla di diverso da questo. Non si tratta di “rivoluzioni colorate” come piace dire sui notiziari. Non c’è nessun accordo politico, ma solo un popolo che vuole una vita migliore, che vuole essere libero ed evitare altre morti dovute alla corruzione.”

Un’altea cosa che colpisce del corteo è poi la varietà dei manifestanti. Muniti di fischietti, cartelli e bandiere, non ci sono solo studenti ma gente di ogni tipo: famiglie con bambini piccoli e addirittura cani in braccio, anziani e persino veterani di guerra degli anni Novanta. Un’aderenza molto ampia, variegata, con idee e volontà politiche anche molto diverse. Una donna col cappotto blu è giunta sulla sedia a rotelle, mentre un uomo anziano, con le stampelle, si siede a terra accanto ai giornalisti e distribuisce thermos di caffè ai più giovani. I manifestanti restano pacifici: nessuno spinge e non si vedono violenze. La sensazione è che l’incidente di Novi Sad sia stato solo un pretesto accidentale che ha creato una frattura, dove l’insofferenza generale era già presente da tempo.

In primo piano: manifestante anziano con stampelle, che distribuiva thermos con caffé
In secondo piano: folla di manifestanti davanti alla sede di Informer Tv

L’ambivalenza di Vučić e il sogno di un futuro diverso

Dal suo canto Aleksandr Vučić, in carica come Presidente dal 2017, e precedentemente Primo ministro della Serbia con il Partito progressista serbo, in questi mesi ha cercato di denunciare che le proteste sono in effetti delle “rivoluzioni colorate”, attribuendole a finanziamenti stranieri da parte della ben nota Open Society di Soros. In molti altri contesti politici delicati dell’Europa dell’est si sono verificati situazioni simili, però nel caso della Serbia non sono emerse effettive prove di finanziamenti occidentali verso i manifestanti. Certamente, considerando l’ampia aderenza della manifestazione del 15 marzo, i cui video hanno fatto il giro del mondo, è verosimile pensare che ci siano anche frange più liberali tra i manifestanti. Ma del resto le testimonianze dei presenti al corteo di sabato 29 marzo, raccontano una storia leggermente diversa. L’Occidente viene percepito con un certo (e giustificato) sospetto: i bombardamenti della Nato su Belgrado sono ancora un tasto dolente, dove nel centro città si vedono ancora i segni delle bombe sui palazzi colpiti, lasciati appositamente così, a testimonianza degli eventi. Circa 2500 persone persero la vita nel corso di quei bombardamenti, nel 1999, e gran parte delle vittime furono civili innocenti, oggi ricordati anche dal Monumento della fiamma eterna di Belgrado eretto nel 2000.

Il Presidente Vučić in occidente ad alcuni piace, soprattutto per il suo essere “filorusso”, visti i rapporti stretti con la Russia. Anche in questo caso però, osservando la situazione a Belgrado, la realtà è più un po’ più complessa di così. Tra le strade di Belgrado i russi sono moltissimi: la lingua russa si sente ovunque e anche molti cartelli turistici sono stati tradotti anche in russo, oltre ovviamente all’inglese. Non è un segreto che la Serbia sia uno dei Paesi più amichevoli e storicamente legati alla Russia, e questo sentimento è coltivato in primis dalla popolazione, ancora prima che dalla classe politica, tanto che negli ultimi tre anni, dopo l’invasione dell’Ucraina, a Belgrado sono nate numerose comunità di russi esuli, che però poco o nulla c’entrano con le proteste. Aleksandr Vučić in compenso, è un ottimo alleato di Israele e solo nel giugno del 2024 ha fornito armamenti del valore di circa 20 milioni di euro allo Stato ebraico, mostrando la sua natura di politico ambivalente sullo scacchiere internazionale. Dopo il caos delle proteste però, il Primo ministro serbo Miloš Vučević si è infine dimesso lo scorso gennaio, per cui il Governo di Vučić è stato costretto a indire elezioni anticipate il prossimo 8 giugno, momento in cui si deciderà del futuro della Serbia.

Interno del Tempio di San Sava, il principale di Belgrado e secondo tempio ortodosso più grande al mondo

Osservando i manifestanti arrabbiati marciare su una strada dissestata accanto al Tempio di San Sava, emerge chiaramente come la nostra prospettiva europea tenti spesso di semplificare una realtà complessa come quella serba, incasellandola in categorie rigide e persino semplicistiche: pro o contro l’Ue, pro o contro la Russia, pro o contro i “buoni” e i “cattivi”. Tuttavia, la verità è che negli ultimi trent’anni, il popolo serbo non ha vissuto l’epoca delle grandi promesse di welfare, benessere e progresso dell’Unione europea; una serie di promesse spesso mai mantenute. Proprio per questo però, i manifestanti e i cittadini serbi non sono mossi dai nostri tanto osannati “ideali europei”, quanto da concretezza, forza e determinazione, rimboccandosi le maniche per un futuro migliore.