DAMASCO – Quattro anni dopo le prime elezioni legislative in stato di guerra il popolo siriano è stato richiamato alle urne dalla Costituzione repubblicana.

A fermare il rinnovo del Parlamento non ci sono riusciti né i colloqui di pace a Ginevra, né i colpi di mortaio e di mitragliatrice che rimbombano in tutte le città in cui sono aperti i seggi. La settimana scorsa l’inviato speciale dell’Onu, Staffan de Mistura aveva auspicato che i nuovi negoziati si fossero concentrati su un “inizio concreto o reale della transizione politica”, tuttavia lo stesso ministro degli Esteri, Walid al Moallem, ricevendolo in questi giorni a Damasco ha ribadito di essere pronto alla tavola rotonda con le opposizioni ma “senza precondizioni” e senza che questi possano influire sulle votazioni in corso. A Ginevra dunque la questione centrale rimane il ruolo che il presidente Bashar al Assad dovrà avere nel futuro della Siria, con gli anti-governativi che ne chiedono l’uscita di scena e il governo che non intende parlarne. “Il popolo siriano – ha detto Moallem, citato dall’agenzia governativa Sana – è fiducioso nel suo diritto di decidere del proprio futuro e nell’inevitabilità della sua vittoria sull’Isis, il Fronte al Nusra e altre organizzazioni terroriste che continuano a violare l’accordo per la cessazione delle ostilità su direttiva dei loro sponsor in Turchia, Arabia Saudita e altri”.  In effetti l’atmosfera che avvolge Damasco è ben diversa da quella di Ginevra. Nelle repubbliche presidenziali il Parlamento ha un ruolo minore eppure le code che si sono formate ai seggi fin dalle prime ore (iniziate alle 7 ora locale, le 6 in Italia, e si concluderanno alle 19 a meno che non venga posticipata la chiusura) attestano l’approvazione dei siriani verso le proprie istituzioni.  Si  è votato in tutte le zone controllate dai lealisti anche quelle più a rischio. “Per i governatorati che affrontano elevati problemi di sicurezza, come le periferie di Aleppo e Deir al Zor– ha spiegato Hisham al-Shaar, capo del comitato elettorale, durante la conferenza stampa all’Hotel Sheraton della capitale – apriremo molti centri elettorali in modo da garantire a tutti il diritto di voto”. 

A Damasco abbiamo incontrato nel suo ufficio Maria Saadeh, parlamentare uscente e candidata nella circoscrizione della capitale nella lista di opposizione “Dimasq Al Sciam” che ha raccontato in esclusiva per gli Occhi della Guerra l’importanza di questa tornata elettorale.  “Innanzitutto si tratta di un messaggio di rispetto dell’ordine legislativo e della Costituzione. Esiste uno Stato, esiste la nostra sovranità nazionale” ha affermato. “Lo Stato in questi cinque anni di guerra non ha mai abbandonato le sue funzioni per cui continuiamo in questa direzione – ha aggiunto – e poi non sappiamo cosa succederà con le negoziazioni di pace in corso a Ginevra. Non sappiamo quanto dureranno, dunque perché dovremmo fermare il nostro Stato?”. E mentre il dibattito della campagna elettorale gira intorno a parole d’ordine come “sicurezza”, “difesa”, “guerra” Maria Saadeh guarda al futuro con ottimismo: “Stiamo superando l’apogeo del conflitto, ci avviciniamo alla fine, e presto entreremo in una fase di negoziazioni e di guerra politica” concludendo che “questo spingerà il Parlamento a creare un pluralismo politico, non sappiamo quanto ci vorrà, dipende dagli eventi, ma  ma stiamo creando un Paese forte con le persone che lavorano qui, la società civile, sono loro che subiscono la guerra, sono loro le prime vittime, è con loro che dobbiamo costruire la nuova Siria, non con quelli che la abbandonano e associandosi con quei governi stranieri che combattono il loro Paese di origine”. Pur stando all’opposizione la parlamentare uscente non ammette traditori della nazione siriana: “io rispetto tutte le opposizioni patriottiche collegate al loro Paese, anche quelle che vivono fuori, ma permettetemi di dire che non rispetto chi si fa dettare l’agenda politica dall’esterno”. 

Anche Tareq Al Ahmed, portavoce del Partito Sociale Nazionalista siriano (nato da una scissione con lo storico Partito Nazionalista Sociale Siriano) sembra avere la stessa concezione dello Stato di Maria Saadeh). Ci ha ricevuto in esclusiva nel suo comitato elettorale per parlare di votazioni e negoziati. “Il messaggio delle elezioni è evidente: abbiamo istituzioni, e vogliamo che continuino a funzionare perché nessuno ha in questo momento voglia di fare un salto nel vuoto. Ma soprattutto queste elezioni sono perfettamente conformi al diritto internazionale perché le risoluzioni di Vienna e di Ginevra parlano di tutela delle istituzioni. Non possiamo permetterci di fermare le nostre regole perché Paesi stranieri, in particolare Russia e America, non si mettono d’accordo su di noi. Andiamo avanti per la nostra strada”. E aggiunge: “Dobbiamo sostenere questi negoziati perché abbiamo l’opportunità di dire ai tavoli internazionali dove siedono i rappresentanti di Paesi coinvolti nella guerra siriana di smettere di finanziare i terroristi. Senza i negoziati ci danneggeremmo e il sangue continuerebbe a scorrere, dobbiamo convincere i governi della regione, in particolare Turchia, Arabia Saudita e Qatar, a non interferire nei nostri affari sostenendo i ribelli e alimentando il terrorismo in tutto il mondo”. Sul dibattito della campagna elettorale parla francamente Al Ahmed: “queste votazioni sono importanti ma c’è la guerra, e quando c’è la guerra le priorità sono altre: elettricità, cibo, benzina per le macchine. Tutto quello che è essenziale per sopravvivere. Ma se venivate in Siria prima del conflitto avreste visto un Paese meraviglioso dove la qualità della vita era molto alta. Si forse non c’era molta democrazia, non c’era partecipazione politica, però adesso abbiamo perso i beni di prima necessità e dobbiamo riconquistarli”. 

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