Emmanuel Macron non è più un esponente di centrosinistra o forse non lo è mai stato. Chiedendo ai francesi, esperti di politica o meno, ci si accorge quanto questo parere sia unanime. La Republique En Marche! è nata, poco prima delle passate elezioni presidenziali, attraverso una sorta di scissione dal Partito socialista. A pagarne le spese, all’epoca, è stato Benoit Hamon, leader scelto in fretta e furia e mai davvero in lizza in quella tornata elettorale. L’eredità di Francois Hollande era troppo catastrofica ed i socialisti erano considerati non credibili per un altro mandato all’Eliseo. Ma nel tempo Macron è diventato qualcosa di più di un semplice scontento che sbatte la porta per dare vita a qualcosa di nuovo.

I politologi che si interessano di dottrina politica Oltralpe, peraltro, tendono ormai a concordare: il leader di En Marche! può essere, a tutti gli effetti, considerato l'”erede di Charles De Gaulle”. E questo è un fattore che differenzierebbe Macron da Marine Le Pen, che nel frattempo sta proprio ricercando la “svolta gollista”, ossia l’istituzionalizzazione definitiva che le consenta di poter essere percepita come “presidenziabile”, volendo usare un’espressione ed un concetto in voga per le elezioni statunitensi.

Il professor Derosier e la parabola post-ideologica di Macron

Jean Philippe Derosier insegna Diritto Costituzionale all’Università di Lille e, tra vari incarichi ricoperti, scrive anche per Le Monde. Sentito in merito alla collocazione ideologica che potrebbe riassumere le istanze macroniane, il professore distribuisce certezze: “L’immagine con cui Macron si è presentato nel 2017 era già post-ideologica. Essere un presidente di centro o né di destra né di sinistra: in italiano potremmo tradurla con “la teoria della concomitanza”. Macron è di destra e, in concomitanza, è di sinistra. Però, attraverso l’analisi delle sue scelte concrete e tenendo in considerazione il suo programma elettorale, diviene chiaro come sia un presidente di centrodestra. Un politico liberale, con una dimensione sociale come quella di De Gaullle, che però era di destra”. Una materia per cui il leader di En Marche! sarebbe di centrodestra, secondo il costituzionalista, è quella economico-sociale: “Pensionamenti a sessantacinque anni, abolizione della tassa sulla fortuna… . Macron si presenta come un candidato di centro ma, come valeva per Mitterand ai tempi suoi, quando uno si definisce né di sinistra né di destra, in linea generale, è né di sinistra né di sinistra”.

Anche l’approccio dell’inquilino dell’Eliseo con la gestione dei fenomeni migratori e con le periferie francesi contribuisce, per Derosier, a spiegare quale sia il substrato ideologico di Macron: “Il presidente, nel 2018, ha fatto votare una legge sul diritto d’asilo e sull’immigrazione. Un provvedimento piuttosto di destra, almeno in base ai valori di riferimento, con una differenziazione relativa alla nazionalità francese in una parte del territorio, Mayotte, in cui persistono molte problematiche. Non mi sembra che l’indirizzo sia cambiato. Macron ha un approccio abbastanza globale all’immigrazione, che è un tema di livello europeo e sul quale non si può fare a meno di collaborare con gli altri Stati membri dell’Unione, ma esercita una politica orientata al controllo delle frontiere ed alla lotta contro l’immigrazione irregolare. Non sono politiche d’integrazione. Sembra più una politica di destra che una politica di sinistra”.

La parabola in questione, peraltro, non dovrebbe far perdere troppi consensi di sinistra al presidente uscente: “La base elettorale di Jean Luch Melenchon non è cambiata. Quella di Macron è mutata in parte: è più forte di cinque anni fa. L’elettorato di Macron, nel 2017, proveniva al settanta percento da sinistra. E questo è vero almeno per il primo turno di quella elezione. Era un elettorato socialista: lo stesso che ha portato Hollande al secondo turno nel 2012. Ora la base elettorale di Macron è più equilibrata tra destra e sinistra. La destra è stata radicalizzata ed estremizzata, con tre candidati: Marine Le Pen, Eric Zemmour e Nicolas Dupont-Aignan. Poi c’è la destra moderata di Valerie Pecresse, che però non sfonda, ed una parte della destra che guarda volentieri a Macron”.

Il professor Carbonell ed i problemi di Macron con la Francia rurale

Jm Carbonell è un professore catalano che abita in Francia ormai da molto tempo. Già deputato per il Parlamento della Catalogna, Carbonell, esperto di Comunicazione e politologia, intravede una centralità sempre uguale a se stessa per Macron ma mette in evidenza anche qualche problematica legata alla stratigrafia sociale di riferimento per En Marche!: “Penso che Macron sia rimasto al centro dello spettro politico francese dall’elezione di cinque anni fa – premette – . Il problema del suo progetto politico – quello che il professore ritiene dunque centrista – è la sua mancanza di contatti e di sensibilità – anche di lingua – con la Francia rurale e con la Francia del quartieri popolari. Ha formato un partito di “quadri” senza impianto popolare. Il suo progetto è essenzialmente un progetto per le classi medie e alte urbane”. Se il presidente uscente avrà un problema al ballottaggio, dunque, lo incontrerà nella Francia rurale.

Del resto, per Carbonell, si sta procedendo di nuovo ad un confronto tra l'”alto” ed il “basso” francese, un po’ com’era successo cinque anni fa: “Ci stiamo muovendo verso un secondo round tra le “due France”: quella urbana, ossia la classe media ed i sostenitori dell’Unione europea, “contro” quella interna e dei settori rurali, e popolari ed anti-migrazione, che vuole prendere le distanze dall’Unione Europea e dalla globalizzazione. Per il risultato finale, saranno fondamentali i Repubblicani e Melénchon. Penso che il secondo turno sia aperto”, osserva. Saremmo, insomma, dalle parti del confronto tra popolo ed élite. Per quanto il centrismo dell’inquilino dell’Eliseo abbracci pure le classi medie. Ma Emmanuel Macron è davvero l’artefice della nascita di quello che la politologia inizia a chiamare “sovranismo europeo”. Pe Carbonell le cose non stanno proprio così.

“Non sono d’accordo con il concetto di “terza via” tra “putinismo” e “atlantismo”, premette Carbonell. “A proposito: i paesi dell’Ue sono molto a loro agio nella Nato. Un’altra cosa è asserire che, nel processo di globalizzazione, se l’Ue vuole essere un forte attore internazionale, allora bisogna assecondare un processo di federalizzazione dell’Ue e diventare la terza potenza mondiale dietro agli Stati Uniti e la Cina”. Un disegno che Emmanuel Macron sta perseguendo, lascia intendere il professore, e che verrebbe meno, continua, se a vincere fosse Marine Le Pen, che per Carbonell resta “estrema destra”.

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