«Sai cosa c’è rimasto di legale in Libia? Solo l’ora perché ormai il governo non riesce più a cambiare neppure quella». Paolo Greco, un avvocato italiano trasferitosi oltre dieci anni fa a Tripoli e specializzato nell’assistere i connazionali impegolati in Libia sorride, ma non scherza. Alle sette e trenta di mattina a Tripoli si naviga ancora nel buio pesto. Tra le pieghe di quell’oscurità s’intravvede l’insipienza di un governo incapace persino di riallineare il Paese all’ora solare. Ma in quell’oscurità si mescolano e si confondono le voci che danno per imminente una nuova rivolta, un’ulteriore salto nel buio. Un salto che forse solo l’inattesa conquista della coppa d’Africa di calcio strappata ai rigori ai grandi favoriti del Ghana potrebbe evitare.

La data fatidica per il carpiato all’indietro capace di far riprecipitare la nostra ex colonia negli abissi di una nuova rivoluzione è quella di venerdì 7 febbraio. Domani, in base agli accordi, i membri del Congresso Nazionale, eletto il 7 luglio del 2012, dovrebbero abbandonare le poltrone e tornare alla vita civile. Ma poiché tutto il mondo è paese neppure i politici libici sono disposti a rinunciare troppo in fretta ai propri privilegi. Non prima almeno di quel 20 febbraio in cui si eleggerà l’assemblea incaricata di redigere la prima Costituzione post gheddafiana.

In un Paese dove l’esecutivo guidato dal premier Alì Zeidan a stento controlla il centro della capitale e dove le milizie locali, quelle islamiste e le nuove formazioni al qaidiste si confrontano a colpi di bombe e kalashnikov l’attaccamento alla poltrona rischia però di generare disastrosi terremoti. Da settimane si sussurra di un tentativo di golpe pronto a scattare il 7 febbraio. Chi ci sia dietro nessuno sa dirlo con esattezza. Qualcuno punta il dito su Giustizia e Ricostruzione, il partito apparentato con quei Fratelli Musulmani finanziati dal Qatar che speravano di sostituire Gheddafi nella gestione del Paese. Qualcun altro ipotizza una sollevazione delle milizie al potere nella città stato di Misurata o ne territori berberi di Zintan. Altri ipotizzano un colpo di mano dei «federalisti», i miliziani che in Cirenaica occupano le installazioni petrolifere e minacciano d’impossessarsi del petrolio libico per poi rivenderlo al miglior offerente e incassarne i proventi. Qualcun altro infine teme un colpo di mano di Ansar Sharia, la formazione legata ad Al Qaida che – dopo l’uccisione dell’ambasciatore americano Chris Stevens a Bengasi – ha esteso la propria influenza a molte zone della Cirenaica e del Sud del Paese. Comunque sia il Paese non è certo un’oasi di tranquillità.

A Tripoli il ministro degli Interni Sadiq Aldulkarim è scampato per miracolo ad un attentato. A Bengasi una formazione armata ha rapito il figlio del capo delle «forze speciali» incaricato di fronteggiare Ansar Sharia e le milizie fondamentaliste. Il 19 gennaio scorso il capo di Stato maggiore generale Mohamed Karah è caduto, invece, nel corso di un’operazione nei quartieri meridionali della capitale infestati da criminali e bande armate. E una settimana prima è passato a miglior vita il sottosegretario all’industria Hassan al-Droui, crivellato di colpi durante una visita nelle città natale di Sirte. Così tanto per non rischiare molte ambasciate raccomandano ai propri cittadini di abbandonare il paese. «Non vogliamo drammatizzare la situazione, ma per ogni evenienza vi consigliamo una vacanza in Italia almeno fin dopo le elezioni del 20 febbraio», suggerisce domenica sera l’ambasciatore italiano Giuseppe Buccino Grimaldi ai principali imprenditori italiani convocati in Ambasciata.

Proprio in quelle ore a Città del Capo si gioca una partita in grado di cambiare i destini della nostra ex colonia. La nazionale libica, una squadra di sconosciuti giocatori ragazzini messa insieme in tutta fretta dall’allenatore spagnolo Javier Clemente travolge ai rigori i favoriti del Ghana e conquista, per la prima volta nella storia, la Coppa d’Africa. A pochi giorni di distanza quella prodigiosa e inaspettata vittoria sembra la replica del miracolo italiano del luglio 1948 quando – all’indomani dell’attentato a Togliatti – Bartali conquista il tour di Francia e salva l’Italia dalla guerra civile. Ovviamente mentre il Paese fa festa, mentre le strade si riempiono di cortei per il quinto giorno di seguito e i giocatori ragazzini diventano i nuovi eroi nazionali qualcuno nelle retrovie lavora per attizzare il sospetto. In Cirenaica i sostenitori dei federalisti e i «barbuti» vicini ai fratelli musulmani sono pronti a scommettere che l’inattesa vittoria non sia il frutto delle scelte di Janvier Clemente né, tantomeno, delle strepitose parate del portiere Mohammad Nashnoush elevato da sconosciuto debuttante a ispirato salvatore della patria.

Per chi ama il sospetto e punta sul caos quella vittoria non è stata conquistata sul campo, ma in quelle retrovie del mondo calcistico dove ogni partita può avere un prezzo. E a riscaldare le convinzioni di malpensanti e congiurati travolti da un’inattesa ondata di gioia e orgoglio nazionale s’aggiunge la decisione di far atterrare la nazionale vittoriosa non a Tripoli, ma a Bengasi, il capoluogo della Cirenaica culla di fondamentalisti, secessionisti e rivoltosi. Decisione non proprio peregrina visto che da Bengasi scaturì – in un fatale 17 febbraio di tre anni fa – la scintilla capace di bruciare in pochi mesi 40 anni di potere gheddafiano. Ma chi – rassicurato dal clima di festa continua e felicità collettiva – è rimasto nel Paese farà meglio a camminar rasente ai cornicioni. Tra la folle libiche in tripudio pistole e mitragliatrici sono assai più diffuse di petardi e mortaretti. E dalla fine della rivoluzione ad oggi i proiettili sparati in aria ed «inaspettatamente» ricaduti hanno cancellato, solo a Tripoli, più di 300 vite.

Nel campo comunista di Goli Otok
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