“Parlare con Lei, come sto facendo adesso, mi rende una traditrice della patria”. Capelli biondi e lunghi fino alle spalle, occhiali quadrati e un ampio scialle che le avvolge collo e spalle, Jùlia Vàsàrhelyi è una nota giornalista ungherese e uno dei più agguerriti contestatori del primo ministro Viktor Orban. Figlia di Miklòs Vàsàrhelyi, figura storica della resistenza anti-comunista ungherese del 1956, ha lavorato in passato per i più importanti giornali nazionali. Oggi è giornalista free-lance, cosa che, a suo dire, la rende sufficientemente libera per parlare con i colleghi stranieri per spiegare loro come funziona il mondo dell’informazione del suo Paese. Denunciando quella che lei ritiene essere “un monopolio governativo delle agenzie di stampa”. Con una legge introdotta nel 2010 il governo ungherese ha avviato un processo di regolamentazione di giornali, radio, tv e organi di informazione , in  nome di quello che gli ideatori definiscono “l’interesse pubblico”. Per riportare “l’ordine nel mondo dell’informazione” tale legge ha potenziato il ruolo dell’Autorità Nazionale delle Telecomunicazioni, il cui garante è un uomo di fiducia del premier. Questo ente accorpa televisioni, radio e agenzie di stampa nazionali e provvede a smistare le notizie a tutti gli organi di stampa pubblici. “Che sono sempre favorevoli all’operato del governo” racconta la Vàsàrhely, “rendendo l’informazione pubblico totalmente legata a quella dell’esecutivo”.

Esistono invece media ungherese – pubblici o privati – che attingano le notizie da fonti non governative? Secondo la Vàsàrhely esistono, ma sono in crisi e facilmente ricattabili. “Il governo riesce  a veicolare la diffusione delle notizie anche neghi organi di stampa di opposizione” spiega, “e lo fa tramite i ricatto della pubblicità. Ai giornali che non si uniformano a questo sistema non viene più venduta alcuna pubblicità, che è ciò che permette a loro di vivere. I lettori, infatti, sono troppo pochi perché possano essere coperti i costi.” Negli ultimi anni, in effetti, numerosi fogli di opposizione sono falliti. La crisi globale della carta stampata e l’avvento di internet rendono la pubblicità la principale fonte di sostentamento dei media. che tramite essa sono dunque facilmente ricattabili dai governi. In Ungheria il numero dei lettori dei giornali è piuttosto basso, e il numero di persone che si sono mobilitate contro la “legge bavaglio” non è stato sufficiente per essere incisivo. Nonostante nel 2010 (anno in cui la legge è stata approvata) ci siano state delle manifestazioni di piazza organizzate dalle opposizioni liberali e progressiste, esse non hanno mobilitato le masse popolari. Anzi. I sostenitori della protesta scesi in piazza vennero in più occasione circondati dai sostenitori del governo, che li accusarono di essere dei “traditori” e dei “comunisti”. La maggior parte degli ungheresi, infatti, si dice soddisfatto dall’operato del proprio governo e, apparentemente, reputa legittimo il controllo della circolazione delle informazioni. “Gli ungheresi hanno bisogno di un leader forte” continua la Vàsàrhely, ” di un padre della patria che sappia decidere per loro. E, in nome di ciò, sono disposti ad accettare un’informazione fortemente legata al governo. Altre, invece, non si rendono neanche conto di quanto sta avvenendo, soprattutto coloro che vivono nelle campagne, guardano solo la tv di Stato e non hanno accesso al web”.

Eppure gli strumenti legali per opporsi al governo esistono. Lo dimostra il caso di Klubradio, emittente radiofonica dissidente che nel 2012 ha vinto una causa contro il governo, che voleva ridurne le frequenze. La stessa Jùlia Vàsàrhelyi sta riuscendo a scrivere e parlare con i colleghi stranieri spiegando cosa stia avvenendo in Ungheria. Nonostante gli attacchi e le pressioni che subisce  e ha subito. Già nel 2000, durante il primo governo di Orban, era stata accusata dal premier in persona di essere una traditrice della patria per avere rilasciato a dei media stranieri delle interviste critiche sull’operato del governo. Il suo nome, insieme a quello di alcuni suoi parenti (tra cui suo padre) venne inserito in una lista di “giornalisti nemici dell’Ungheria”  tutte persone in disaccordo con le politiche di Fidesz. Perché dunque il governo concede comunque alla Vàsàrhelyi di andare avanti con il suo lavoro di denuncia? “Se me lo impedissero ciò confermerebbe quanto dico e contribuirebbe più che mai a diffondere le mie denunce. E’ più conveniente, invece, rimangono inascoltate e si perdano nella passività della maggior part dei cittadini”.

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