È notte e nella prima periferia di Lahore, fuori da un edificio anonimo, continuano ad arrivare taxi e richò carichi di persone. Molti uomini, giovani e non solo, scendono dai mezzi, entrano nel vecchio palazzo e salgono al primo piano, dove una musica da discoteca e delle luci stroboscopiche accolgono chi arriva. Appena presa familiarità con il livello del volume e ecco che subito si capisce di essere arrivati in una delle numerose feste che si svolgono in clandestinità, di notte, in Pakistan. Si tratta di un party illegale e fuori dall’ordinario: il compleanno di Lady Roma, una transgender pakistana.

Un’apparente tolleranza

È proprio da questa festa che inizia il viaggio nel mondo LGBT Pakistano. Partendo da quello che è un momento di apparente allegria, in realtà si viene a scoprire un mondo complesso, contraddittorio e drammatico. Se, formalmente, in Pakistan i transessuali godono di maggiori diritti rispetto a molti altri Paesi al mondo, nei fatti, però, sono vittime di stigmatizzazioni, pregiudizi e discriminazione. La Corte Suprema di Islamabad ha riconosciuto infatti il ”terzo genere” nel 2009 e poco tempo prima era stato garantito il diritto di voto ai membri della comunità LGBT. Ciò, in apparenza, fa pensare che esista una tolleranza e un’integrazione dei transessuali ma, in realtà, la situazione è molto più complicata e occorre andare a ritroso nei secoli per comprendere l’ attuale contesto sociale in cui vivono i lady boy nel Paese asiatico.

Nel 1500-1600 d.C. gli Hijra o Khawaja Sira, termine con cui vengono definiti i transessuali in Pakistan e in India, alla corte degli imperatori Moghul godevano di enorme considerazione e ricoprivano alcune delle cariche più importanti in ambito amministrativo, oltreché militare. La situazione però è cambiata radicalmente durante il colonialismo britannico. Gli inglesi hanno accusato i transgender di violare la decenza pubblica, hanno introdotto il reato di omosessualità all’interno del codice penale del 1860 e la stessa visione omofoba è stata poi ereditata dal dittatore Muhammad Zia nel 1978. E oggi, quindi, sebbene la legge sia cambiata, in realtà a livello sociale il mondo transgender è vittima ancora di enormi stigmatizzazioni; infatti i Khawaja Sira sono nel mirino dei gruppi conservatori e in quello degli estremisti islamici e, per vivere, la stragrande maggioranza di loro mendica, si prostituisce o danza in occasioni dei battesimi, delle circoncisioni o di altre feste, poiché sono rinomati per le loro doti coreografiche e perché godono della fama di essere dei portatori di buona sorte.

La festeggiata Lady Roma è seduta su un trono, mentre i fotografi consumano i flash nell’immortalarla. È vestita in modo appariscente e come lei altre decine di colleghe. All’interno della sala continuano ad arrivare anche gli spettatori, giovani e non solo, che stanno seduti sulle poltrone in attesa di vedere le danzatrici esibirsi. E, non appena viene dato il via ai festeggiamenti, le hijra iniziano a dimenarsi sulla pista, ad ancheggiare, a cercare di essere sensuali e attirare a sé i presenti che le circondano e lanciano loro banconote mentre danzano. ”La festeggiata è una mia allieva e sono molto contenta di questo evento, perché tutte le ragazze stanno ballando molto bene e c’è molta gente che è venuta qua per divertirsi con loro senza mancare di rispetto”. A parlare è Gehta Babi, una guru, il capo di una comunità di trans che insegna ai propri adepti a danzare, a comportarsi in modo femminile, che trova opportunità di lavoro e garantisce protezione.

“In Moschea solo con abiti da uomo”

Ma per comprendere meglio il mondo della comunità dei transgender pakistani, dalla festa di Lady Roma ci dirigiamo a bussare alla porta della comunità del guru Diba Lal, nella città di Pattoki. In una stanza tre hijra stanno suonando e altri muovendosi a ritmo di musica, infrangendo quello che è uno dei dettami della legge islamica, che vieta alle donne di danzare in presenza di uomini; poi, durante la cena, Diba Lal racconta: ”Io qui vivo come una madre con i suoi figli. Oggi sono un guru , ma per anni anche io sono stata un’allieva. A 16 anni vivevo insieme a dei circensi e mi esibivo durante gli spettacoli, in seguito ho conosciuto il mio attuale compagno, entrambi siamo venuti a vivere in questa comune e oggi io porto avanti il lavoro che hanno iniziato le altre maestre prima di me”.

E poi, quella che le altre hijra chiamano mum (mamma), prosegue: ”Noi viviamo insieme per essere anche più protette e aiutarci. I trans sono molto discriminati in Pakistan. In Moschea possiamo andare solo se indossiamo abiti maschili e non dobbiamo essere truccate; ci sono molti fanatici che vogliono vederci morte e, a proposito: guarda!”. Diba Lal estrae il cellulare e mostra i video di una conoscente che, aggredita in casa, è stata poi uccisa. Le immagini sono commentate da un silenzio assordante e la ferocia delle istantanee che passano in rassegna sullo schermo del device portano alla luce quello che è il problema con cui devono rapportarsi costantemente i transgender del Pakistan: la discriminazione, la persecuzione, l’intolleranza, le minacce, la violenza e anche la morte.In Pakistan la comunità LGBT comprende dalle 350 alle 500 mila persone. Numeri precisi non ci sono, anche se il governo Pakistano per il 2017 ha indetto un nuovo censimento e, per la prima volta nella storia, verranno conteggiati anche i transgender come terzo genere. Di nuovo ecco quindi la dicotomia di una realtà che, da una parte sembra ufficialmente molto più progressista rispetto a tanti altri contesti al mondo, ma poi nasconde enormi aspetti inquietanti.

L’ong per i diritti della comunità Lgbt

Per intendere nel dettaglio questa situazione occorre allora recarsi anche nella sede dell’ong Khawaja Sira Society, che si batte per i diritti di trans e omosessuali. All’interno dell’organizzazione alcuni trans ballano, altri leggono, c’è anche una piccola clinica medica dove vengono fatti test hiv gratuiti, perché una delle piaghe che affligge la comunità transgender è proprio la diffusione della malattie sessualmente trasmissibili: basti pensare che il 6.8% dei 22mila trans di Lahore sono sieropositivi; qua, a parlare, è Moon Ali, direttrice dell’Ong: ”In Pakistan, occorre dirlo, i transgender non hanno diritti. Non basta essere riconosciuti come terzo genere per avere dei diritti sociali. Quella è una formalità. Quando un’ampia fetta della popolazione per vivere non ha altre possibilità che prostituirsi o fare dell’intrattenimento alle feste, allora vuol dire che quella minoranza è discriminata. Oggi noi trans non abbiamo alternative!”.

Moon Alì quindi prosegue: ”Io vado all’università, vivo con la mia famiglia, che ha accettato la mia condizione, e non mi sono mai venduta. Ma voglio che il nostro mondo cambi! È necessario che anche i transgender escano da questa realtà fatta di mercificazione e che inizino a studiare, ad ambire a lavori di prestigio e a cariche pubbliche. In molti ci odiano, gli estremisti islamici in primis: alcune di noi vengono uccise, ma dobbiamo avere coraggio, cultura di noi stesse e forza d’animo per attuare il cambiamento; solo così possiamo dire di avere dei diritti e non essere solo oggetto di sfogo sessuale”.

 

Foto di Marco Gualazzini

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