È un’istante. Il barrito del reattore ingoia il silenzio della campagna, dilaga nel cielo precipita dalle nubi. Uno schiocco di frusta trafigge i campi, riecheggia nell’aria, fa tremare il suolo. Un altro lo segue. Le bocche s’aprono in un urlo “tayara tayara”, “aereo, aereo”. Alì e gli altri alzano gli occhi al cielo, cercano il balenio di un’ala o di una scia biancastra. Ma è già troppo tardi. I due missili son qui. Passano con un sibilo sinistro, s’infilano nella fattoria duecento metri da noi. Esplodono con un boato devastante mentre una pioggia di schegge invade l’aria. Ora siamo a terra, la faccia schiacciata nel terreno. Il Mig fa mezzo giro. Il ruggito rauco dell’antiaerea l’insegue. Il pilota desiste. Intorno a noi i combattenti si rialzano. Alì alza il pugno al cielo. “Hai visto? Sono quelli di Fajr Libia, sono gli islamisti, quelli che governano a Tripoli… Ci bombardano ogni giorno, mirano contro chiunque si muove. Vogliono impedirci di tornare alle nostre case”.

Siamo alle porte di Azizya, 35 chilometri a sud di Tripoli. Qui passa il nuovo fronte della guerra civile libica. Qui combattono gli uomini del cosiddetto esercito libico del generale Khalifa Haftar, la formazione armata fedele al governo di Tobruk che a fine marzo ha strappato Aziziya alla coalizione islamista di Fajr Libia e ora minaccia da vicino Tripoli. Per settimane i portavoce di Fajr Libia hanno smentito la sconfitta sostenendo di avere ancora il pieno controllo della zona. Ora però “Il Giornale” è in grado di confermare che le forze di Fajr Libia sono state costrette a ritirarsi non solo da Aziziya, ma anche da molti dei villaggi circostanti spingendosi, in alcuni punti, a meno di trenta chilometri dalla capitale. Un’avanzata che Tripoli non sembra in grado rintuzzare nonostante le incursioni aeree e i bombardamenti aerei. Dalla casa colpita dai missili s’alza ora una colonna di fumo grigiastro.Nell’abitazione accanto una donna esce urlando con un bimbo in braccio. Il marito ulula la sua rabbia. “Ci hanno distrutto e bruciato tutto, ora vogliono anche ucciderci”. Come gran parte degli abitanti di queste zone Mohammad, sua moglie i tre figli appartengono ai clan washafana, una tribù finita nel mirino delle milizie islamiste di Tripoli perché accusata, a torto o ragione, di aver in passato simpatizzato per il regime del Colonnello. “Guarda come ci trattano. E’ incominciato tutto ad agosto. Subito dopo aver preso il potere a Tripoli hanno incominciato a minacciarci. Poi son passati dalle parole ai fatti distruggendo le nostre case e uccidendo . Siamo scappati tutti e per mesi questa zona è rimasta nelle loro mani. Ora abbiamo incominciato a tornare perché c’è il nostro esercito che ci protegge. I bombardamenti aerei restano però una minaccia quotidiana”. Per comprendere il racconto di Mohammad basta guardarsi attorno. Ad Aziziya, il capoluogo della regione distante solo qualche chilometro dalla casa di Mohammed abitavano un tempo 60mila persone. Oggi è una città fantasma. Le finestre delle palazzine sono chiuse, sprangate. Nelle strade non si muove un solo civile. E fuori, nelle campagne i filari di ulivi, simbolo di un antico benessere, sono costellati dai resti di edifici trasformati in pile macerie carbonizzate a colpi di tritolo e benzina.Image00001Gli unici sopravvissuti alla desertificazione forzata sono i guerrieri washafana. Esibiscono i kalashnikov, si muovono a bordo di quattro ruote su cui svettano le mitragliatrici contraeree da 14,5 millimetri, raccontano di far parte dell’ Esercito Libico e di combattere per la liberazione dei propri territori. “A fine marzo abbiamo buttato fuori da Aziziya quelli di Fajr Libia. Adesso siamo pronti ad avanzare fino al mare e a liberare Tripoli” – ripete Hassan Tibara, un combattente 27enne incontrato alle porte della città. Lui e gli altri miliziani armati esibiscono le insegne rosso dorate di Karama (Dignità), l’alleanza militare guidata dal generale Khalifa Haftar fedele al governo Tobruk. Dietro quelle insegne però ne emergono anche altre.”Vedi io sono un warshafana e nel 2011 combattevo dalla parte dei rivoluzionari. Ora però ho capito di aver sbagliato tutto. Gheddafi al confronto di quelli arrivati dopo di lui era un angelo. Ed era l’unico in grado di tener insieme questo paese.”Image00008Molti di questi miliziani, pur sostenendo di appartenere alle formazioni fedeli governo di Tobruk, esibiscono ancora le vecchie mimetiche verdi e i baschi neri con l’aquila dell’esercito di Gheddafi. E ammettono apertamente di rimpiangere il colonnello. “Vedi io sono un warshafana e nel 2011 combattevo dalla parte dei rivoluzionari. Ora però ho capito di aver sbagliato tutto. Gheddafi al confronto di quelli arrivati dopo di lui era un angelo. Ed era l’unico in grado di tener insieme questo paese. Per questo non ho problemi a stare dalla parte di chi veste ancora le vecchie divise” – spiega Ibrahim un ex tecnico petrolifero che ora guida un T 55 parcheggiato alla periferia di Aziziya. Ma il sapore di un passato mai cancellato non arriva solo dalle uniformi o dai gagliardetti.Alla testa di quest’esercito ormai alle porte di Tripoli c’è Omar Tantoush, un generale 64enne che per gran parte della sua vita ha combattuto agli ordini di Gheddafi. Attorno a lui nella palazzina di Aziziya trasformata in quartier generale si muovono altri ex ufficiali e gerarchi del passato regime. “Nel 2011 mentre la Nato e i terroristi distruggevano Tripoli – racconta il generale – sono stato arrestato e buttato in galera. E ci sono rimasto per tre anni e mezzo. Ora però mi sono ripreso la libertà e voglio restituirla anche al popolo libico. Sono tornato a combattere agli ordini dell’esercito libico e sono qui per liberare le terre dei Washafana e il resto del paese. Abbiamo già strappato agli islamisti Azizya, ma non ci fermeremo qui . Avanzeremo verso Tripoli e verso il mare… Sconfiggeremo Fajr Libia e riconquisteremo tutte le terre Washafana”.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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