All’orizzonte la vampa di gas danza tra nuvole e cielo. Attorno il traffico tracima dall’asfalto alla campagna in una calca d’acciaio e polvere, in una nube di pulviscolo, fuliggine e gas di scarico. Sulla strada ed attorno auto e camion, furgoni e fuoristrada, sfrecciano sul filo dei 150, si danno battaglia in una temeraria interminabile lotta per il sorpasso. «Questa è la Libia… e la Libia è casino» sghignazza Muhammad mentre schiaccia l’acceleratore e succhia la baffra, lo spinello d’hashish arrotolato tra le dita. Abdallah, gli fa segno di rallentare. A inquietarlo non è l’effetto del «fumo», ma il posto di blocco prima degli impianti. «Gente cattiva, gente cattiva» ripete mentre infila nelle braghe la pistola raccattata dal cruscotto. Tra buoni e cattivi è difficile fare distinzioni. Di certo però quello davanti a noi è l’impianto dell’Eni di Mellitah. Quelli al nostro fianco sono, invece, i militanti di una delle tante katibe, le milizie che si dividono potere e territori. Loro arrivano da Zintan, la «città-Stato» dov’è prigioniero il figlio di Gheddafi Saif Al Islam. E ovviamente odiano alla morte quelle berbere di Zuara padrone di questi territori. Anzi – a dar retta ad Abdallah – i due gruppi si son dati battaglia per mesi mettendo a rischio il complesso di Mellitah. Un rischio devastante visto che qui confluisce sia il gas prodotto nel pozzo desertico di Wafa, 520 chilometri più a sud al confine tra Tunisia, Libia ed Algeria, sia il gas, estratto dal pozzo off shore di Bahr Essalam situato davanti alle coste di Tripoli. Quel gas soddisfa per oltre il 12 per cento il nostro fabbisogno energetico, riscalda le nostre case e rappresenta, per l’Italia, un interesse strategico. Non a caso l’Eni ha investito nel 2004 oltre 7 miliardi di euro in Greenstream, il serpentone di tubi sottomarini che parte da qui e approda, 520 chilometri dopo, a Gela in Sicilia. Ma a Mellitah fa capo anche il petrolio di Wafa e questo lo rende, soprattutto ora, un nodo cruciale. Ras Lanuf, Zueitina e gli altri impianti di smistamento della Cirenaica, dove confluisce il greggio prodotto nel sud est del Paese, sono bloccati da mesi dalle cosiddette milizie indipendentiste che rivendicano l’autonomia della Cirenaica e minacciano di vendere il petrolio libico per conto proprio.

Così mentre la nostra scorta si defila facciamo valere il permesso dell’Eni e c’infiliamo nella ciclopica matassa di tubature, condotte, spurghi e serbatoi disegnata in quest’arida pianura settanta chilometri ad ovest di Tripoli. Ad attendere il Giornale c’è il il direttore generale dell’Eni in Libia Naser Ramadan. Per lui, un libico cresciuto all’interno dell’Eni fino a prendere le redini del dipartimento di casa, gli scontri di Mellitah sono dolorosi. «Qui dentro ho ordinato di non chiedere mai ai dipendenti dove sono nati. La parola d’ordine per me è siamo libici e basta». Ma le parole d’ordine di Naser valgono solo dentro lo stabilimento. Per capirlo basta chiedergli degli scontri di marzo e settembre dello scorso anno quando Mellitah fu ad un passo dalla chiusura. «Il problema – spiega Nasser – nasce dalle rivendicazioni degli Amadigh, le tribù berbere di Zuara decise a veder riconosciuti identità e diritti nella nuova Costituzione. Per ottenerlo hanno marciato sui nostri impianti minacciando di bloccarli. Loro volevano far pressione sul governo, ma noi rischiavamo di chiudere i battenti».In precedenza i destini di Mellitah erano già stati messi a rischio dagli scontri, con non poche vittime, tra le milizie di Zintan e quelle di Zuara. In palio c’era la pretesa di garantire la sicurezza dell’impianto, incassarne i proventi e trasformarsi in una delle milizie incaricate ufficialmente di difendere le installazioni petrolifere. Questa almeno è la versione suggerita giorni prima al Giornale durante una visita a Zintan da Alì Mukhtar capo della Khatiba Almatar, la milizia protagonista degli scontri con le tribù Amadigh.

«Noi siamo stati i primi a garantire la protezione degli impianti di Mellitah quando siamo scesi da Zintan durante la rivoluzione e siamo arrivati a Tripoli. Siamo stati noi ad impedire che depredassero gli impianti, ma il governo si fa influenzare dagli islamisti e pur di metterci da parte accetta le richieste di Zuara. Ma se ne pentiranno. Ora intorno a Mellitah ci sono i terroristi islamisti, a Sabratah hanno appena scoperto un campo d’addestramento. Il governo obbedisce agli islamisti del Partito della Giustizia e della Costruzione, ma così il Paese cadrà nelle mani dei fanatici e voi italiani ne farete le spese».Ovviamente è difficile dire chi abbia ragione. Di certo però sia l’Eni sia gli interessi strategici dell’Italia sono a rischio. «Qui arrivano sia il gas del pozzo di Wafa, situato alla frontiera con Algeria e Tunisia 520 chilometri a sud, sia quello del pozzo off shore di Bahr Essalam estratto dalla piattaforma Sabrata. Il petrolio di Wafa viene venduto e portato via dalle petroliere. Il gas invece entra nel gasdotto e arriva fino da voi in Sicilia» spiega Ramadan mostrandoci la tubatura di Greenstream che si tuffa nel Mediterraneo distante meno di un chilometro dall’impianto. Ma nel mezzo di una paralisi produttiva che ha visto precipitare la produzione libica da 1 milione 600mila barili al giorno agli attuali 581mila barili circa, lo stabilimento di gas a Mellitah appresenta uno dei gangli vitali non solo per Roma, ma anche per Tripoli.

Eppure per capire quanto fragile sia quell’intreccio di tubature basta dare un’occhiata al comunicato con cui poche ore dopo l’Eni annuncia la chiusura delle condutture di Wafa, a causa di scontri nella zona e la perdita di 100mila barili di greggio al giorno. Ma basta anche risalire in macchina e ascoltare i nostri accompagnatori. «Quelli di Zuara per ora hanno vinto, ma appena cacceremo questo governo e i suoi amici islamisti – promette uno di loro mostrando la pistola – torneremo da queste parti e ci faremo valere».

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