Più che un colpo di stato sembra un proposito irrealizzato. O una boutade diventata farsa. A poche ore dall’annuncio del Generale Khalifa Heftar che questa mattina spiegava all’emittente saudita Al Arabya di aver “congelato” i poteri dell’esecutivo e del Congresso nazionale (il Parlamento embrionale eletto nel luglio 2012) in Libia non sembra succedere nulla. A Tripoli, Bengasi e nelle principali città del paese non v’è alcun segno di un golpe o di un possibile imminente trasferimento di poteri. A Tripoli la popolazione gira per le strade deserte del venerdì mattina e si chiede dove siano i miliziani di Heftar. L’unica folla è attorno alle moschee dove alle 13 è iniziata la consueta preghiera del venerdì.

Nelle sedi istituzionali il primo ministro Alì Zeitan e i suoi hanno già smentito la “boutade” del generale pensionato. Il premier l’ha fatto durante un’affollata conferenza stampa convocata poche ore dopo l’annuncio di Al Arabya e subito dopo il ministro della difesa Abdullah Al Tani ha annunciato di esser pronto ad arrestare Heftar. A rendere ancora più precaria la posizione del presunto golpista contribuisce la presa di distanze delle milizie di Zintan e di tutti i gruppi politici e militari vicini all’Alleanza delle Forze nazionale, il partito politico guidato da Mahmoud Jibril che conquistò il maggior numero di voti alle elezioni del luglio 2012. Dall’altra parte neppure gli islamisti del Partito della Ricostruzione e della Giustizia , né le potenti milizie di Misurata sembrano ansiosi di appoggiare il generale Khalifa Haftar appare dunque come un uomo solo e isolato, incapace di far tesoro delle lezioni della vita. Le sfortune di questo ufficiale già protagonista del colpo di stato messo a segno da Gheddafi nel 1969 iniziano con la guerra in Chad del 1987 quando si ritrova alla testa del corpo di spedizione inviato dal Colonnello per far fuori l’allora presidente Habre. Ma l’intervento francese stronca la sua campagna e Haftar si ritrova prigioniero delle truppe chadiane. Lo smacco più grosso è però il disconoscimento di Gheddafi che dichiara pubblicamente di non conoscerlo. Abbandonato al proprio destino Haftar cambia bandiera, si schiera al fianco del governo di Ndjamena e annuncia di aver formato una milizia per combattere il regime di Gheddafi. Le sue fortune non durano a lungo. Quando il potere passa nelle mani del nuovo presidente chadiano Debry e il governo di Ndjamena stringe un alleanza con il Colonnello il povero Khalifa è costretto a fuggire per salvar la pelle. Solo e isolato non ha altra scelta che trasferirsi in Virginia da dove continua, grazie alla Cia, a lanciare i suoi proclami anti Gheddafi. La rivoluzione del febbraio 2011 gli offre l’occasione di tornare, ma non di comandare.

Malgrado si autoproclami comandante militare del Consiglio di Transizione che ha preso il controllo di Bengasi gli altri protagonisti della sollevazione disconoscono la sua autorità e gli conferiscono un ruolo di comando puramente rappresentativo. La sua autorità non aumenta neppure con il moltiplicarsi del caos. Malgrado le forze di Jibril e le milizie di Zintan minaccino da settimane di mettere alla porta il Congresso Nazionale nessuno sembra voler muovere un dito per aiutare Haftar. E così il generale rischia ancora una volta di ritrovarsi con il cerino acceso tra le dita. Ma in fondo è la storia della sua vita.

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