“La diga non serve per l’elettricità, come dice il governo. È stata costruita per cancellare la nostra memoria, la nostra identità”. Rojan (nome di fantasia) non è l’unico che a denti stretti e dietro richiesta di anonimato ci spiega qual è il vero obiettivo dello Stato turco. Nel Kurdistan turco quasi tutti hanno paura di dire quello che pensano delle autorità, abituati come sono agli arresti arbitrari e alle minacce delle forze dell’ordine. Finire in carcere in questa zona del mondo, se sei curdo, è questione di un attimo.

“Sono stato arrestato per un anno e mezzo nel 2012 perché stavo protestando contro la costruzione della diga”, ci racconta Ridvan. “Quando mi sono trovato davanti al giudice gli ho chiesto se secondo lui fosse giusto che venissi punito per aver difeso la terra e la storia di tutti. Mi ha detto che non lo era, ma sono stato comunque condannato”. Negli anni sono stati molti gli attivisti e i semplici cittadini arrestati dalle forze dell’ordine durante le manifestazioni, fino a quando il governo non ha deciso di proibire ogni forma di protesta nella zona di Hasankeyf. “Abbiamo fatto il possibile, ma adesso non possiamo più nemmeno esprimere apertamente il nostro dissenso. Non ci resta che far sentire la nostra voce tramite la stampa. È l’unico modo per essere ascoltati”.

Dall’alto di una piccola collina polverosa che sovrasta Hasankeyf, Ridavan pronuncia tre parole che evocano scenari di morte: guerra dell’acqua. “Il Tigri attraversa la Siria e l’Iraq, per questo lo Stato turco vuole controllarlo. Grazie alla diga e più in generale al progetto Gap potrà fermare l’afflusso di acqua verso i Paese limitrofi quando vorrà. Userà il fiume come arma di ricatto”. La costruzione della diga Ilisu non ha scatenato soltanto le reazioni degli abitanti della zona: anche in Iraq è nata una rete di associazioni contro la realizzazione del megaprogetto turco e in difesa di un’equa distribuzione delle acque. La loro voce, come quella di Hasankeyf, è rimasta inascoltata.

Il controllo delle risorse idriche non è l’unico obiettivo del governo. La costruzione della diga Ilisu e di altre infrastrutture simili lungo il confine con Siria e Iraq funge da vera e propria barriera, limitando così i movimenti transfrontalieri del nemico storico dello Stato turco: il Pkk. Il Partito dei lavoratori ha una forte presenza nel Kurdistan turco e da decenni Ankara sta usando ogni mezzo a sua disposizione per reprimerlo e minarne il consenso tra la popolazione locale. “Terrorist, terrorist”: è l’unica parola che capiamo quando un signore ci racconta di alcuni amici arrestati da un giorno all’altro senza particolari motivi. La traduzione in inglese non rende il suo discorso meno surreale: se sei un’attivista e sei curdo, sei un terrorista. Se fai politica e sei curdo, sei certamente un terrorista. Se sei solo un pastore, ma sei curdo, potresti essere un terrorista per cui meglio tenerti d’occhio. Insomma, se sei curdo sei un terrorista. Fine della storia.

Secondo il governo una delle motivazioni per cui la popolazione del Bakur sostiene il Pkk è da rintracciarsi nell’estrema povertà che caratterizza la regione e che le politiche statali hanno contribuito a generare. La stessa incertezza sui tempi di realizzazione della diga ha disincentivato qualsiasi forma di investimento nell’area: “In tanti volevano aprire una nuova attività ad Hasankeyf”, ci spiega il proprietario di un ristorante, “ma ogni volta si tiravano indietro non sapendo se e quando il villaggio sarebbe stato sommerso. Se avessero investito nel turismo a quest’ora saremmo ricchi”. Secondo gli abitanti di Hasankeyf, il rilancio dell’area sarebbe dovuto passare per la valorizzazione del patrimonio storico-culturale e per la difesa delle tradizioni e del territorio. Ma il progetto del Governo prevede ben altro. “Vogliono cancellare la nostra memoria e la nostra identità”, ci dicono in tanti, con un misto di rassegnazione e rabbia nella voce. Inondando 199 villaggi e costringendo i loro abitanti non solo a lasciare le loro radici, ma anche a cambiare stile di vita, lo Stato spera di omogeneizzare la popolazione, trasformando i curdi in turchi. “Durante le guerre si colpiscono i monumenti e i luoghi di importanza storica per distruggere le persone e la loro memoria. Stanno facendo lo stesso con Hasankeyf”.

L’8 ottobre il villaggio è stato evacuato e chiuso al pubblico. Per le sue strade non risuonano più i rumori del mercato, le voci degli uomini seduti ai bar non si alterano più al tintinnio dei cucchiaini da tè, le risate dei bambini non si rincorrono più lungo il fiume, né si ode più il belare delle pecore nelle campagne. Qualche gallo, come tutte le mattine, starà cantando ancora per svegliare un paese condannato a un sonno perpetuo, destinato a scomparire per sempre per soddisfare i sogni e le ambizioni del suo Sultano.

 

© Fotografie di Fabio Conti

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