Il sole del Kurdistan non tramonta mai. O almeno così ci è sembrato mentre percorrevamo i 30 chilometri che separano l’aeroporto di Batman da Hasankeyf, un villaggio di 12mila anni di storia che sorge lungo le sponde del Tigri. Ogni volta che il taxi terminava una delle innumerevoli curve che seguono il corso del fiume, gli ultimi raggi di un sole a cui avevamo detto addio tornavano a illuminare la valle circostante e la lunga linea di asfalto che la attraversa. Unico segno, insieme ai pozzi di petrolio, della presenza dell’uomo in quella Mezzaluna fertile che ha visto l’umanità nascere, crescere e – nel caso di Hasankeyf – sparire per sempre.

Le luci colorate dei bar che si affacciano sul Tigri sono il primo segno di vita che incontriamo appena arrivati nella cittadina. La piazzetta su cui ci fermiamo, nonostante l’ora, è piena di turisti venuti lì ad ammirare per l’ultima volta Hasankeyf, circondati da guide locali e venditori ammiccanti alla ricerca degli ultimi guadagni. “In tanti vengono qui la mattina con i pullman per andare via la sera. Vogliono tutti un ricordo di Hasankeyf”. A parlare è Cetin, un ragazzo curdo che si guadagna da vivere come guida. “Sono gli ultimi giorni di lavoro. Tra poco il villaggio verrà chiuso e dovremo lasciarlo”. Hasankeyf infatti ha i giorni contati. In un tempo che varia da pochi mesi a più di un anno, il villaggio sarà sommerso dalle acque della diga Ilisu, finita di costruire nel 2019 e la cui messa in funzione ha segnato la condanna a morte di 199 cittadine che sorgono nella valle del Tigri. Tra ottobre e novembre gli abitanti di Hasankeyf sono stati evacuati per motivi di sicurezza, secondo quanto affermato dal governo.

“La mia famiglia vive qui da cinque generazioni. Non so cosa faremo una volta che il villaggio non ci sarà più. Ci è stata assegnata un’abitazione nella Nuova Hasankeyf, ma non ho ancora avuto il coraggio di andare a vederla. Casa mia è qui”. Firat, 50 anni, il viso incorniciato da una massa di ricci indisciplinati leggermente brizzolati, ci parla seduto al tavolo del suo giardino, sotto un albero di melograno a cui non è pronto a dire addio e che osserva con rammarico, quasi a chiedergli scusa per non essere riuscito a salvarlo. Ma le case degli abitanti con i loro terreni coltivati o adibiti al pascolo non sono le uniche costruzioni che verranno presto sommerse dalle acque. La diga Ilisu, parte del più grande Southeastern Anatolia Project (o Gap), cancellerà le tracce lasciate nei secoli dagli uomini del Neolitico, ma anche da assiri, romani, ummidi e abbasidi, così come dai segulcidi e dagli ottomani. Alcuni monumenti, come la tomba di Zeynel Bey, sono stati spostati in un museo a cielo aperto costruito nella nuova città che sorge a soli 3 chilometri dalla vecchia, ma il danno al patrimonio storico inflitto dalla diga è incalcolabile.

“Hasankeyf rispetta nove dei dieci criteri dell’Unesco, ma non è stata inserita nel Patrimonio dell’Umanità perché il ministro del Turismo non ha mai fatto richiesta. Dall’Unesco non hanno fatto niente per aiutarci, hanno solo rilasciato qualche dichiarazione”, ci spiega Ridvan Ayhan, attivista di Keep Hasankeyf Alive. Ridvan lotta da anni contro la costruzione della diga e non si rassegna all’idea di abbandonare la sua casa. Seduto su una sedia di plastica blu, lo sguardo fisso davanti a sé, ci racconta la sua storia. “Sono nato nel 1963 in una di queste grotte che vedete di fronte a voi. Anche la mia scuola elementare era in una grotta, vicino a quella in cui vivevo con la mia famiglia, e sempre qui venivo a giocare con i miei amici, tra una lezione e l’altra”. Gli abitanti di Hasankeyf hanno vissuto nelle grotte scavate nella roccia fino agli anni Settanta, quando il governo iniziò a costruire le prime case. “Quella fu la prima migrazione”, continua Ridvan. “Adesso stiamo assistendo alla seconda”. Questa volta però il cambiamento imposto alla popolazione locale è decisamente più drastico. “Il passato ci definisce, ma presto noi non ne avremo più uno. Stanno cancellando la nostra storia per farci dimenticare chi siamo”.

Per trovare conferma alle parole di Ridvan basta fare un giro nella Nuova Hasankeyf, un agglomerato di grigie villette a schiera, una uguale all’altra, costruite su una collina priva di vegetazione su cui il sole si abbatte impietoso. L’unica nota di colore sono gli scivoli in plastica di un piccolo parco giochi vuoto in cui il vento smuove leggermente un’altalena rossa. Il Governo ha costruito delle case solo per chi risulta residente ad Hasankeyf entro il 2016 e possiede dei certificati di proprietà. In tanti però, nonostante una vita passata nel villaggio, non hanno la documentazione necessaria e sono rimasti senza nulla, incapaci di reclamare ciò che era a tutti gli effetti loro. Ma anche chi è riuscito ad avere una nuova sistemazione vede davanti a sé un futuro incerto. Nella Nuova Hasankeyf è vietato avere animali e non ci sono terreni da coltivare: una tragedia per una popolazione che ha sempre basato la propria vita su agricoltura e allevamento. “Avere un lavoro qui è impossibile. Ci sono scuole, negozi e uffici ma il Governo ha già assunto persone da fuori. Per noi non c’è nulla, non ci resta che vivere con il sussidio statale“, ci spiega Ahmed, uno dei primi abitanti della nuova città, mentre tra le vie deserte e polverose risuona debolmente il canto del muezzin.

Hasankeyf non è l’unico villaggio che sparirà presto o tardi sotto le acque della diga Ilisu. Alcuni sono già stati sommersi per sempre, come nel caso di Cettape, che raggiungiamo dopo un’ora di viaggio per le strade sterrate che si snodano lungo la valle del Tigri. Ad attenderci troviamo un silenzio assordante e la luce abbagliante del primo pomeriggio che riflette i suoi raggi sulle acque del fiume ingrossate dalla diga e dalla cui superficie fanno capolino i tetti delle case e le punte dei pali della luce. “Anche i miei ricordi sono finiti sott’acqua e stanno svanendo lentamente, come un albero morente che perde le sue foglie”, ci dice Mohammed mentre con lo sguardo abbraccia quello che resta del suo villaggio. “Ci sentiamo come dei rifugiati”, aggiunge una donna arrivata fin lì con la sua famiglia per vedere la sua casa sprofondare ogni giorno di più, centimetro dopo centimetro. Dopo averci dato le spalle fa alcuni passi nel fiume, lasciando che i lembi del lungo vestito nero a fiori si bagnino in quelle acque dispensatrici di vita, ma anche di morte.

© Fotografie di Fabio Conti

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