(Kabul) Ahmad Massoud, classe 1989, sembra il padre da giovane. Viso affilato, barbetta curata, naso pronunciato, capelli corvini e inseparabile pacul, il copricapo di lana a ciambella del leone del Panjsher. Ahmad Shah Massoud, il leggendario e invitto comandante afghano, che ha combattuto contro i sovietici ed i talebani è stato ucciso nel 2001 da due terroristi di Al Qaeda travestiti da giornalisti. La prima vittima dell’11 settembre fatto saltare in aria alla vigilia dell’attacco all’America.

“Avevo deciso di non rilasciare più interviste alla vigilia del voto per il presidente, ma tu sei uno di famiglia”, spiega il giovane Massoud nella sua casa fortezza di Kabul presidiata da guardie armate fino ai denti. Al suo fianco c’è il nonno di parte materna, “kaka” Tajuddin, uno dei più famosi partigiani islamici del leone del Panjshir durante la guerra contro i sovietici. Barbone argento, il peso degli anni si fa sentire, ma gli occhi azzurri sono gli stessi della battaglia di Keran del 1987, quando ho passato tre mesi con Massoud prima di venire catturato dai filo sovietici. Dopo tanti anni di guerre è commovente abbracciare il vecchio mujahed al fianco del giovane leone, il “predestinato” come lo chiamano nella valle indomita del Panjshir.
Ahmad Massoud, aveva 12 anni quando è morto il padre. Per proteggerlo, la famiglia lo ha fatto studiare a Londra dove è stato addestrato all’accademia militare di Sandhurst. Poi si è laureato in studi sui conflitti armati al King’s college. Da due anni fa la spola fra Londra e Kabul, ma pochi mesi fa ha fondato un movimento che porta il nome del padre per raccogliere il testimone del leone del Panjshir.

I talebani torneranno a Kabul?

“Il popolo non ha nessuna voglia che un gruppo estremista ricominci a controllare il Paese. Pensano di tornare a Kabul? Che vengano pure, ma devono accettare prima di tutto il nostro valore più importante, la democrazia. Se vogliono conquistare il potere possono farlo unicamente attraverso il ricorso alle urne. Se, al contrario, pensano di tornare a Kabul grazie alle armi e alle pallottole, che ci provino….”.

Ha tirato un sospiro di sollievo quando il negoziato con i talebani è stato bruscamente interrotto dalla Casa Bianca?

“Il modo in cui è stato gestito il processo di pace, la segretezza, le trattative dirette fra americani e talebani, senza che le autorità afghane fossero coinvolte, era inaccettabile. Ci siamo opposti a questo metodo, ma non abbiamo mai detto che siamo contro la pace”.

Il mausoleo di Massoud nella valle del Panjshir
Il mausoleo di Massoud nella valle del Panjshir

Una delle condizioni dei talebani era rinominare l’Afghanistan “Emirato” al posto di Repubblica. Cosa ne pensa?

“Nessun negoziato o super potenza a cominciare da quella americana e neppure il governo hanno il potere di cambiare il nome del Paese, ma solo il popolo attraverso un referendum. Non accetteremo mai che un accordo di pace, una decisione governativa o straniera trasformi la Repubblica afghana in Emirato”.

Cosa pensa delle elezioni presidenziali di oggi?

“Queste elezioni hanno sollevato fin dall’inizio numerosi dubbi sulla correttezza del voto. Non penso che saranno libere e corrette, ma spero, almeno, che siano migliori delle precedenti parlamentari, il peggiore caso al mondo”.

Il voto avrebbe dovuto essere rimandato per favorire i colloqui di pace. Pensa che andare alle urne sia una buona idea?

“Per me la pace ha sempre la priorità rispetto a qualsiasi elezione. Solo la pace può dire la parola fine al bagno di sangue in Afghanistan. Preferisco un voto corretto e libero dai brogli in una situazione pacifica piuttosto che avere, come ora, una elezione fraudolenta, che può creare ulteriore caos e crisi in questa zona di guerra”.

In Panjshir e anche a Kabul già sventolano, al posto dello stendardo afghano, le bandiere con i colori verde, bianco e nero della resistenza dei mujaheddin contro i sovietici ed i talebani. Cosa significa?

“Amo tutte e due le bandiere, che espongo nel mio ufficio. Quella dei mujaheddin è impregnata del sangue del nostro popolo che ha combattuto contro il regime totalitario comunista e l’estremismo terrorista. Come può la gente dimenticare questa identità, che ha significato tanto sacrifico, ma di cui è orgogliosa?”.

La soluzione alla crisi del Paese è il federalismo o la nascita di due nazioni separate?

“Ho sempre, fortemente, creduto che il decentramento dei poteri in Afghanistan risolverebbe molti problemi. La guerra con i talebani e le rivalità fra i gruppi etnici sono in gran parte causati dall’accentramento del potere. Per questo motivo un sistema federale deve essere dibattuto e portato avanti”.

Ahmad Shah Massoiud in primo piano nella valle del Panjshir nel 1987 durante l'invasione sovietica
Ahmad Shah Massoud in primo piano nella valle del Panjshir nel 1987 durante l’invasione sovietica

Suo padre aveva previsto l’11 settembre organizzato da Al Qaeda. Adesso in questo paese è spuntato pure lo Stato islamico. Il terrorismo dall’Afghanistan può minacciare di nuovo l’Occidente?

“Allora si trattava di Al Qaida e adesso si chiama Isis, ma è la stessa minaccia con la stessa faccia e la stessa tattica anche se usano nomi diversi. La comunità internazionale deve prestare attenzione e non dimenticarsi del pericolo. Specialmente il mondo islamico dovrebbe mobilitarsi ed emettere una fatwa di tutti i Paesi musulmani contro l’ideologia del terrore per sradicarla una volta per tutte”.

Sulle sue spalle ha un’importante e pesante eredità. Cosa si propone con la fondazione del nuovo movimento “il Sentiero di Ahmad Shah Massoud”?

“L’Afghanistan è sempre più diviso: terrorismo, insorgenza, corruzione, contrasti etnici e religiosi fomentati ad arte. Tutto ciò cozza con i valori e il sacrificio di mio padre. Adesso tocca a me portare avanti la sua eredità, il suo ‘sentiero’. Lui voleva un Afghanistan indipendente, forte e pacifico, dove non si consumino più guerre per procura di altri paesi e soprattutto democratico. Questo movimento è il simbolo di un Afghanistan unito che si batte per un Paese pulito, di leader onesti, libero dalla corruzione. Non solo: mio padre ha sempre combattuto e protetto l’Afghanistan dall’invasione straniera e dai gruppi totalitari (i talebani, nda). Se accadrà di nuovo siamo pronti a proteggere il Paese raccogliendo la sua eredità.”

Un blindato dell'esercito afghano
Un blindato dell’esercito afghano

Le truppe della Nato devono rimanere in Afghanistan?

“Per risolvere i problemi afghani non abbiamo bisogno delle truppe straniere, ma solo del supporto logistico. Alcuni Paesi provano ad intimorirci minacciando ripetutamente il ritiro. Noi afghani non diremo mai ‘per favore restate’. Se vogliono andarsene che lo facciano. Siamo sopravvissuti al comunismo con niente in mano e lo stomaco vuoto. Siamo sopravvissuti al terrorismo e ai talebani negli anni Novanta quando erano ben più forti e hanno assassinato mio padre. Qualsiasi cosa accadrà sopravviveremo. Gli errori compiuti dalla comunità internazionale in Afghanistan negli ultimi 18 anni di intervento sono la vera ragione che ha fatto riemergere i talebani nel loro nuovo momentum”.

Non ha mai pensato di venire in Italia?

“Amo l’Italia e mi piacerebbe visitare anche il Vaticano. Vorrei avere l’opportunità di incontrare quest’ultimo Papa, che segue la vera strada di Gesù, che la pace sia con lui”.

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