(Kabul) Le strade della capitale afghana, solitamente intasate da un traffico impossibile, sono deserte e presidiate ad ogni angolo da poliziotti e soldati in assetto da combattimento con il dito sul grilletto.

Ben 72mila uomini mobilitati in tutto il Paese. Reticolati, sbarre e cavalli di frisia simboleggiano uno stato di guerra piuttosto che un appuntamento con le urne. Alla quarta elezione per eleggere il nuovo capo dello Stato dal crollo dei talebani del 2001, la popolazione di Kabul è rimasta chiusa in casa.

I seggi con lunghe code durante le parlamentari dello scorso anno sono semivuoti e gli elettori arrivano alla spicciolata. Nel primo pomeriggio in diverse sezioni sono venute a votare poco più di 100 persone sulle 400 registrate. E per le donne il numero si abbassa ancora di più. Per non parlare dei problemi provocati dal modernissimo controllo biometrico, che però non riconosce molti elettori.

Le minacce dei talebani hanno fatto effetto con decine di attacchi e attentati, anche se non clamorosi, compresa qualche trappola esplosiva nella capitale. “Se vado a votare quando porto la frutta da vendere fuori Kabul i talebani mi tagliano la mano”, confessa Agha Sayeed. Il più coraggioso è il carpentiere Safiullah Safi tornato alle urne nella provincia di Kunar mostrando con orgoglio la punta dell’indice sinistro color viola dell’inchiostro indelebile anti brogli. E l’indice destro mozzato per punizione dai talebani nelle elezioni precedenti.

Safiullah Safi, a cui i talebani hanno mozzato il dito solo perché era andato a votare
Safiullah Safi, a cui i talebani hanno mozzato il dito solo perché era andato a votare

Pure chi ha votato ci crede poco. “Sono andato alle urne, ma queste elezioni sono ben poco trasparenti. – spiega Abad Sayyed gesticolando per disperazione – Molta gente non crede più nella democrazia in stile occidentale. Per quanto mi riguarda ho perso qualsiasi fiducia nel futuro”.

La disaffezione per la politica e le istituzioni divorate dal cancro della corruzione è totale. E si aggiunge al timore che il voto peggiori la situazione dopo la rottura delle trattative di pace degli Stati Uniti con i talebani. Il presidente in carica Ashraf Ghani si è presentato al seggio in una scuola di Kabul poco dopo le otto del mattino. Al suo fianco la moglie e il candidato al posto di vice, Amrullah Saleh, un tajiko ex capo dei servizi segreti e ministro dell’interno alleato con il capo dello stato pasthun.

Lo sfidante Abdullah Abdullah, campione di lungo corso dei tajiki, ha ovviamente dichiarato a InsideOver che è convinto di “vincere inaugurando un grande cambiamento per il Paese”. Gli altri 14 candidati non hanno speranze, ma potrebbero spostare dei pacchetti di voti determinanti nel probabile ballottaggio del 23 novembre. I brogli, però, sono dietro l’angolo con 11 milioni di schede stampate per 9,6 milioni di elettori registrati. Una fonte occidentale sostiene che “se va bene i voti veri saranno un milione e mezzo, forse due”. Un fallimento, che potrebbe mettere in dubbio la legittimità delle elezioni.

Se Kabul il giorno del voto sembra una città fantasma, nelle province è ancora peggio. Il governo controlla solo il 40% del territorio comprese le grandi città, dove vive la maggioranza della popolazione, ma il resto è in mano ai talebani.

La porta d’ingresso della capitale è la provincia di Wardak, dove le forze di sicurezza, 48 ore prima delle elezioni, davano la caccia a quattro possibili kamikaze, che volevano infiltrarsi nella capitale.

Un occidentale per arrivarci deve farsi crescere la barba e vestirsi da afghano con i pantaloni a sbuffo e la tunica. Per capire il clima basta pensare che attorno all’ufficio della commissione elettorale di Maidan Shahr, capoluogo provinciale, sono state scavate delle trincee stile prima guerra mondiale. Ieri i talebani hanno lanciato 15 razzi sulla città per scardinare il voto.

Il colonnello Hamidullah Kohdawan, da 30 anni sotto le armi, guida la 4° brigata alla porta d’ingresso di Kabul. Il comandante non va per il sottile: “Abbiamo individuato un comando talebano. Venite che lo tiriamo giù a cannonate”.

Il bestione da 122 millimetri è pronto al fuoco. Un ufficiale urla ordini secchi prima di fare partire la cannonata, che provoca una fiammata giallo rossa avvolta da una nuvola di fumo. Il primo colpo è arrivato vicino danneggiando il centro di comando e controllo talebano a chilometri di distanza. Una vedetta afghana segnala via radio, che la seconda cannonata ha polverizzato l’obiettivo. “Centrato e distrutto”, garantisce soddisfatto il colonnello.

Esercito e polizia controllano Maidan Shahr e a stento l’autostrada strategica verso sud. A soli dieci chilometri dalla città l’arteria è sotto il tiro dei talebani. Il colonnello si mette al volante di un blindato e guida una fulminea incursione nella terra di nessuno. Il primo colpo, forse un razzo, solleva una nuvola di fumo accanto a due mezzi davanti a noi. Subito dopo il ticchettio delle raffiche ci fa capire che siamo sotto il tiro dei talebani. I soldati che spuntano dalle botole dei blindati rispondono al fuoco con le mitragliatrici. Il “contatto” dura una decina di minuti e alla fine il colonnello ripiega verso l’ultimo posto di blocco governativo.

La provincia ha un governatore ombra dei talebani, Wali Jan Hamza, che non rimane mai fermo in un posto per 24 ore temendo di venire incenerito da un drone. Uno dei comandanti più crudeli è mullah Qassam. Quando i suoi uomini catturano dei governativi l’ordine è semplice:

Ammazzateli. Non abbiamo bisogno di prigionieri

Dopo 18 anni di intervento della Nato i seguaci della guerra santa sono più forti che mai. Secondo informazioni di intelligence ci sarebbero almeno 70mila talebani in armi. I terroristi di Al Qaeda sono rimasti in pochi, un centinaio, ma hanno un ruolo importante come consulenti tecnici per le trappole esplosive, i giubbotti degli uomini bomba e le macchina minate.
La nuova minaccia è lo Stato islamico del Khorasan, la provincia del Califfato che comprende non solo l’Afghanistan, ma fette delle confinanti ex repubbliche sovietiche. Almeno 1400 terroristi operano da nord fino alla frontiera orientale con il Pakistan. “Li chiamano talebani 4.0 perché non hanno connotazione etnica e stringono alleanze con tutti dai ceceni agli uzbechi ed i turkmeni”, spiega una fonte di InsideOver sul terreno. L’Isis afghano paga fino a 500 dollari al mese i suoi uomini, più dei talebani, grazie ai “dazi” imposti sui traffici di frontiera compreso l’oppio. “Dalla Siria e dall’Iraq sono arrivate poche decine, ma non un esodo di massa come si temeva, almeno per ora”, fa notare la fonte.

Nella valle del Panjshir, a nord di Kabul, riposa il leggendario comandante Ahmad Shah Massoud, la prima vittima del’11 settembre ucciso da due terroristi di Al Qaeda alla vigilia dell’attacco all’America. “Mio padre era un mujahed di Massoud e abbiamo perso 14 familiari dai tempi dell’invasione sovietica fino ai talebani”, racconta Ziauddin Saifee in perfetto italiano. Dopo il crollo del regime di mullah Omar nel 2001 ha frequentato l’accademia di Modena come allievo ufficiale dei carabinieri. La sua famiglia vive ad Ascoli Piceno e per l’afghano “l’Italia è la mia seconda patria”.

Nella valle di Massoud non sventola più la bandiera nazionale, ma il vessillo di guerra verde, bianco e nero dei mujaheddin, che hanno combattuto contro i sovietici ed i talebani.
“Queste elezioni non servono a nulla. Stiamo solo spostando in avanti il problema. Se viene riesumato l’accordo di pace con i talebani siamo pronti ad imbracciare le armi”, è convinto l’afghano che vive ad Ascoli Piceno.

Il presidente americano Donald Trump, l’8 settembre, ha dichiarato “morto” con un tweet il negoziato con i talebani che doveva portare ad un governo di transizione al posto del voto. I mujaheddin delle bandiere nel Panjshir, come i talebani, non volevano le elezioni. Se le presidenziali vedranno in testa Ghani e saranno contestate da Abdullah, che fu “ministro” degli esteri di Massoud, o viceversa, potrebbero scoppiare scontri armati. “Con noi si schiereranno anche gli uzbeki e gli hazara – sostiene l’italo afghano – Si rischia una nuova guerra civile”.

TRASPARENZA

Questo reportage è stato realizzato con il sostegno dei lettori. Qui di seguito tutte le ricevute delle spese sostenute dal reporter

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