Casa sua è in mezzo a un bosco, alle porte di Berlino. Lasciando alle spalle i grigi, alti e imponenti palazzoni  della parte est della città si arriva nelle verdissime pianure del Brandeburgo: l’architettura sovietica fa immediatamente spazio a prati rigogliosi e a fitte foreste, intervallate solo da sporadiche fila di casette a schiera dai tetti appuntiti, ognuna circondata da orti e alberi da frutto che vengono raccolti da anziane signore, alcune delle quali portano un foulard in testa.

È in questa atmosfera senza tempo che è cresciuto Billy Six, il reporter di guerra tedesco passato più volte alle cronache per le sue spericolate imprese giornalistiche. I suoi viaggi lo hanno portato a girare l’Europa tutta l’Africa, il Medio oriente e lo hanno condotto più di una volta ad un passo dalla morte: arrestato in Siria, sequestrato in Libano, rimasto senza cibo per settimane prima in Germania e poi in Ucraina, Billy è riuscito sempre a cavarsela e a ripartire di nuovo per una nuova avventura. “Quando viaggio vivo come vivono le persone del posto in cui sono. Solo così posso immedesimarmi veramente nel loro mondo” mi spiega appena mi vede arrivare alla banchina della stazione della S-Bahn. Piccolo di statura e di costituzione minuta, i suoi occhi sono di un azzurro intenso, la barba e i capelli biondi. Le sue mani sono rugose, mi spiega, perché ogni giorno lavora nel giardino di casa sua, coltivando la frutta e la verdura di cui si nutre.

“Per essere un uomo libero bisogna avere meno vincoli possibili con la società burocratica di oggi” spiega. Lui, per questo, cerca di essere il più autarchico possibile dal punto di vista alimentare. E di troncare ogni legame con la burocrazia. Non ha alcun conto in banca né assicurazioni di nessun tipo, neanche medica, nessun contratto e nessuna residenza ufficiale.

Casa sua, che è in realtà di proprietà dei genitori, è dispersa nelle pianure del Brandeburgo ed è densamente foderata di quadri ed oggetti provenienti da ogni angolo della terra. Anche i suoi famigliari si spostano infatti molto:  i genitori lavorano per sei mesi l’anno, gli altri li trascorrono viaggiando. Suo fratello di professione fa il “mago”, cioè il prestigiatore nei villaggi turistici del sud della Francia. Billy ha scelto la strada del giornalismo. Nel salotto di casa, una stanza ben illuminata da grandi finestre, mi offre un piatto di zuppa di verdure del suo giardino e mi racconta la sua vita, le sue avventure, i sequestri che ha subito.

“Sono nato in questo paese sotto il comunismo quando c’era la Ddr, un regime che controllava aspetto delle nostre vite. Quando è crollato il muro molti suoi vecchi esponenti sono confluiti nei grandi partiti di maggioranza, tra cui la Cdu. In quest’ultimo partito ho fatto militanza fin da giovane e ne sono stato espulso per aver reso pubbliche delle irregolarità delle sue massime cariche locali, che poi hanno dovuto abbandonare il proprio posto a causa mia. Dopo le superiori ho iniziato a lavorare come consulente finanziario, perché fin da bambino amavo leggere i fumetti di Paperon de Paperoni e mi attraeva l’idea di fare tanti soldi senza scendere mai a compromessi valoriali. Ho presto scoperto che questo è però impossibile e che il mio lavoro consisteva in realtà solo nello speculare sulle vite delle persone. Per questo ho mollato il lavoro e ho iniziato una personalissima protesta contro il sistema: ho attraversato la Germania a piedi e rimanendo sempre a digiuno, da Nord a Sud, da Koblenz fino a Costanza. Per 33 giorni ho dormito nelle chiese e nelle moschee che incontravo per la strada. Una volta arrivato ho mangiato qualcosa, poi ho fatto l’autostop e sono tornato indietro in macchina”.

Com’erano le reazioni dei tedeschi che ti incontravano durante questa tua marcia di protesta?

Alcuni intimoriti, altri curiosi, altri ancora infastiditi dalla mia presenza. Tra questi ultimi purtroppo ho incontrato molti preti, che mi hanno rifiutato di entrare in chiesa o di accettare la mia confessione. Nelle moschee, invece, ho trovato sempre accoglienza. In ogni città in cui passavo, poi, mi presentavo presso la redazione di un giornale locale e molti di loro hanno iniziato a scrivere di me. E’ leggendo del mio viaggio che ho deciso di diventare giornalista. Tornato a casa ho raccolto i soldi che avevo guadagnato l’Africa. Ho girato tutto il continente per oltre due anni, vivendo con e come le persone locali. Dall’Africa ho iniziato a scrivere e filmare quanto vedevo e iniziato a pubblicate i le mie storie su youtube. Alcuni giornali si sono accorti di me e mi hanno offerto di lavorare per loro come reporter. E così è iniziata la mia carriera.

Guadagni abbastanza per coprire le spese dei tuoi viaggi?

Non guadagno tanto, perché non mi interessa per pubblicare per dei giornali i cui capiredattori siano persone che non hanno mai lasciato la redazione e non sono stati mai sul campo. Pubblico solo per dei giornali minori che pagano poco ma che mi diano la garanzia di avere una squadra redazionale alle spalle che mi sostenga almeno moralmente. Di soldi, poi, non ne ho tanto bisogno. Viaggio con la mia tenda, che pianto dove capita per dormire. L’unico svantaggio è che quando sono in territori di guerra non posso piazzarmi ovunque io voglia.

Quali guerre hai seguito fino ad oggi?

La guerra civile in Egitto e quella in Libia nel 2011. Nel 2012 quella in Siria, nel 2013 ero invece in Libano. Nel 2014 ho vissuto tutto l’anno in Ucraina, seguendo i conflitti. Nel 2015 sono poi partito dal Medio oriente seguendo i migranti fino in Europa. In qualche modo è stata una guerra anche quella.

Durante le guerre che hai seguito hai subito due sequestri…

Il primo è stato in Siria nel 2012. Sono stato arrestato dalle truppe del regime di Bashar al Assad e incarcerato per quattro mesi. Dopo avere passato alcune settimane al fronte insieme a diversi gruppi di ribelli volevo vedere il campo di battaglia dalla parte dei governativi. Sono arrivato a piedi in un villaggio non lontano dal campo di battaglia e ho pagato un suo abitante perché mi portasse in macchina fino in prima linea. Poco dopo essere partiti, però, siamo stati fermati da un gruppo di soldato governativi che ci hanno intimato di scendere, ci hanno puntato contro le armi e ci hanno ammanettato. Poi  avrebbero voluto portarci via subito, ma non ci sono riusciti perché hanno subìto un attacco da parte di un gruppo di ribelli che, secondo quanto mi venne poi riferito, volevano liberarmi perché l’ostaggio fosse in loro possesso. Non ci riuscirono e le guardie riuscirono a portarci con loro e mi condussero nella prigione di Hama. Lì subii i primi interrogatori e dopo qualche giorno mi trasferirono nel carcere di Damasco. Dove rimasi quattro mesi.

Com’era la vita in carcere?

Mi tenevano in una cella in isolamento, con la luce dei neon sempre accesa. La stanza era vuota con un materasso per terra sul quale dormivo. Tre volte al giorno ricevevo del cibo, due volte al giorno mi facevano andare in bagno. La cosa più difficile era mantenere il senno nel lungo periodo. Con le luci sempre accese era impossibile stabilire se fosse giorno o notte, fortunatamente riuscivo a capire che ore fossero grazie al canto dei muezzin che sentivo in lontananza e che scandivano le mie giornate. Ingannavo il tempo  facendo sport, soprattutto flessioni oppure arrampicandomi sui caloriferi, e scrivendo la mia storia sui muri della cella. Venivo ripetutamente interrogato e mi venivano fatte sempre le stesse domande: chi sei? Cosa ci fai in Siria? Pensavano fossi una spia o un foreign fighter. Non posso però lamentarmi del trattamento che ho ricevuto. A parte qualche sberla di benvenuto con cui i le guardie volevano farmi capire di non essere in albergo non sono mai stato toccato. Avevo un giaciglio dove dormire e mangiavo tutti i giorni. A molti altri prigionieri andava peggio.

Cosa succedeva agli altri?

Quando andavo in bagno quelle due volte al giorno che mi era permesso vedevo molta gente sanguinante e massacrata di botte che giaceva a terra per i corridoi. Erano persone che avevano manifestato contro il governo, ribelli o veri e propri terroristi. Dalla mia cella sentivo le loro urla mentre li torturavano. Io non ho mai vissuto nulla di tutto ciò, anche perché non mi era permesso di avere alcun contatto con loro. Gli unici contatti che avevo erano con le guardie che mi portavano il cibo, mi accompagnavano in bagno e la notte di divertivano con me.

In che senso?

Mi bendavano gli occhi e mi mettevano sull’orlo di una finestra aperta. Poi tiravano fuori le armi e iniziavano a farmi sentire il loro rumore mentre le caricavano. Poi me le puntavano addosso e mi sussurravano di essere i terroristi di al Nusra e che mi avrebbero potuto uccidere immediatamente. Dopo spesso scoppiavano a ridere. Le prime volte avevo paura, poi ho capito che si trattava di prese in giro e ho smesso di preoccuparmi.

C’era qualcuno al di fuori della prigione che sapesse che fine avevi fatto?

Nessuno. Per la mia famiglia come per lo Stato tedesco ero scomparso da un giorno all’altro e non avevano alcuna notizia. Per settimane hanno creduto che fossi morto.

Come hai fatto quindi a essere liberato?

Una notte, ignoro per quale motivo, le guardie hanno fatto entrare nella mia cella una ragazza, una studentessa arrestata a seguito di alcune manifestazioni anti-governative. Perché non avessi contatti con lei mi spostarono in un’altra cella, lei potè però leggere i miei messaggi sui muri. Una volta che venne di nuovo trasferita nel carcere femminile raccontò di me alle altre prigioniere. Una di queste venne liberata e si recò presso l’ambasciata tedesca in Arabia Saudita alla quale disse che io ero imprigionato nel carcere di Damasco. Era la prima volta che si aveva una qualsiasi notizia su di me. I diplomatici tedeschi contattarono quelli russi stazionati a Damasco e chiesero loro di occuparsi di me. I russi, essendo buoni alleati dei siriani, chiesero alle autorità di Assad di liberarmi, cosa che avvenne pochi giorni dopo. Venni scarcerato e condotto all’ambasciata russa, dove per la prima volta dopo mesi feci una doccia e mangiai un piatto caldo. Da Damasco venni poi messo su una macchina fino a Beirut dove mi vennero  a prendere i diplomatici tedeschi che mi misero su un aereo  e mi rimpatriarono in Germania.

Da quel giorno in Siria non sei più tornato…

No, il governo non vuole più concedermi il visto, ma sto facendo di tutto per ottenerlo in qualche modo e tornare sul campo a fare il mio lavoro. Sono stato in Libano sul confine siriano. Anche lì sono stato sequestrato. Questa volta dagli Hezbollah.

Cosa ti è successo in Libano?

Sono andato in autostop nella valle del Beeka, nel Sud del Paese, zona controllata completamente da Hezbollah. Appena arrivato ho fatto una foto ad un grande ritratto dell’Ayatollah Khomeini esposto per strada. In quel momento sono stato bloccato da un gruppo di persone in borghese che prima mi hanno intimato di seguirle in un negozio di alimentari. Una volta dentro mi hanno calato un sacco sul viso e legato i polsi e le caviglie. Poi mi hanno caricato nel baule di una macchina e uno di loro si è messo alla guida. Ricordo solo che mi rendevo conto che stavamo andando in salita. Dal baule sono riuscito ad allentare i lacci che mi legavano, ho sfondato la barriera che divideva il baule dal resto della macchina e mi sono buttato addosso al guidatore , che era l’unico passeggero insieme a me. Abbiamo lottato per qualche minuto, io sono riuscito a tirare il freno a mano e a sporgere la testa dal finestrino, dal quale ho guidato aiuto. Quando la macchina si è fermata è stata circondata da persone armate che mi hanno intimato di scendere dicendo di essere di Hezbollah. Poi mi hanno preso e portato davanti all’ingresso di una moschea sciita, dove mi aspettava un gruppo di persone più anziane. Queste hanno messo in atto una sorta di processo nei miei confronti, perché temevano fossi una spia della Cia o del Mossad. Appurato che non lo ero mi hanno detto che ero libero di continuare il mio viaggio per le regioni da loro controllate. Mi hanno anche fornito un autista che mi riportasse indietro, dove ero stato catturato. Ho accettato il passaggio e sulla via del ritorno ho chiesto di fermarci perché potessi fare pipì. Durante la pausa sono riuscito a fotografare di nascosto le immense piantagioni di marijuana che vengono coltivate nelle zone controllate da Hezbollah. Queste foto sono ora in mio possesso e voglio tornare sul territorio per fare un’inchiesta sul traffico di droga proveniente dal Libano.

@luca_steinmann1

Reportage di Luca Steinmann