“In futuro spero di vedere molti più ebrei vivere qui a Hebron, che forze come Hamas diventino più deboli e che Israele estenda la sua sovranità non solo su questa città ma anche su tutta la West Bank. Non sono sicuro che tutto ciò accadrà domani, ma nel mentre noi continueremo a rimanere qua e a resistere”. Parole profetiche quelle pronunciate a inizio gennaio da Yishai Fleisher, portavoce degli insediamenti ebraici di Hebron, e destinate a trovare realizzazione nel Piano di pace annunciato a gennaio dal presidente Usa, Donald Trump.

Il tanto atteso Deal of the Century degli Stati Uniti per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese sembra scritto proprio dal portavoce dei coloni di Hebron. Il piano infatti prevede tra i suoi vari punti la smilitarizzazione di Hamas e il passaggio degli insediamenti e di una parte della Cisgiordania sotto controllo dello Stato ebraico. Un incubo per i palestinesi, già costretti secondo il vicesindaco di Hebron a vivere in una situazione di estremo disagio tra militari, checkpoint, esproprio di abitazioni e negozi e con il terrore degli attacchi dei coloni, oltre che degli arresti arbitrari.

Hebron, o al-Khalil in arabo, non è una città come le altre. Dal 1997 è divisa in due sezioni: H1, gestita dall’Autorità nazionale palestinese (Anp) e H2, sotto controllo militare israeliano e in cui vivono 800 coloni ebrei, protetti da circa 200 soldati. I militari presidiano giorno e notte i 20 checkpoint che costellano il cuore della città e che ostacolano la vita quotidiana dei palestinesi, impossibilitati a percorrere le vie definite “sterili” o costretti ad attraversarne altre unicamente a piedi anziché con i propri mezzi. Sempre al prezzo di controlli spesso umilianti da parte dei soldati israeliani, convinti di trovarsi lì per garantire la pace tanto per gli ebrei quanto per i palestinesi in una città in cui la convivenza tra le due comunità non sembra possibile. O almeno non più dal 25 febbraio 1994, quando l’ebreo estremista Baruch Goldstein entrò nella Tomba dei Patriarchi – dove si dice siano sepolti Abramo, Isacco e Giacobbe e le loro mogli, Sarah, Rebecca e Lea –  con indosso una divisa militare e aprì il fuoco contro i musulmani raccolti in preghiera uccidendone 29 e ferendone più di cento. Goldstein a sua volta morì nel luogo sacro sotto i colpi dei fedeli sopravvissuti alla strage, diventando il simbolo del male per i palestinesi e un eroe per gli ebrei più estremisti.

Da quel giorno Hebron non è più stata la stessa. I palestinesi residenti nella zona H2 hanno visto il loro mondo restringerli sempre di più, mentre quello dei coloni è andato via via allargandosi, seppure nei confini militari di quella stessa area e in totale violazione delle leggi internazionali. O almeno così è stato fino a novembre del 2019, quando l’amministrazione Usa ha cambiato la propria posizione nei confronti degli insediamenti israeliani, non ritenendoli più illegali e dando così la possibilità al governo Netanyahu di annunciare un nuovo progetto coloniale nel cuore di Hebron. D’altronde le leggi internazionali non sono mai state un reale problema per i piani espansionistici dello Stato ebraico, come ricorda Yishai Fleisher. “Ci sono due progetti per la costruzione di nuove abitazioni: speriamo che così facendo il numero di ebrei che vivono a Hebron aumenti”. La kippah in testa, il portavoce degli insediamenti di Hebron parla con la sicurezza di chi è certo di essere nel giusto e di star adempiendo a un compito assegnatogli da un’autorità superiore persino a quella dello Stato a cui risponde.

La nostra cultura è nata in queste terre, viviamo qui da 3mila anni nonostante in tanti cerchino di mandarci via e continueremo a farlo. La nostra presenza qui è una vittoria contro il terrorismo

Un’accusa quest’ultima che il vicesindaco di Hebron rimanda al mittente. Seduto su una sedia nera, con alle spalle la bandiera palestinese e il ritratto di Yasser Arafat, Yousef al Jabari usa parole dure per descrivere la situazione in cui vivono gli abitanti palestinesi di Hebron. “Il mondo parla di terrorismo, ma se qualcuno vuole capire cos’è davvero il terrorismo deve venire qui e vedere come i coloni si comportano con noi, come aggrediscono giornalmente le persone per costringerle ad andare via”. Il peggio però sembra debba ancora arrivare. “Negli ultimi due mesi i coloni hanno fatto dei sopralluoghi nel vecchio mercato e hanno lanciato dei video di marketing per incoraggiare gli ebrei a sostenere i loro progetti edilizi”, continua il vicesindaco. “Il loro obiettivo è prendersi tutta la città vecchia, ma noi ci opporremo per vie legali”. Dal 2017 il centro storico di Hebron è Patrimonio dell’Umanità per cui ogni modifica architettonica è proibita, ma questo non rappresenta un problema per i piani espansionistici israeliani:

Le leggi internazionali per loro non hanno alcun valore. Noi vogliamo la pace, ma è evidente che Israele non è della stessa opinione

Intanto la vita in città continua a scorrere, seppure con ritmi diversi a seconda della zona in cui ci si trova. Oltre l’ultimo checkpoint che delimita la zona H2 si apre una Hebron completamente diversa: i marciapiedi sono pieni di persone che camminano tra bancarelle di frutta e verdura, stand di negozi che vendono dolciumi, vestiti, scarpe e gioielli in un tripudio di colori e suoni che sanno di vita e di spensieratezza. Tutto l’opposto di quello che si prova nella H2, dove il rumore delle poche macchine che ne percorrono le strade rimbomba tra gli edifici vuoti, rompendo per un attimo quella cappa di silenzio e tensione che ricopre tutto, mantenendoti sempre con il fiato sospeso in attesa che qualcosa di terribile accada. Come la costruzione di nuovi insediamenti nel centro storico e che il contenuto del Piano di pace Usa sembra aver reso non più una questione di se ma di quando. Con il rischio che la popolazione palestinese si ribelli arrivando anche a una nuova intifada, come sussurrano alcuni tra le vie delle città vecchia.