Gilet gialli
Un anno dopo
Testo e video di Noemi La Barbera
e Livia Crisafi

Gilet gialli un anno dopo

“In tutte le società – la nostra in Francia, la vostra in Italia – c’è un fondo di rabbia che resta. E loro ne fanno parte”. Loro sono i gilet gialli e a parlare è uno di quei parigini contrari al movimento di protesta. La colère si è prima tinta di giallo e poi si è colorata del rosso dei feriti durante gli scontri per le vie delle più importanti città della Francia. Il giallo dei gilet diventati bandiera di un movimento nato orgogliosamente in strada, intorno alle rotatorie, teatro di una protesta che ha origine nel rincaro del carburante, ma che a partire dal 17 novembre 2018 cambia forma e contenuti, ridisegnando di giallo la cartina della Francia.

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Vanno in scena l’atto 1, l’atto 2, l’atto 3, fino ad arrivare al 53esimo, quello del loro anniversario, il 17 novembre di un anno dopo. Un anno in cui sul palco della piazza francese sale uno dei movimenti di protesta più grossi della storia recente francese e d’Europa. E porta in scena tutta la sua rabbia, covata nelle campagne e nelle periferie, ed esplosa in tutto il Paese. In una sorta di manifesto di odio per la capitale, per i ricchi, per la sede dell’establishment e verso Emmanuel Macron, le cui politiche, lamentano i gilets jaunes, li ha messi in ginocchio.

La rabbia che sfocia nella violenza, spaccando il movimento. In una spirale, nel paradosso di una violenza che accende i riflettori sul movimento, ma al contempo ne mina la credibilità. Segno anche di una narrazione mediatica che ha faticato a metterlo a fuoco. Come ammette il giornalista di Radio France Inter, Philippe Randé: “Non capivamo cosa sarebbe accaduto” e che racconta di come, per la prima volta, i giornalisti siano stati costretti a lavorare con le guardie del corpo.

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“Era la guerra”, racconta chi è sceso in strada, ripercorrendo le fila di quella rabbia di cui i gilet gialli diventano artefici e vittime. Tra i casseur, estremisti infiltrati che si mescolano tra i manifestanti, che distruggono e incendiano. E quei partiti politici che cercano di raccoglierne il consenso. Persino dall’Italia.

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Dei gilet gialli si è detto di tutto. Di essere preda del Rassemblement National. Di essere dei fascisti, degli estremisti. Poi per strada risuona “Bella Ciao”, di cui cantano la loro versione. In una eterogeneità raramente vista, e difficilmente comprensibile, e dove rabbia e condizione sociale vorrebbero unire più dell’appartenenza ideologica. La rabbia che contiene la forza del sogno e la frustrazione del gesto.

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“Sono sceso in strada per dire che volevo vivere meglio, e alla fine è peggio di prima”, ammette David, un giovane colpito da un proiettile di Lbd, le controverse armi usate dalla polizia francese. “Con i gilet gialli si è registrata un’escalation di violenza della polizia raramente vista in passato”, spiega Ian B., nome di copertura di uno dei membri del collettivo ‘Désarmons-les’, che ha esaminato e registrato, caso dopo caso, i presunti abusi delle forze dell’ordine. Secondo il rapporto annuale dell’Inspection générale de la Police nationale, con i gilet gialli si sarebbe registrato un “aumento senza precedenti e significativo” nell’uso del Lbd di oltre il 200%.

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Se la violenza dei manifestanti fa il giro del mondo attraverso le immagini della tv, delle violenze della polizia si comincia a parlare solo dopo mesi, grazie anche alle condanne e le richieste di indagini da parte de Consiglio d’Europa, del Parlamento europeo e delle Nazioni Unite. E soprattutto grazie al moltiplicarsi delle inchieste giudiziarie sulle responsabilità della polizia.

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Dietro ai numerosi casi di feriti e mutilati che si registrano in tutta la Francia, inizia a prendere forma la possibilità che le forze dell’ordine avrebbero colpito i manifestanti anche quando non rappresentavano una minaccia, a dimostrazione di un uso della forza deliberato e sproporzionato. Causato, secondo alcuni testimoni, dall’incapacità del governo di gestire la protesta. O frutto, secondo altri, di una vera e propria strategia della tensione per scoraggiare le persone ad andare a manifestare.

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Ma gli scontri in strada, l’assenza di un vero leader, l’anticasta, la lotta per la democrazia, l’insofferenza per i media tradizionali, non riguardano solo i gilet gialli. In quella che è molto più di un’apparente sincronia del mondo, c’è un filo sottile e nitido che lega a doppio filo movimenti locali e distanti geograficamente. Assume i contorni della violenza, contiene un’illusione, pone una domanda di cambiamento.

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Se un’alternativa sia possibile. Un’alternativa che passi dalla costruzione di una visione del mondo, più che da quella del consenso. La crisi delle politiche neoliberiste, la lotta per la giustizia sociale e la redistribuzione della ricchezza riguardano tante proteste recenti che trovano nei social la loro forza e nelle strade l’esplosione della loro frustrazione. Questi movimenti assumono i connotati di una vera e propria minaccia per gli Stati, che si trovano di fronte a un soggetto nuovo. E che nella fatica di un dialogo, finiscono con il rispondere alla violenza con la violenza.

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Ma le rivendicazioni di quel populismo che “non può mai finire bene”, come dice l’economista italiano trapiantato in Francia, Francesco Saraceno, impongono una riflessione. Sui limiti della democrazia. E il senso della lotta.

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Se resta ancora difficile comprendere l’eredità di un movimento che ha macinato contraddizioni e che ha rischiato di perdersi e di perdere, quello che invece risulta chiaro è che il fenomeno dei gilet gialli ha segnato la politica di Macron e la storia di Francia, un Paese pur abituato a secoli di lotta.