L’ingresso del Museo Ebraico di Berlino ricorda quello dell’aeroporto di Parigi qualche giorno dopo gli attentati del Bataclan. Ogni movimento è controllato. Diverse pattuglie della polizia vigilano all’entrata e gli agenti seguono con lo sguardo chiunque varchi l’uscio. Appena entrati si viene perquisiti dal personale di sicurezza, che invita a depositare giacche, zaini e cinture nel metal detector.

Una volta superati i controlli inizia un faticoso percorso psico-fisico. Tutto il tragitto è in leggera ma costante salita, che genera nel visitatore una lieve ma interminabile sensazione di fatica. Il percorso è labirintico. Zigzagando per stretti corridoi che cambiano continuamente direzione si prova uno strano senso di disorientamento. Dalle mura che stringono il passaggio si è osservati dai tristi visi di bambini che indossano pigiami a righe. Le stelle di David sono ben in vista. Sulle pareti sono scritti i nomi delle città, dei paesi e dei villaggi da cui e verso cui almeno un ebreo tedesco dovette fuggire.L’angoscioso percorso per arrivare all’uscita attraversa anche uno dei pochi passaggi in piano. Un corridoio ricoperto di pezzi di metallo tondi, su ognuno dei quali è rappresentato il volto di una persona con la bocca spalancata. Ogni passo che li calpesta genera un acuto rumore metallico, un urlo che rimbomba nello spazio chiuso.

Il museo è studiato apposta per generare un senso di oppressione. Situati nel cuore della vecchia Berlino, zona un tempo in stile classico e oggi ricresciuta moderna dopo i bombardamenti alleati che la hanno rasa al suolo durante la guerra, i luoghi della memoria ebraica rivestono una funzione centrale nella sua ricostruzione. Come nella rielaborazione dell’identità tedesca.La reinvenzione della Germania – divenuta necessaria dopo la capitolazione del 1945 e oggi nel pieno della sua fase attuativa – riserva ad Israele ed alla cultura ebraica un’attenzione privilegiata. Il motivo è facilmente comprensibile. Come spiega Joseph Schuster, presidente del Consiglio Centrale Ebraico di Germania, “il ricordo della Shoah e delle responsabilità della Germania per i crimini nazionalsocialisti appartengono oggi chiaramente al codice etico del Paese”.

Composto da 108 comunità ebraiche sparse per tutta la Germania, il Consiglio Centrale Ebraico si occupa di promuovere la cultura del proprio popolo all’interno della società tedesca, cooperando intensamente con le istituzioni di governo. L’educazione alla memoria avviene fin dall’infanzia. “Lavoriamo insieme al Ministero della Cultura” continua Schuster intervistato da Gli Occhi della Guerra “perché la vita e la cultura ebraica vengano insegnate e  maggiormente valorizzate nelle scuole e creiamo momenti in cui i non-ebrei possano interagire con la nostra cultura, organizzando per esempio festival cinematografici o culturali ebraici”.

L’esaltazione della cultura tedesca, così enfatizzata durante tutto il corso della sua storia fino ad arrivare a sfociare nel trionfalismo del regime nazionalsocialista, ha lasciato spazio alla valorizzazione dell’elemento ebraico in tutte le sue forme. Berlino, che è il cuore pulsante del processo di reinvenzione del Paese, ne mostra chiaramente i segni.

Camminando per le strade ci si imbatte continuamente in pezzi di ottone dorati conficcati nei marciapiedi, ognuno dei quali reca il nome di una persona che dovette fuggire o che fu deportata. Sulle macerie delle costruzioni classiche del centro sono sorti numerosi luoghi della memoria dell’Olocausto. A pochi passi dal museo ebraico si arriva alla topografia del terrore, esposizione a cielo aperto delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale. Anche queste sono raffigurate all’interno di una spaesante struttura labirintica. Che si trova proprio accanto alla Wilhelmstrassee di fianco alla Porta di Brandeburgo, dove un tempo sorgeva la cancelleria di Hitler. Il governo tedesco concede simbolicamente alla cultura ebraica gli stessi luoghi una volta colonizzati dal regime nazionalsocialista. I cui riferimenti sono stati appositamente tutti rimossi o banalizzati: il bunker di Hitler è diventato un moderno parcheggio, la sua dimora un ristorante cinese.

La memoria delle persecuzioni subite dagli ebrei ha lasciato un’impronta indelebile sulla società tedesca. L’eredità che la Germania ha ricevuto dalla Seconda Guerra Mondiale è soprattutto la volontà di attribuire a se stessa la totalità delle colpe per i crimini commessi, spesso anche di quelli non propri. Il senso di colpa è fortemente presente nella psicologia collettiva e coinvolge classe dirigente, mondo accademico, istituzioni politiche e nuove generazioni. Soprattutto nei giovani, pur così lontani anagraficamente dalle tragedie del 900, è evidente un profondo senso di inadeguatezza verso una cultura, la propria, alla quale quasi tutti guardano con timore perché li collega ad un senso di colpa innato dal quale è difficile liberarsi. Esso è infatti la pietra fondante della costruzione della nuova identità tedesca, che affonda parte delle sue radici nella promozione della cultura ebraica. Laddove un tempo era prassi esaltare lo Stato e la cultura tedesca, oggi lo è l’esaltazione della cultura e dello Stato d’Israele.

I rapporti tra i tedeschi e Israele sono molto di più di una semplice alleanza politica tra i due rispettivi governi. Quello tra la Repubblica Federale e Israele è un legame che si rafforza di pari passo con il percorso di inserimento della Germania all’interno del mondo occidentale. Secondo Thomas Mann, uno dei più celebri autori tedeschi del 900, la progressiva occidentalizzazione e democratizzazione della Germania coincide con la sua “sgermanizzazione” (Entdeutschung): ossia con il mutamento radicale dei paradigmi di una cultura storicamente anti-occidentale sulla quale si è per secoli forgiata l’identità nazionale germanica. La democratizzazione delle istituzioni politiche, dei media e della classe dirigente ha dunque generato una sgermanizzazione dell’opinione pubblica, nella quale è tutt’oggi diffuso un sentimento di aspra diffidenza verso tutto ciò che sia riconducibile alla “sostanza tedesca”. Soprattutto tra i giovani.In assenza di un unico forte elemento, quello identitario, che funga da collante per l’intera collettività nazionale (in tedesco “Volksgemeinschaft“, una parola che genera ancora terrore) e che indichi gli obiettivi, per lo meno morali, della nuova “nazione civile tedesca”, i governi hanno agito in due direzioni: da un lato partecipando intensamente al processo di integrazione europea, con il fine di creare una nuova identità comunitaria nella quale sciogliere definitivamente la propria; dall’altro facendo propri gli scopi, gli obiettivi e la sensibilità di un’altra forte identità: quella ebraica. Di fronte ad un’Unione europea in fase di vacillazione che chiama Berlino ad assumere un ruolo di leadership egemonica al suo interno e genera così banali i paragoni con il passato non è da escludere che la classe dirigente tedesca decida in futuro di premere con minore intensità l’acceleratore in questa direzione, aumentando invece il processo di identificazione nella causa israeliana.

In un discorso tenuto alla Knesset nel 2008 Angela Merkel ha sottolineato l’esistenza di un “rapporto speciale” tra Germania e Israele, affermando che i due Paesi “sono e resteranno sempre legati in modo speciale dalla memoria della Shoah” e che la protezione della sicurezza di Israele è iscritta nella “ragion di Stato” della Repubblica Federale. Il cui governo ha mostrato particolare impegno nella salvaguardia della sicurezza dello Stato ebraico, fornendogli sistematicamente sommergibili e strumenti militari. Come conferma Schuster, “nessun partito tedesco mette in dubbio le responsabilità storiche della Germania verso Israele, il quale ha dunque una posiziona particolare all’interno della politica tedesca”.

D’altro canto, invece, la reale capacità di influenza di Berlino verso Israele è piuttosto limitata, basti pensare che tutti gli appelli tedeschi alla tutela delle popolazioni palestinesi sono sempre rimasti inascoltati. Questo rapporto disequilibrato si è sviluppato all’ombra di un passato traumatico. Secondo lo studioso Felix Berenskoetter, la memoria della Shoah “mette la Germania nelle condizioni di dovere riparare alle azioni passate che non potranno mai essere perdonate, costringendola a cercare di saldare un debito che non potrà mai essere saldato”. Berenskoetter sostiene che ciò consenta alle èlites israeliane di sfruttare il senso di colpa della Germania per imporre alle istituzioni tedesche di non criticare le politiche di Israele.Il governo di Angela Merkel ha in realtà criticato in alcune occasione quello di Benjamin Netanjahu, soprattutto in merito alle politiche di insediamento ebraico nei territori palestinesi. La Cancelliera non ha però mai voluto mettere in dubbio le responsabilità storiche della Germania. Quando il premier israeliano le servì l’occasione per ‘scagionarsi’ parzialmente dalle responsabilità tedesche per l’Olocausto, affermando che il suo ideatore non era stato Hitler bensì il Muftì di Gerusalemme, la Cancelliera intervenne duramente, ribadendo e rivendicando al suo popolo la totalità e la titolarità delle colpe commesse.

Ad affrontare questa spinosa questione è stato anche un gruppo di studiosi conservatori, guidati dal professore della università Humboldt di Berlino Ernst Nolte, che tentarono di rivalutare i paradigmi con i quali i tedeschi affrontano la propria storia e il proprio rapporto con il genocidio ebraico. Nolte affermò la non-eccezionalità dei crimini tedeschi, suggerendo la comparazione con altri stermini di massa. Pur non negando la natura criminale del nazismo, che rimane un momento insopprimibile dell’identità tedesca, egli cercò di rielaborare il trauma tramite inquadramenti storico-politici. In un articolo pubblicato sulla Frankfurter Allegmeine Zeitung il professore ridusse l’unicità dello sterminio degli ebrei alle “tecniche delle camere a gas”, ponendo la questione se “lo sterminio di classe dei bolscevichi non sia il priur logico e fattuale dello sterminio di razza dei nazionalsocialisti?” Con questa operazione scientifica Nolte non nascose mai di volere ricreare un rapporto “normale” con il passato tedesco e con i suoi errori.

Ad attaccarlo fu il filosofo francofortese Juenger Habermas, che sostenne invece l’unicità dell’Olocausto. Secondo lui le nuove generazioni di tedeschi sono corresponsabili di quelle passate attraverso la memoria verso le vittime. Una memoria che deve essere “dolorosamente consapevole” che furono i tedeschi con la propria cultura a “generare quel contesto di vita” in cui Auschwitz fu possibile. A questa memoria e a questa colpevolezza bisogna rimanere eternamente legati, rendendola una propria tradizione, un filtro attraverso cui passa una nuova consapevolezza storica e collettiva. Secondo Habermas l’Olocausto è una questione che non va affrontata oggettivamente, prendendo in esame numero di vittime e tecniche di tortura, bensì emotivamente. Questo perché l’unicità dell’Olocausto è diventata parte dell’identità storica dei tedeschi, anche degli incolpevoli di oggi. Della colpevole cultura tedesca non rimare quasi nulla, se non la “memoria solidale” verso le vittime di un evento irreparabile.La tesi emotiva di Habermas ha trovato molto più spazio nel mondo mediatico tedesco rispetto agli studi di Nolte. Gunter Grass, uno dei più celebri scrittori del dopoguerra tedesco, si è spinto a dire che “pensare alla Germania significa pensare ad Auschwitz”. Lo stesso Grass, però, generò una aspra diatriba con la pubblicazione di una sua poesia sulla politica nucleare israeliana (Was gesagt werden muss). Le polemiche che ne seguirono sono un chiaro esempio della complessità che sottende il “rapporto speciale” tra Germania e Israele. Un rapporto fondato sull’emotività che ha però forti coinvolgimenti politici.

Resta oggi da vedere se le critiche presenti all’interno di parte dell’opinione pubblica tedesca a proposito delle politiche israeliane – soprattutto a riguardo delle politiche di insediamento dei coloni – spingerà il governo ad assumere posizioni più dure verso Israele. Cosa che rischierebbe però di riaprire ferite mai veramente guarite.

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