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(Da Helsinki, Finlandia) La possibile adesione della Finlandia alla Nato cambia in modo sensibile la percezione di Helsinki nello scacchiere euro-atlantico. L’idea di un Paese neutrale tra blocco occidentale e Russia ha caratterizzato per diversi decenni la politica finlandese ma anche la politica internazionali nei confronti del Paese. Mentre ora, dopo la guerra in Ucraina, l’ultima eredità della Guerra fredda, e cioè la cosiddetta “finlandizzazione”, appare destinata a entrare nelle pagine di Storia. Il futuro appare proiettato verso un’adesione formale della Finlandia alla Nato e la premier Sanna Marin si è dimostrata fortemente intenzionata a far parte di questo blocco nonostante una tradizione ormai consolidata di neutralità, ma non di ambiguità, nei confronti di Mosca e dello scontro tra Est e Ovest.

Per capire alcune dinamiche che costituiscono una parte fondamentale della politica finlandese proprio sul rapporto con la Russia e l’Occidente, abbiamo parlato con la professoressa Pia Koivunen, docente dell’università di Turku e alla guida di un gruppo di studio, Mission Finland, che analizza le influenze subite della Finlandia durante la Guerra Fredda. Un Paese che era un teatro molto particolare del confronto tra i due mondi, come dimostra un concetto ormai diventato di pubblico dominio: la “finlandizzazione”.

“La finlandizzazione è un concetto creato negli anni della Guerra Fredda e usato per la prima volta nella Germania occidentale per descrivere il rapporto della Finlandia con l’Unione Sovietica” ci spiega la storica. “In breve – continua – significa che un piccolo Paese permette al grande vicino di influenzare la sua politica per mantenere la propria indipendenza”. “In Finlandia c’è anche un altro modo di vedere la finlandizzazione, come una questione di politica interna” incalza Koivunen, “significa che politici e personaggi pubblici finlandesi mantenevano buoni rapporti con l’establishment sovietico e cercavano così di portare avanti la propria carriera scalando la gerarchia politica. Riuscire a creare buoni rapporti con i sovietici era considerato molto utile e importante durante gli anni della Guerra Fredda, soprattutto dopo che il presidente Urho Kekkonen aveva dato l’esempio in tal senso”. Il riferimento è all’uomo che per 25 anni ha guidato la Finlandia costruendo la politica della cosiddetta “neutralità attiva” dal 1956 al 1982. Proprio per questo motivo, afferma la ricercatrice, “in Finlandia, la finlandizzazione è più spesso utilizzata in quest’ultima definizione, quindi in relazione alla politica interna o alla visione interna della politica estera”.

Cosa resta della finlandizzazione

“Ma la Finlandia è ancora ‘finlandizzata’? L’idea di neutralità è stata cancellata con questa guerra o l’eredità della Guerra Fredda è ancora presente, anche per quanto riguarda la neutralità?”, chiediamo.

“Alcune persone pensano che mantenere buone relazioni con la Russia e cercare di integrarla attraverso legami economici con l’Occidente negli ultimi 30 anni sia stata una cattiva scelta. I politici che preferivano la cooperazione economica e rimanere fuori dalla Nato e dalla loro linea politica sono stati definiti proprio ‘finlandizzati’ nei recenti dibattiti”, racconta. Koivunen tiene però a fare una precisazione importante sul concetto di neutralità, molto spesso travisato come completo distacco. “La Finlandia è membro dell’Unione Europea dal 1995. Quindi, sebbene non sia membro di alcuna alleanza militare, non è stata completamente neutrale. Inoltre, Helsinki si sta addestrando da anni con le forze della Nato”, ricorda. Oggi la situazione è poi molto diversa rispetto al passato. “Nel mondo della Guerra Fredda, si sono dati battaglia due blocchi opposti. È stata una lotta tra capitalismo e socialismo. La guerra della Russia è più o meno il lungo processo del crollo dell’impero sovietico. Più in generale, c’è una battaglia tra liberalismo e autoritarismo, ma i confini sono vaghi e non sempre si allineano con i confini degli Stati” ci spiega la docente.

Per un Paese considerato un regno di mezzo tra Est e Ovest che ora cerca di entrare nella Nato, una domanda sorge spontanea: “Qual è a questo punto la vera eredità della Guerra Fredda?”. “È una domanda difficile” risponde Koivunen, “penso che mantenere buone relazioni con la Russia sia stata l’idea guida della nostra politica estera. Ciò significa che i nostri leader politici non sono stati molto ansiosi di criticare la Russia, ad esempio per le sue violazioni dei diritti umani. Questa è probabilmente l’eredità più profonda in termini politici. Un’eredità minore sono stati i monumenti di Lenin a Turku e Kotka, o il monumento per la pace nel mondo a Helsinki, arrivato come dono dell’Unione Sovietica. Ma le statue di Lenin sono state rimosse e il monumento alla pace mondiale è in un deposito a causa di lavori di riparazione stradali”.

La Guerra fredda culturale

“Nel gruppo di ricerca che lei guida, spiegate che la Finlandia ha subito una Guerra fredda culturale. In cosa consiste?”

“In Mission Finland studiamo come gli Stati Uniti, il Regno Unito e l’Unione Sovietica abbiano tentato di influenzare la società finlandese attraverso la cultura con mostre d’arte, tour artistici, film, musei e attività delle società di amicizia tra i popoli. All’epoca, entrambi i blocchi hanno utilizzato vari mezzi per diffondere le loro ideologie e programmi politici tra il pubblico straniero per influenzare le loro opinioni e il comportamento politico. La Finlandia è stata fortemente influenzata dall’Unione Sovietica… e quindi le potenze occidentali hanno dovuto pensare ad altri mezzi per ‘mantenere’ la Finlandia all’interno del mondo occidentale. È stata la battaglia per i cuori e le menti dei finlandesi, che i leader occidentali non volevano che fossero completamente attratti dal blocco socialista”.

Occidente e Cremlino si combattevano dunque anche a suon di cultura e di penetrazione nella società. “L’Unione Sovietica impiegava principalmente la società finlandese-sovietica per l’organizzazione di vari tour artistici e musicali in Finlandia. All’inizio della Guerra Fredda, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, inviarono gruppi artistici ad esibirsi in Finlandia prima delle elezioni parlamentari e presidenziali, cercando di attirare più elettori nei partiti di sinistra”.

Qualcosa di simile a quanto avviene oggi? C’è una guerra culturale?

“Oggi non c’è quel tipo di guerra culturale come c’era negli anni della Guerra Fredda. Naturalmente, gli Stati usano ancora la diplomazia culturale e il soft power per influenzare gli stranieri, ma è abbastanza diverso per dimensioni e orientamento”

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