Da Barcellona. Durante la chiusura della campagna referendaria per la secessione, i separatisti catalani non erano i soli a difendere la loro voglia di autodeterminazione. Oltre alle bandiere “esteladas”, cioè quelle della Catalogna indipendente, c’erano anche bandiere dei Paesi Baschi, delle Fiandre, del Galles, della Scozia. Un signore sulla cinquantina sventolava fieramente addirittura una bandiera del Québec, che da sempre vanta una forma di separatismo dal Canada per via della propria tradizione legata alla Francia e non al mondo anglosassone. L’idea è che dietro quel grido d’indipendenza da parte dei movimenti separatisti catalani si stia ricucendo una sorta di internazionale delle piccole patrie d’Europa – ed anche del mondo. Ci sono regioni che non si sentono rappresentate dagli Stati nazionali, considerati obsoleti o, il più delle volte, entità estranee rispetto alla propria tradizione. E da queste ragioni nascono movimenti separatisti che mettono in dubbio non solo la tenuta dello Stato nazionale, ma anche la stessa legittimità dello Stato in alcuni settori della vita del cittadino.

La presenza di quelle bandiere in piazza al Montjuïc deve far riflettere per due motivi, Innanzitutto, sul fronte interno alla Spagna, è interessante la convergenza di catalani e baschi. C’era anche qualche bandiera andalusa, ma gli indipendentisti lì nel sud della Spagna sono una minoranza molti ridotta nei numeri e non in grado di dar vita a una lotta come quella della Catalogna. Nella giornata di sabato, a conferma di questa unità d’intenti fra le regioni settentrionali (e non a caso più ricche) della Spagna, migliaia di persone a Bilbao hanno manifestato per il diritto dei catalani a votare per l’indipendenza e da settimane i movimenti separatisti chiedono al governo di Vitoria di impegnarsi per una maggiore autonomia e per arrivare a un voto come quello della Catalogna. Il timore di Madrid sull’inizio di un’ondata autonomista in tutta la Spagna è dunque qualcosa di assolutamente evidente. Non serviva certo la manifestazione di Barcellona o quella di Bilbao per capirlo, ma sono i due eventi che hanno certificato questa convergenza d’interessi che lascia molti punti interrogativi sul futuro dello stesso assetto costituzionale della Spagna e su un governo, come quello di Mariano Rajoy, troppo debole e soprattutto poco propenso a mettere in atto una riforma costituzionale che vada in direzione della maggiore autonomia.

Sul fronte esterno, è invece interessante vedere come questi desideri d’indipendenza non siano mai del tutto sopiti nelle regioni storiche del Vecchio Continente. Passano gli anni, i decenni, a volte anche i secoli, eppure esistono realtà che non possono né vogliono identificarsi definitivamente con lo Stato cui appartengono. È l’Europa delle piccole patrie, quelle per cui i confini nazionali vanno cancellati e ridefiniti in base a criteri diversi da quelli con cui sono stati sostanzialmente definiti quelli vigenti. Ed è un’Europa trasversale, da Occidente a Oriente, senza che vi siano Paesi del tutto privi da queste rivendicazioni. A prescindere dalla connotazione politica e soprattutto dal pensiero personale sulla secessione della Catalogna, è del tutto evidente che l’eventualità di un effetto-domino sull’Europa scaturito dall’esempio catalano rischia di essere un pericolo per la stabilità di molti Paesi del continente e anche della stessa Europa. L’Unione europea rispetta e contribuisce al regionalismo, ma oggi è composta da Stati nazionali che sono i garanti della tenuta quantomeno di un assetto territoriale definito e privo di confronti bellici. Un’Europa che esplode in decine di staterelli nuovi basati su una propria tradizione storico-culturale e sulla propria economia rischia di essere un’Europa balcanizzata dai lati oscuri, o comunque impossibili da prevedere.

Il dialogo fra lo Stato e le regioni indipendentiste può esistere ma fino a un certo punto: è fisiologico che, prima o poi, o finisce l’indipendentismo o si arrivi alla rottura. Non può esserci via di mezzo, salvo che non si tratti di semplici desideri di maggiore autonomia fiscale e culturale. Una volta rotto questo sistema di concessioni dallo Stato alle regioni e, avviato un processo separatista che a valanga può colpire ogni Stato d’Europa, i rischi non sarebbero minimi. La convivenza (tutto sommato pacifica) dalla Seconda guerra mondiale in poi è finita in Europa proprio quando la Jugoslavia è implosa e gli scontri etnici hanno iniziato a pervadere i Balcani. Ma anche in Medio Oriente, Asia e Africa sappiamo che le secessioni non sono risolutive, ma, il più delle volte, l’anticamera di scontri più accesi o di totale subordinazione verso apparati sovranazionali o verso superpotenze mondiali. L’Europa non è l’Africa, siamo d’accordo, e la Catalogna non è il Sud Sudan, per intenderci. Ma il mondo di oggi non permette piccole patrie fiere e combattive. In un mondo con Unione europea, Cina, Russia e Sati Uniti, queste piccole patrie rischiano di essere fagocitate prima ancora di nascere, diventando non più regioni all’interno dello Stato, ma province di imperi molto più grandi.

Reportage di Lorenzo Vita