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(Da Narva) La ferrovia che unisce Tallinn a Narva è una lingua di ferro che collega la capitale dell’Estonia al confine con la Russia. Diciotto fermate che raccontano un Paese fatto di foreste, paludi, lunghe distese pianeggianti e cittadine ricoperte da un immenso mantello di neve. Usciti dalla periferia della capitale, con il suo mix di vecchio stile sovietico e nuova architettura “capitalista”, si inizia a percorrere un tracciato immerso in un Paese piccolo e solo apparentemente vuoto, disseminato di villaggi a volte minuscoli e di foreste spaccate da canali ghiacciati con qualche casa che sembra riaffiorare da un romanzo di metà Ottocento.

Mentre il treno viaggia verso est, diretto alla frontiera russa, cambiano i volti dei passeggeri e il loro modo di parlare. Qualche fabbrica diroccata e le vecchie stazioni abbandonate sono fotografie plastiche di un passato che diventa sempre più evidente una volta raggiunte le rive del Narva. I convogli russi del gas – immobili sui binari – svelano più di un trattato di geopolitica dell’Europa orientale. E scendendo dal treno, si capisce subito che quella città vive con una doppia anima: una rivolta a ovest al mondo baltico, e una a est, al di là del fiume, dove l’alfabeto diventa cirillico, il rublo la moneta corrente e le cartine disegnano la “fine” del blocco occidentale. E dove le due fortezze, costruite sulle rive opposte del corso d’acqua, sventolano le rispettive bandiere nazionali quasi a ricordare a chiunque cammini sul lungofiume cosa c’è dall’altra parte.

Il passato di Narva è ancora visibile nei palazzi, negli occhi delle persone e nella lingua. Qui la maggior parte delle persone parla russo ed è di etnia russa. Recenti sondaggi hanno mostrato che la popolazione ha in gran parte piena fiducia nell’Estonia e nell’Ue e non ha velleità di ricongiungersi a Mosca. Ma l’impressione è che in questo luogo di confine debbano necessariamente convivere questi due mondi. “Russificata” e poi “ri-estonizzata”, Narva è un simbolo vivente di una concezione dello spazio geografico che valica i confini nazionali per addentrarsi nel mondo della storia, della cultura e delle rispettive etnie.

Avvolta dalla neve, la città si mostra ai nostri occhi come un luogo sospeso nel tempo. E il gelo sembra avere raffreddato anche gli animi, facendo vivere le tensioni tra Oriente e Occidente in un modo del tutto peculiare. Qualche osservatore si è addirittura domandato perché quella città sia scampata a un destino simile a quello del Donbass.

Scenari che rimangono semplicemente ipotesi, a volte anche fantasiose. Tuttavia, girando per le strade, ciò che si comprende è che le tensioni tra Nato e Russia qui appaiano sfocate e viste in modo ben diverso. Le persone che si lasciano intervistare, poche tra le altrettanto poche che camminano per le vie della città, raccontano il loro modo di vivere i rapporti con la Russia svelando una concezione ben diversa anche da quella che si può respirare al livello governativo. “L’unica cosa che ci ha cambiato la vita è il Covid, non Mosca” ci spiegano in un negozio vicino al check-point per il confine. Un’altra signora, quasi contrariata dalla nostra domanda, ci risponde che “per la guerra dovete andare in Ucraina, qui nessuno pensa che possa succedere nulla e nessuno vuole la guerra”. Percorrendo la strada per andare all’università, ci imbattiamo nel ponte che collega la sponda russa. Poche macchine sono in fila in attesa dell’ok per accedere ai controlli. Al di là del Narva, Ivangorod li aspetta con un cartello che ricorda a tutti che si sta entrando in Russia. E più ci si avvicina al check-point, più aumentano negozietti con insegne in cirillico e cambi valuta.

I giovani dell’università ci raccontano versioni più o meno simili a quelle delle persone già sentite. Tanti ragazzi hanno amici in Russia. Due giovani, con fare timido, ci dicono di non essere preoccupate ma che in fondo non possono fare nulla se non vedere cosa succede. Un’altra ragazza ci spiega che secondo lei “è un problema politico, più che reale”. “Penso che la crisi sia soprattutto mediatica, spinta a livello politico e dall’informazione”, racconta. Mentre un ragazzo, cappuccio abbassato e volto di ghiaccio, fuori la porta dell’istituto ci rivela che si sente al sicuro con la Nato e l’Europa, ma che non sente affatto il peso di un vicino “ingombrante”.

Per molti potrebbe sembrare un paradosso che il vicino appaia così “distante” rispetto a quanto si sente nelle capitali baltiche. Ma sono effetti di una distanza che non è solo culturale o politica, ma anche geografica. Narva è più vicina a San Pietroburgo che a Tallinn. E qualcosa vorrà pur dire nella percezione comune.

In attesa del treno di ritorno, ci sediamo nella sala d’aspetto della stazione. Manca ancora un’ora e proviamo a strappare le ultime informazioni dai passeggeri che sono pronti a imbarcarsi nuovamente per Tallinn. Chiediamo a una signora se parla inglese, ci risponde di sì ma il suo accento non è quello estone, e infatti è russa. Le chiediamo cosa ne pensa delle tensioni con Mosca e come vive questa escalation mentre viaggia dalla Russia al cuore dell’Estonia. “Nessuna tensione, io sono russa, mia figlia è russa e vive e lavora a Tallinn. Noi non vogliamo la guerra, siamo tutti un popolo e vogliamo la pace. Chiedete agli Stati Uniti”, ci dice chiedendoci di non essere ripresa. Il treno arriva: la gente sale diretta verso la capitale. Ci lasciamo alle spalle Narva, il suo gelo e il suo misto di grigio e bianco, con l’idea che in fondo il confine è confine in ogni parte del mondo. Le verità sfumano, come lingue, culture e percezioni.

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